La nave dei folli, 1494, Hieronymus Bosch, museo del Louvre
La nave dei folli, 1494, Hieronymus Bosch, museo del Louvre

Date un luogo comune a un fanatico e ne farà un dogma.

Io sono scettico nei riguardi del Pinot Nero ubiquitario e le poche, valide eccezioni confermano la regola: la quintessenziale finezza delle esecuzioni più nobili, la declinazione degli aromi e la loro trama, ciclica e diuturna, le vibranti sottigliezze, la varietà di espressioni e persino i tratti più tipicamente varietali di molti Bourgogne Rouge non sono trasmissibili di dove in dove.

Ci si imbatte talora in buoni simulacri, ad esempio la pulizia del frutto o la somiglianza di aromi terziari, ma è sempre più identikit che identità: caratteri che surrogano per approssimazione – più intensi, meno complessi e consonanti – quelli dei Borgogna. Qui persino i buoni vins d’abord si distinguono per la congruenza iniziatica: sono preludi.

Sono una Young Person’s Guide a Bonnes Mares, Clos de Bèze et alii; e in questo sempre più capaci rispetto a gran parte delle produzioni alloctone, all’esaltazione spesso ingenua delle note fruttate, speziate o organiche, tralasciando per decenza le varianti estrattive e robuste: quelle di intense fruit flavors, lissom cherry e sweet hints of oak in realtà tanto invadenti da inumare il liquido, volumetriche e prolisse.

Fanno eccezione i dirimpettai dei blancs de noirs, per molti dei quali la tecnica coincide con τέχνη. Per il resto, sporadiche smentite da Oregon (Drouhin docet), Trentino Alto Adige, Alsazia e, aggiunto a titolo squisitamente personale, dall’ircocervo friulano di Fulvio Bressan, una buonissima cosa a sé.  Dalla California, fin qui, solo conferme.  Ma la frequento poco.

Insomma, il pinot nero non sembra concedere margini per riproduzioni analogiche. La sua digitalizzazione porta a riproduzioni ridotte per timbro e spettro: sia la finezza, campionata grazie all’indubbia valentia degli enotecnici, sia il frutto, estrapolato e potenziato, volgarizzano il talento della materia. Forse perché la partitura originaria è obiettivamente irriproducibile, a meno di sezionarla e replicarne un estratto.

A conferma della futilità dei dogmi, la rassegna Eccopinò, svoltasi il 16 aprile scorso a Borgo San Lorenzo su iniziativa dell’associazione “Appennino ToscanoVignaioli di Pinot Nero”, ha illustrato gli esiti lodevoli di un’impresa rischiosa e infusa di sana follia: piantare Pinot Nero in Toscana, in luoghi difficili e liminari, prossimi alla montagna.

L’idea, in realtà, trova il suo antesignano in un nobile dell’Ottocento, guarda caso un borgognone: il Marchese Vittorio degli Albizzi, antenato dei Frescobaldi, che impiantò a Pomino le sue competenze e le sue uve, tra queste il pinot nero. Oggi sono otto produttori – più pochi altri, citati in absentia perché non aderenti all’associazione – a realizzarla con serietà e dedizione. Come sottolineato anche nell’intervento di Burton Anderson, il primo dato è che i vini sono autenticamente Pinot Nero e non indulgono ai rimbombi e sfolgorii da consumi ostentatori; versioni, quindi, per nulla sovraccariche, originali nel complesso e varie già abbastanza da significare l’impronta delle rispettive zone. Proprio questo è il secondo dato essenziale: pur tra alcune indecisioni e intemperanze giovanili, si delinea una nuova identità granducale, quand’anche diversa dalle altre locali, già storiche.

L’emergere di un profilo identitario e non omologabile risolve subito le smanie di confronto: una seconda Borgogna è cosa da Thomas More. Agognarla è scontato, volerla replicare è vanagloria. I paragoni mortificherebbero la storia da un lato, lo splendido spirito tosco-faustiano dall’altro. Oltretutto i numeri sono troppo piccoli per la competizione: Vincenzo Tommasi, Presidente dell’Associazione nonché titolare dell’azienda Podere della Civettaja, prevede per gli otto insani una produzione di 70-80.000 bottiglie entro tre anni, partendo dalle 22.000 di oggi.

Nel prossimo articolo, le mie note di degustazione dei vini presentati.