Non tutti riescono a fare un buon vino con i vitigni che hanno a disposizione, e se questi sono autoctoni o magari pure poco conosciuti è difficile anche venderli.
Bisogna però dire che i produttori presenti all’evento organizzato da GoWine martedì scorso sul tema dei vitigni autoctoni  erano tutti di discreto livello, con alcune punte di livello alto.
La sala dell’hotel Quirinale di Roma è stata completamente occupata dai banchi d’assaggio, ognuno con il produttore o l’enologo a spiegare i propri vini, una buona presenza di visitatori che affollavano le degustazioni.
Visi noti, naturalmente, è sempre un’occasione per incontrarsi e scambiare due parole, sebbene in queste sale vi sia sempre un fastidioso rimbombo che, ad un certo punto, costringe quasi a strillare..

In fondo alla sala un banco gestito dall’AIS dove si potevano assaggiare alcune etichette non presenti nei banchi.
I vini presenti erano sicuramente tutt’altro che banali, sebbene non tutti ben riusciti, ma fare un vino utilizzando un vitigno locale, poco noto e poco studiato, di cui magari si sta sperimentando ancora l’evoluzione, non è semplice; buon coraggio dei produttori quindi, e voglio sperare che manifestazioni simili possano essere un doppio traino per questi vitigni.
La buona presenza di distributori e rappresentanti, di enotecari di nicchia o più famosi, potrebbe far sperare che prima o poi, sul tavolo di qualche ristorante o negli scaffali dell’enoteca, potremo ritrovare qualcuno dei vini presenti all’evento di GoWine.
D’altro canto, i visi erano sempre quelli dei soliti noti, rari erano i presenti che non fossero legati commercialmente al mondo del vino, mentre credo che queste manifestazioni dovrebbero allargare la propria platea, coinvolgere anche il semplice cliente.

In questo, parlando con alcuni dei produttori, ho notato come siano poco ben disposti verso i ristoratori, ossia il punto di conoscenza principale per il vino, tacciandoli di poco coraggio e quindi limitare le proprie scelte nelle carte dei vini, quando presenti, alle solite etichette che chiunque può trovare anche al supermercato. A parte poi il discorso sui ricarichi, vera e propria sciagura per chi produce il vino.
Dei vini che ho assaggiato, quattro mi hanno lasciato un buon ricordo, due bianchi del centro Sud, un metodo Classico dell’Emilia ed un rosso del Piemonte. Andiamo con ordine.
Il primo è un vino campano, sulle pendici del Vesuvio a circa 400 metri di altitudine. Il Lacryma Christi Bianco DOC 2010 delle Cantine Olivella è composto dall’80% di caprettone ed il 20% di catalanesca, floreale e minerale, sapidità accompagnata da una buona morbidezza, fa solo acciaio e poi tre mesi in bottiglia prima di essere commercializzato. Un vino ben fatto e gradevole. Mi ha stupito però il Katà, IGT Pompeiano Bianco 2010, di catalanesca in purezza. Un vitigno che, a dire il vero, non conoscevo assolutamente e che devo dire è stato per me una autentica sorpresa. Viene vendemmiato abbastanza avanti, in genere agli inizi di ottobre, e questo consente di trovare il giusto grado di equilibrio tra gli zuccheri e l’acidità dell’uva. I vigneti hanno 15 anni e ne viene fatta una produzione di non oltre i 60 q.li per ha. Il naso non è d’impatto immediato, ma sicuramente i profumi sono molto netti, albicocca, camomilla, agrumi. La ricerca dell’equilibrio si nota immediatamente al palato, la morbidezza ed il calore alcolico (14°) sono veicolati da una acidità di tutto rispetto, cosa che fa ben pensare, come diceva anche il produttore presente, ad un suo buon affinamento nel tempo.

Il secondo vino è il Neroniano Nettuno Bianco DOC 2010 diell’azienda agricola Casa Divina Provvidenza, a Nettuno. Si cominciano finalmente a vedere vini decenti anche nel Lazio? Spero di si, sebbene si debba ricercarli attentamente. Ed il Neroniano, cacchione in purezza, è un vino che ha da dire la sua, non il vino della vita, intendiamoci, ma una buona esecuzione di questo vitigno. Profumi erbacei, ginestra, fieno, e leggermente agrumati, al gusto si presenta di sufficiente acidità moderata dalla morbidezza che deriva dal leggero appassimento delle uve, mentre la notevole sapidità ricorda completamente le coste marine laziali. Si può acquistare direttamente in cantina, visto che ultimamente, come mi ha spiegato Adelaide Cosmi, responsabile commerciale dell’azienda, hanno deciso di diminuire le vendite a distributori e ristoratori. Una scelta di marketing che potrebbe essere pericolosa se non supportata da un lavoro di veicolazione nelle fiere enologiche e nelle sagre locali. Ma sicuramente un vino che riporta un po’ in alto la qualità (scarsa) generale dei vini del Lazio.

In provincia di Reggio Emilia, a Bergonzano, esiste una zona chiamata le Barbaterre. Leggo dal depliant che sono parte delle Terre Matildiche ossia le terre che appartennero a Matilde di Canossa e che da

Reggio Emilia arrivavano fino ai confini di Parma e Ferrara. Qui ha sede la Azienda agricola Bedogni, e qui si produce l’Orlando 2007, praticamente un Blanc de Noir, visto che è un Pinot Nero vinificato in bianco e rifermentato in bottiglia, sboccatura 2011. Un metodo Classico emiliano estremamente fine, non impegnativo come potrebbe esserlo uno spumante più blasonato e proprio per questo più gradevole e sbarazzino. Rispecchia completamente il carattere di questa terra, allegro e gaudente, ma anche fermo nelle proprie scelte. E l’Orlando (e mi si scuserà se per cause di affinità di nome mi è piaciuto più di tutti) è proprio questo. Vino certificato biologico, sprigiona  profumo di paglia e di gelsomino, di pane e di burro. La carbonica generata dalla rifermentazione in bottiglia è molto fine, sebbene con il calice da degustazione naturalmente sia difficile valutare il perlage. Ma non è questo l’importante. Lo è invece la sua naturale acidità, che gli conferisce una freschezza ben modulata dalle bollicine, lasciando il palato molto profumato. E questa è stata una vera chicca, bravi gli organizzatori di Go Wine.

L’ultimo è ancora un autoctono poco conosciuto l’Uceline di Cascina Castlet, di cui ho assaggiato anche la Barbera d’Asti. L’Uceline è di uvalino in purezza, anche questo un vitigno quasi scomparso e riscoperto grazie alla passione, ed al lavoro, di questi produttori. Le uve vengono fatte leggermente sovrammaturare dopo la vendemmia, lasciandole oltre un mese in un fruttaio, come mi ha spiegato Francesca Romana Costalunga che ne cura la distribuzione, e questo conferisce una migliore morbidezza al vino che ne verrà.

Anche la vinificazione è particolare, grazie alla sovrammaturazioe, la diraspatura è solo parziale, potendosi permettere quindi di estrarre parte dei tannini anche dai raspi. Il tutto, mi spiega Francesca, avviene con estrema cura, per non rovinare il delicato equilibrio che l’uva ha raggiunto al momento della vinificazione e tutto il processo avviene in tonneau di rovere da 5 hl, dove avviene anche la malolattica. Bisognerà aspettare ancora un anno, dopo l’imbottigliamento, prima di metterle in commercio.Nel bicchiere si presentava con un rosso porpora molto luminoso, anche se nella sala dell’hotel valutare l’aspetto visivo è piuttosto complicato. I profumi sono immediatamente intensi, con amarene e ribes maturi, cannella. I tannini sono abbastanza fini, legati piuttosto bene dalla gradevole acidità che lascia infine la bocca fresca. Un finale piuttosto lungo ed intenso.

Così, dei molti vini assaggiati questi quattro sono quelli che mi sono più rimasti impressi.
Naturalmente un evento come questo rende complicata qualunque analisi organolettica, ed è per questo che mi ripropongo di trovare queste quattro etichette e berle con tranquillità e senza rumori.
Appena ne avrò sottomano una, vi farò sapere se le mie impressioni sono rimaste le stesse o se invece siano cambiate.

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