kurt cobain

L’articolo mi è arrivato con il sottotitolo The Indie Session, e da qui parlare di musica è stato un attimo.

L’appellativo Indie è il diminutivo per Indipendent, musica nata negli anni ’80 per contrastare il genere musicale mainstream che le major discografiche imponevano al mercato. Ovunque c’è un mercato che impone qualcosa, certo, ma poi dipende dagli esecutori fare un buon prodotto, un prodotto ottimo, o qualcosa di inascoltabile. O imbevibile, l’analogia vien da se.

Tra i vari generi di Indie va sottolineato il grunge dei primi anni ’90, tra tutti Pearl Jam e soprattutto Nirvana. Gruppi che vanno dritti dritti in classifica, così forse il mercato vince oppure no. Io non lo so, non sono filosofo e nemmeno economista, però riconosco qualcosa di buono quando lo leggo, quando lo vedo, o lo ascolto. O lo bevo. 

Il grunge ci sta bene, qui. Esattamente 18 anni fa, il 5 aprile del ’94, Kurt Cobain si sparò un colpo di fucile alla testa. 

Vi lascio alle note di degustazione di Emanuele.

Peace, love, empathy (dal saluto nella lettera di addio di Kurt)

Wine Roland

Al confronto con altre rassegne con il pedigree, Benvenuto Brunello è un esempio di buona organizzazione. L’unico e non trascurabile appunto potrebbe riguardare l’esiguità degli spazi espositivi nei giorni di apertura al pubblico, puntualmente segnati da ingorghi e file. A parte questo, dall’indirizzamento verso le strutture ricettive al lavoro dei sommelier, dalla viabilità alla qualità del buffet, tutto funziona veramente bene. Passi pure che una signora anglofona, grugno da poodle a spasso per Belgravia e affabilità da secondino, vada bloccando posti a sedere per i suoi sodali: deve essere importante, lo si evince da piglio e cipiglio generalizi. Di sicuro merita uno spazio quadruplo rispetto al mio. A sollevarmi dalla frustrazione pensano i due enosauri con i quali condivido il tavolo, tanto complimentosi nello scambio di convenevoli, quanto vicendevolmente prodighi di contumelie se presi uno ad uno. Cercano tra i convitati conferme alla loro avversione, ignari di riscuotere più ilarità che approvazione.

Due giornate al Benvenuto Brunello sono un privilegio. Le assenze illustri pesano, ma già un primo, sommario esame della lista basta a diradare le ugge nostalgiche. Il privilegio può essere accresciuto dai fuori programma, ovvero le visite dirette presso alcune cantine, che spezzano il ritmo serrato e, via dalla pazza folla, regalano occasioni di serendipità. Così è stato per me grazie a una visita mattutina a S. Angelo in Colle, presso la meraviglia di una casa duecentesca – badate bene, una casa, non una dimora gentilizia – recuperata, non rifatta. A thing of beauty. Quanto di più distante dall’estetismo pretenzioso e fracassone della ruralità posticcia. La meraviglia di un enorme focolare, che aggetta nel lume di un antico tinello e fronteggia una credenza tirolese. Meraviglia della sua cantina escheriana, un capolavoro involontario di geometrie interconnesse, equilibri improbabili ma stabili, costruzioni all’apparenza impossibili. Qui ho assistito felice alle inedite evoluzioni di una produttrice volante, inerpicatasi tra pareti e fusti per prelevare i campioni della mia colazione da campioni, da lei offerta insieme a un olio tra i migliori che io conosca; peccato che ne venga prodotto assai poco.

Francesca e Margherita Padovani sono Fonterenza. Sono anche i fenotipi di un genere raro e particolarmente caro, quella delle persone allergiche alla prosopopea e ai falsi sorrisi. La mattina della prova, poi, le ho colte anche in una loro epifania extraenoica – acrobata la prima, autista la seconda – che le ha rese ai miei occhi ancor più stimabili. Il frutto delle evoluzioni di Francesca è riassunto nelle brevi note a seguire, tra i petit vins di grande bontà e i grandi ancora piccoli, atti a divenire.

Biancospino 2011. Un francobollo di vecchia vigna contadina alle pendici nordoccidentali del Monte Amiata. Quantità quasi amatoriale per questo bianco da procanico e malvasia che attinge al patrimonio minerale del sottosuolo vulcanico, lo pavesa di fiori bianchi, timo e agrume maturo, ha una beva piacevolissima, agevole (attenzione: non compiacente) e si propone per un pollo ruspante cotto alla griglia, servito con riso profumato all’arancia e timo, o per spuntini classicamente tedeschi a base di Putenstreifen (petto di tacchino tagliato a liste), servite con verdure cotte (verza) e pane di segale.

Pettirosso 2011. Vino per convivi e simposi, ma in deroga alla misura e alla moderazione elleniche che lo volevano miscelato all’acqua. Ed è un vero bere pros edonèn, per piacere: bacche (la fragranza e il gusto pungenti del mirtillo rosso) ed erbe aromatiche, cardo, foglia di mirto e buccia d’uva; vinoso il giusto e in pulizia. Sorso corroborante, che si distende in freschezza ed espressione aromatica ragguardevoli. Penne con prosciutto di Parma e piselli o fave, seguite da coniglio in porchetta o pollastra al forno su letto di ratatouille.

Rosato 2011. Tra i migliori del genere degustati negli ultimi mesi. Dopo una stagione all’inferno – nel senso che l’annata precedente l’aveva visto carico, pirico e scontroso, arduo ma secondo me persino voluttuoso in certe stranezze quasi feromoniche – la 2011 è tutta virtù. La finezza si manifesta subito nelle percezioni olfattive di frutta (regina claudia, pompelmo rosa, mirtillo, pesca bianca), fiori bianchi, rosa e nella peculiare freschezza riparia. La bocca nulla toglie e piuttosto aggiunge, con solare precisione: allude alla parte più dolce e carnosa dei frutti, poi ne esalta quella acida e le sottende morbidezze misurate. Dinamica esemplare, tensione euritmica e una lunga, nitida traccia salina.

Rosso 2010 (prova di botte). Veemente ma già composto nel ventaglio olfattivo e convergente a unità espressiva anche nel gusto. È ovviamente compresso, ancora discreto nella declinazione del suo patrimonio giovanile, ma la precisione di alcuni riconoscimenti (ciliegia, ginepro) e la sensazione generale di pulizia e profondità (un fitto sottobosco) depongono per un debutto con stile.

Rosso 2011 (prova di botte). Allo status infans è caleidoscopico e divertente, tutto impeto e materia in divenire. Forse è la suggestione dell’assaggio precedente a instradare le impressioni verso la partecipe e sorridente bonheur paterna, quella di chi prevede nel gaio e fragoroso slancio infantile un carattere e un estro in formazione.

Brunello 2009 (atto a divenire). Riposa. Molta sostanza al naso ma compressa, quasi impenetrabile. Già più intuibile al sorso che, teso e giustamente ruvido, si slancia grazie a un’acidità viva e letteralmente ammantata di riferimenti a ciliegia, alloro, sottobosco, corteccia e Sauerteig. Chiusura asciutta e severa, che rimarca in persistenza la nettezza degli aromi e li arricchisce di una nota ferrosa

Brunello 2010 (atto a divenire). Ancora estro, nel senso proprio di ispirazione artistica naturale. Impulsivo, non dosa la forza ma la sua stretta è calda e complice. Corpo florido e sodo, non esondante, di plasticità già espressa e in affinamento. Prevalgono anche qui le variazioni sul frutto rosso e sui marcatori silvani. Progressione gustativa senza punti di discontinuità. Una promessa.

Brunello 2011 (atto a divenire). Qui si possono usare solo metafore, a parte l’intenso fruttato della buccia dell’uva e i lasciti fermentativi, le aldeidi e i fenoli volatili, un’ombra di cannella e chiodo di garofano. Per il resto è spesso e consistente. Duro, come una cote sulla quale si affilano il taglio e la punta di un’arma bianca; o, in questo caso, di un’arma acida.

Scarica gratis le note da Benvenuto Brunello 2012
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