Benvenuto Brunello 2016 Degustazioni – 1

BENVENUTO BRUNELLO 2016 – (Secundum Opinionem… #1)

In questa prima serie di note condivido, iniziando dal Rosso, i miei assaggi migliori tra Anteprima ufficiale e sedi parallele e ufficiose. Seguirà la consueta carrellata di ottimi, buoni, buonini, ritrosi e scontrosi.

ROSSO DI MONTALCINO 2014

Ogni anno c’è un pugno di assaggi a dar ragione a Davide Bonucci per la sua vecchia ispirazione, allorché chiamò Secondo a Nessuno la primissima edizione del suo Sangiovese Purosangue a Roma. Quell’edizione era interamente dedicata al Rosso. Fuori i secondi.

Canalicchio di Sopra

Profumo prima lieve, soave, aereo, poi più intenso in progressione con fragolina, lampone, muschio, gemme di pino e altre note balsamiche. Giochiamo: sasso, forbice, niente carta – al suo posto la ciliegia che detta l’attacco. Piccolo, temperato e netto come una lama, scompartisce in progressione dolcezze e freschezze di frutta rossa matura, a seguire distribuisce generosamente sale, crete e sassi. Chiude sapidissimo e succulento di ciliegia e lampone, insieme a ricordi di ruta e menta. Luminoso, bellissimo, alabastrino. Chi se ne frega se è piccolo: è una miniatura apollinea.

Capanna

Fiori amari, terra, visciola, ardesia, radice di liquirizia. Prevalenza di toni scuri. Complesso, invitante, non suadente. Strutturato e bilanciato con ricordi nitidi di aronia, durone, felce e terra. Corpo ingente e beva agilissima, un rapporto peso-potenza da campione e da campione riscuote un applauso in chiusura: alle spezie dosate, alla terra non greve, alle amarezze in filigrana.

Costanti

Come certa musica di pochi strumenti e voci basse per timbro e/o volume, stringata nell’orchestrazione ma di impatto imperituro e impronta indelebile. In teoria è il vino piccolo, in pratica è Mark Lanegan (Don’t Forget Me senza, Come Undone con Isobel Campbell), Beach House, Bill Fay, Sufjan Stevens o fate voi. Composto nei profumi dosati e assiemati in armonia, marasca, cappero, colatura di alici, anice stellato e curcuma. Bocca piccola, di slancio e cesello: tensione e precisione, grazia e delicatezza in progressione (ciliegia, ribes, gelso, salvia) poi un colpo di coda salato, l’acuto acido e a effetto, lungo, roco di tannino in dissolvenza. Avete ascoltato un piccolo capolavoro.

Le Chiuse

È vano ipotizzare che qualcuno di voi fosse all’Auditorium di Renzo Piano o a quello di Via della Conciliazione per una delle ultime conduzioni romane di Gennadij Roždestvenskij? Vabbe’. Ci provo: provate a immaginare pochi, eleganti ed essenziali gesti – ché la bacchetta basta a indicare struttura e temperamento, profilo e mood del brano. Poche mosse in grado di muovere complesse orchestrazioni e profonde emozioni, di far vivere Čajkovskij e Šostakovič emozionando, senza enfasi e con fervida partecipazione. Se non avete visto Roždestvenskij dirigere, provate a fidarvi e dirigetevi su questo vino che lo emula: elegante ed essenziale, di pochi gesti e nulla enfasi, capace però di muovere a grandi emozioni. Purezza esemplare del frutto, sapidità inesausta sorso dopo sorso, beva che non teme assuefazioni.   

Le Potazzine

Potrebbe valere quanto detto sopra ma in tanto gratuita sarebbe l’omologazione, in quanto distinte sono le identità. Dalla bacchetta passiamo quindi alla racchetta. Il manico e il polso (l’arte) di Giuseppe Gorelli sono unici per repertorio, completi nei fondamentali e pieni di effetti e virtuosismi. I vini ne riescono classicamente eleganti, grandi nel tocco più che nel volume, di potenza amministrata e profonda impressione. “La forza del polso e dell’avambraccio gli danno grande potenza senza però perdere il controllo.”. Così si diceva di Rod Laver e del suo gioco. Arriviamo al vino: ugualmente goloso e immediato nella presentazione del frutto – una macedonia in rosso, arance e angurie comprese – ricco di riferimenti floreali, aereo, profondo il giusto. Un invito al sorso. Grande, piccolo vino che associa le coppie dialettiche di agilità e sostanza, dolcezza e asprezza. Fresco, disteso, fluido, di una beva che si dichiara ugualmente appagante sorso dopo sorso. Il pugno di sale che tonifica, la dote acida che richiama il frutto rosso croccante e disseta, la sottile e lunga persistenza. Gioco, partita, incontro.

Le Ragnaie (2013 uscita ritardata)

Ciliegia, ribes, lavanda, salvia e creta, grande intensità e compostezza. Sorso trascinante per purezza e freschezza del frutto – ancora ciliegia e ribes, in più arancia sanguinella e susina. Tannini fini e marcanti, concentrazione e persistenza, sapidità avvolgente. Un altro vino di precisione e dalla beva trascinante.

Lisini

In principio ombroso e presto più disteso, dà idea di frutta rossa matura ma assolutamente soda, succulenta e croccante, alloro, curcuma ed erbe fini – e un filo di ferro sotto. Il tocco di bocca è diffuso e delicato. Esce alla distanza con una fibra magra e solida che assicura slancio e leggerezza. La dinamica gustativa è precisa e coinvolgente, ripercorre le sensazioni olfattive (soprattutto quelle di frutta) e si svolge sul sincopato scandito da tannini grossi e dolci.

Salicutti Sorgente (2013 uscita ritardata)

Di George Szell e del suo stile si è detto recentemente. Qui cambiano il podio (da Cleveland a Berlino) e la partitura ma lo stile resta lo stesso: rigoroso, inconfondibile per grazia e precisione. Venendo da una conoscenza amatoriale e asistematica, di Szell frequentavo soprattutto il repertorio sinfonico. A sorpresa trovo ora – oh blessed ignorance! – che nel 1965 diresse i Berliner Philharmoniker nel Concerto per Violoncello di Dvořak (con un solista d’eccezione per quest’opera, Pierre Fournier). Venendo da ripetuti ascolti del Brunello Piaggione 2010 di Francesco Leanza, a sorpresa trovo in mescita il concerto del Rosso Sorgente 2013. Spettro aromatico di grande profondità, un elenco ampio e dettagliato di finezze: da fiori blu e lavanda fino a fragolina, ribes, gelso, muschio e un tratto amaro-salato che ispira mandorla e mare. Il vino è chiaramente più leggero e arioso, leggasi leggiadro, di orchestrazione meno strutturata, più piano in espressione e con meno accenti. Sorso all’insegna di nitore ed essenzialità, essenziale anche per lasciarsi compendiare nella regola delle Quattro P – senza nulla dovere, um Himmels Willen!, al marketing: Presa, Presenza, Progressione, Pulizia. Immediata, diffusa e delicata la prima; graziosa e intensa la seconda, bilanciata tra souplesse e freschezza; coinvolgente e perfettamente scandita la terza, sia per continuità, sia per regolarità nello sviluppo degli aromi (rossi di bacche, verdi di erbe); esemplare e durevole la quarta.

Valdicava

Strenuamente basso, amaro e scuro già nei di sentori di terra, erbe, radici e rovo. Bocca semplice e severa, tannica e sapida, con cenni di china e fumo, concisa ma tutt’altro che scipita: si tiene stretto il frutto, lo concede con estrema parsimonia e lo rivela scuro. Liquirizia, erbe e aronia in coda. L’impressione è che debba ancora distendere le sue spire. Forse il meno rosso tra i Rosso in degustazione.

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