Particolare di Davide e Golia, Michelangelo, Cappella Sistina

Non amo la cronaca, non potrei essere un cronista efficace. Quando hanno corso eventi ragguardevoli preferisco concedermi tempo per indagare significati e spunti diversi da quelli immediati. Non è per la pretesa di esaurire gli argomenti: chi vuole esaurire un argomento, secondo Wilde, comincia con l’esaurire gli ascoltatori. Parlando di vini, oltretutto, gli argomenti sono per natura inesauribili e non esistono testi, né discorsi definitivi.

Della rassegna dedicata al Rosso di Montalcino si è già parlato.

Questi sono appunti sparsi su un evento riuscito e inspiegabilmente inedito: è inverosimile che nulla del genere sia stato concepito e realizzato a Roma prima di queste due date. L’intuizione di Davide Bonucci ha ovviato a questa storica omissione; la sua competenza nel sensibilizzare e selezionare i produttori ha dato vita a una manifestazione di caratura inusuale, bastevole per mettere a nudo pochezza e opportunismo di istituzioni locali più radicate e meglio sponsorizzate. Si pensi all’evento svoltosi contemporaneamente in altra e più fastosa sede romana, per non parlare dei frusti e seriali trangugiamenti di massa dalle parti dell’Osservatorio.

Se l’Urbe si è accorta tardi dell’identità del Rosso, più disdicevole ancora è la sbadataggine della lobby ilcinese per eccellenza, il Consorzio, nell’avallare la percezione comune di questo vino quale cadetto o secondo, quasi una slavatura del più augusto Brunello. Dopo aver preso parte all’edizione 2011, anche quest’anno parteciperò a Benvenuto Brunello, evento di presentazione delle annate in uscita. Un titolo che sotterra, più che sottenderla, la compresenza del Rosso, che pure nel 2011 figurava con decine e decine di bottiglie (se siete interessati al racconto e agli appunti di degustazione, finché la damnatio memoriae non li avrà espunti li troverete, confusi tra invettive, apologie ed epicedi, sul sito di Porthos.

E pur considerando felicemente conclusa la querelle sulla proposta di parkerizzazione del disciplinare, resta l’incredulità nel cogliere la convinzione di molti produttori circa la natura e caratura minore del Rosso, allora sbandierata come fait accompli.

Non ho potuto partecipare alla prima delle due giornate di incontri e degustazioni. La seconda ha subito dissipato malumori e rincrescimenti per l’assenza forzata: il seminario della mattina, visto il tema proposto, necessitava di talento e preparazione per non risultare pretenzioso o improvvisato. Alla necessità ha provveduto Armando Castagno, tra i relatori sulla piazza forse l’unico in grado di erudire senza far sfoggio di erudizione, o di compiacere ai desideri degli appassionati senza indulgere all’autocompiacimento.

Cita Flavio Colutta (“I vini di questa zona somigliano agli alteri vini di Borgogna”), viaggiatore appassionato e figura eclettica dell’editoria turistica (TCI), con un indizio di nostalgia: una sorta di vociano della prima ora opposto ai dannunziani delle odierne degustazioni con pretese estetizzanti: «Forse parlava con la voce colta e rilassata dell’enologia dei tardi Anni ’60 e primi ’70…».

Bello.

Ricorda quindi il sistema di zonazione in Borgogna e la paradossale assenza di criteri equipollenti per un classement dei vini di Montalcino: se la regione francese ha adottato il principio gerarchico di classificazione, quella toscana è ferma – come lo è l’Italia intera – all’approccio tassonomico. Passando ai materiali tecnico-sensoriali, Castagno individua nell’acidità e nella bouvabilité i due primi elementi di simmetria, elencando a seguire omocromia e trasparenza, maturità fenolica e compressione aromatica. Definizione, quest’ultima, di pregnanza e originalità notevoli, stante a indicare il prodotto delle macerazioni lunghe e della conseguente estrazione di precursori aromatici in quantità, ma sempre di grande finezza e senza gravami sovraestrattivi.

Una dissertazione ricca ma agile, di quelle che riconciliano gli enofili al loro oggetto di passione, ripagandoli della torrenziale verbosità di altri scoliasti; coronata, in conclusione, dalla degustazione alla cieca di tre vini per ciascuna delle due tipologie (troverete le note sui sei campioni alla fine di questa prima parte).

Il seminario pomeridiano, riprendendo uno dei temi anticipati nella sessione mattutina, ha trattato le prospettive di una zonazione del comprensorio vitivinicolo ilcinese basata su più rigorosi criteri pedologici e geomorfologici. Muovendo dal modesto rilievo della denominazione in un’area tanto vasta quanto quella ammessa per Rosso e Brunello, e individuando a scopo illustrativo quattro aree distinte secondo i criteri giusto accennati, la presentazione si è conclusa con una degustazione di otto versioni in rappresentanza di altrettante sottozone: otto voci equiparabili per frequenza fondamentale – per il sangiovese è decisamente acuta – eppure così diversificate per timbro e intensità. Per questa batteria e per le degustazioni ai banchi d’assaggio, le note saranno riportate nella seconda parte dell’articolo, in uscita tra alcuni giorni.

SEMINARIO DI CONFRONTO TRA IL ROSSO DI MONTALCINO E ALCUNI BOURGOGNE VILLAGE, 1ER CRU E GRAND CRU ALLA CIECA.

  1. Rosso di Montalcino 2009 Le Ragnaie. Apertura e vitalità aromatica. Un vino aereo, che “respira” ed esala balsamicità vera, intensa. Note pronunciate di anice, aneto, canfora, felce, semi di finocchio; e boschive, perfettamente definite. Il temperamento della componente acida poteva essere la traccia per risalire al sangiovese. Bocca in equilibrio, vino di perfetta corrispondenza e simmetria tra le parti. Persistenza su caratteri di nitida mineralità

  2. Gevrey-Chambertin 1er Cru Vieilles Vignes 2008 Domaine Fourrier. Caffè, cacao e altre note empireumatiche insieme alla liquirizia e alla leggera riduzione che accentua il cuoio e l’animale. Buccia d’uva e mora di gelso, un profluvio lentamente scandito di riferimenti floreali intensi e complessi. Soprattutto, fa osservare con puntualità Armando Castagno, è caratterizzato da ritrosia aromatica: non si impone, né si concede con svenevole immediatezza, e questo è un pregio non riproducibile tecnicamente. Incanta la bocca con una bordata acida e nello sviluppo la irrora d’acidità agrumata, è fiondante, verticale e nitido nel finale di pompelmo e arancia amara. Nel suggerire che alla prova cieca potrebbe passare per bianco, Castagno ne loda «l’intimo chiarore».

  3. Givry Rouge Vieilles Vignes 2008 Domaine Ragot. Da un vigneto di poco più d’un ettaro della Cote Chalonnaise e viti di almeno 50 anni d’età deriva il vino dal colore più intenso della batteria ma al pari degli altri infuso di chiara luminosità. Naso che ricorda il sottobosco, la pietra bagnata, il bosso e la bacca d’alloro. Florealità di timbro tenue (rosa canina, giacinto) ma che si staglia e perdura. Fresco, abbastanza ampio al gusto, soddisfa per la veridicità del frutto nero maturo (ribes, mirtillo), per le note speziate, in generale per l’assieme riuscito di charpente e trama tannica.

  4. Rosso di Montalcino 2008 Stella di Campalto. E’ tra i migliori Rosso. Il primo soffio è un repertorio di frutti rossi maturi, ribes e fragolina di bosco, prugna e pesca. Poi colpisce con soavi note balsamiche, cera e propoli, menta, alloro, liquirizia dolce ed eucalipto. Altrettanto ricco il ventaglio floreale, con viola, iris e glicine. Tutto questo in leggerezza, senza affastellamenti. In bocca l’acidità è perfettamente integrata al corpo del vino, gli dona tensione, anima il complesso aromatico e ne richiama ciclicamente, a mo’ di canone, gli elementi. Finale esemplare per durata e intensità, che tra ritorni fruttati e floreali alletta al nuovo sorso.

  5. Corton-Bressandes Grand Cru 2008 Chandon de Briailles. Naso lento, mimetico. Incenso, sciroppo, cera fusa, miele di corbezzolo e – con A. Castagno – fiori blu, su tutti l’iris. Spira una mineralità rugginosa che in effetti si ritrova al gusto. Bocca elegante e di sostanza sferzante, la buona struttura è declinata con agilità e si dipana in una lunga teoria di impressioni tattili, tannini sottili e acuminati, esaltati dal saliente acido.

  6. Rosso di Montalcino 2008 Biondi Santi. Austero, articolato al naso: frutta rossa fresca, legno dolce, vaniglia, ginepro e rosa canina, roiboos. L’impatto, fa notare ancora A. Castagno, suggerirebbe la derivazione da viti già vecchie; in realtà sono piante di meno di dieci anni d’età. La corrispondenza al gusto è precisa, l’acidità e viva e sostiene uno sviluppo modulato bene e di buona lunghezza.

Scarica gratis le note da Benvenuto Brunello 2012
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