Alla fine della tornata enologica nel nord-est, con alcuni amici ci siamo scambiati le reciproche impressioni di degustazione, finendo poi a parlare delle diverse impostazioni tra Cerea, Villa Favorita e Vinitaly-ViViT.
La qualità dei vini assaggiati è sempre stata piuttosto alta, sebbene rimanga dell’opinione che fiere con numeri così elevati di espositori alla fine confonda parecchio le idee.
In ogni caso questi eventi sono disegnati soprattutto per venire incontro alle esigenze di visibilità dei produttori, e dunque alle loro esigenze di vendita ad operatori italiani e, in particolare, stranieri.
Naturalmente le tre fiere sono state visitate anche da molti giornalisti e wineblogger, ed ognuno ha potuto dire la sua.
Personalmente sono stato a Villa Favorita, tempo e budget non consentivano maggiori divagazioni territoriali, e ne sono stato soddisfatto, come organizzazione e come location. Produttori di gran livello, come a Cerea e al Vivit.
Metto tutti e tre gli eventi allo stesso livello, ognuno di essi ha la stessa dignità, a mio parere: quando acquisto una bottiglia non vado a vedere se il produttore è di questo o di quel consorzio, ma cerco di capire se quel vino mi piace oppure no e, se posso, prendo informazioni direttamente alla fonte o da qualcuno di cui mi fido.
Un amico che è stato al Vivit mi ha detto, giustamente, che è stata una vetrina interessante per far conoscere il vino naturale anche a chi, fino ad ora, se ne era sempre tenuto lontano. Ovviamente questo significa far partecipare alcuni tra i grandi nomi enologici naturali, come Elisabetta Foradori o Arianna Occhipinti.
Non vedo assolutamente niente di male ad esporre i propri prodotti in questo contesto, piuttosto che a Cerea o a Villa Favorita.
Una ovvietà che a volte, parlando di massimi sistemi enologici si dimentica, è che chi produce il vino, prima o poi dovrà venderlo.
Senza piegarsi al mercato, continuando a fare il vino come sa e come vuole;  o anche affrontandolo in modo intelligente, facendo uscire delle versioni base più vicine a gusti più semplici e meno educati, o semplicemente per venderle ai ristoranti della zona.
Sempre di produttori di vini naturali stiamo parlando, dunque anche nelle etichette base si trova lo stesso modo di lavorare in vigna ed in cantina che traspare forse più evidente nelle bottiglie di alta fascia.
I produttori di vini naturali sono quindi diventati non un movimento, ma ben tre, o magari quattro. Ed ognuno di essi ha in mano il sacro verbo della naturalità.
In tutto questo si inserisce la sciagurata legislazione sul vino biologico, che consentirà praticamente a chiunque di scrivere sull’etichetta la magica parolina ‘Bio’, magari disegnando una etichetta con colori pastello, sperando dunque di conquistare una fetta di clientela più ampia.
Anche in questo caso, una proposta semplice, a mio avviso, poteva essere quello di indicare la quantità di solforosa aggiunta al vino.
Senza demonizzare nessuno, certo, ma potrebbe essere un parametro per comprendere come lavora il produttore: Questo vino contiene solfiti, vale sia per chi ne usa 220 mg/l che per chi ne usa 40. E non è la stessa cosa, visto che in questo secondo caso è necessario porre molta più attenzione a tutto il processo di vinificazione ed alla sanità della materia prima.
Ma siamo manichei, o con noi o contro di noi, così se un produttore del consorzio A si presenta con il suo banco ad un evento sponsorizzato dall’associazione Y, il cielo cadrà sulla testa del viticoltore, con strali olimpici e ostracismo.
Credo, al contrario, che presentare i propri vini ad una manifestazione come il Vinitaly-Vivit sia un bel punto di arrivo per un produttore che, oltre ad essere viticoltore e andare tra i filari, si deve anche preoccupare di pagare quanto meno la nafta del trattore, lo stipendio di qualche lavorante, le botti nuove o vecchie, l’enologo serio (non il winemaker in doppio petto) e l’agronomo che gli forniscono la consulenza.
Perché bisogna rompere il giocattolo? E’ un bel giocattolo e sta dando ottimi risultati, oltretutto, in termini di qualità ed in termini di fatturato. Molti dei produttori che conosco mi dicono di vendere bene all’estero, nei mercati di Russia, Giappone, Cina, e questo significa che il giro di soldi sta aumentando, nel mondo dei vini naturali. Per selezione naturale i produttori che fanno i vini con difetti spacciati da territorialità stanno o migliorando le proprie tecniche produttive o convertendosi tout-court ad una vinificazione industriale. Anche se forse si salveranno con i vini biologici.
Il cliente che acquista vini naturali ha una cultura enologica superiore a quello che compra il lambrusco di Puglia a 0.99 al litro sfuso, ed anche, se vogliamo parlare di grandi ideali, una idea migliore di sostenibilità e di mercato.
Forse, l’unico appunto che si può muovere alle grandi manifestazioni enologiche è proprio di essere troppo grandi, poco adatte per il pubblico retail e dispersive.
Qualche degustazione comparativa e guidata a mio avviso non guasterebbe, disegnata per la clientela spicciola e non per operatori del settore.

Magari comparando i vini dei tre, o quattro, consorzi.

Scarica gratis le note da Benvenuto Brunello 2012
We respect your privacy.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.