Di vino e bambole gonfiabili

La molecola dell'alcool etilico (Wikipedia)

Da un rapido scambio di tweet con Antonello Biancalana di DiWineTaste mi è sorta l’urgenza di questo articolo.

Complice naturalmente la forzata immobilità causa neve romana, ho fatto una rapida corsa sulla rete, dove si può andare senza catene o gomme termiche, per cercare di capire come avvenga il procedimento della dealcolizzazione.

Si, l’articolo riguarda il vino senza alcol, dealcolizzato. Un vino che piacerebbe all’Esercito della Salvezza ed a pochi altri.

Il vino senza alcol inizia la sua avventura con una sconfitta; nel 1990 un produttore francese viene condannato dalla comunità europea per aver prodotto una bevanda ottenuta da vino dealcolizzato; il reato non è questo, ma quello di aver chiamato ‘Vino’, pur se con l’aggiunta di ‘senza alcol’, il proprio prodotto. Secondo i regolamenti europei, infatti, il termine Vino deve essere riservato esclusivamente al prodotto della fermentazione alcolica totale o parziale di uve fresche, pigiate o no, o di mosti di uve (regolamento CEE 337/79 e 822/87). Dunque il suo prodotto, visto che era completamente senza alcol, non può essere chiamato vino. La sentenza dice però anche una cosa importante: per chiamarsi vino, oltre a derivare dalla fermentazione alcolica dell’uva, il prodotto deve necessariamente presentare una gradazione alcolica minima. Tenete in mente questo punto che è importante.

Quasi vent’anni dopo, intorno al 2008, l’azienda API Schmidt-Bretten brevetta il processo SIGMATEC, un impianto industriale in cui il vino viene scaldato fino a 48°C e l’alcol viene poi separato tramite piatti di raffreddamento. L’impianto è talmente avanzato da prevedere, dopo il processo di rettificazione dell’alcol per consentirne la vendita come alcool industriale, anche una Unità di Recupero Aromatico (!!!), dove le componenti aromatiche vengono recuperate e redirette all’interno del vino (o della birra, nel caso sia questo il prodotto da dealcolizzare).

Un altro metodo di dealcolizzazione è quello a membrana contattore, un procedimento che utilizza il fenomeno dell’ormosi attraverso una membrana riempita di gas che separa due serbatoi, uno contenente il vino ed il secondo contenente acqua. Regolando in modo appropriato la pressione dei liquidi e del gas, si ottiene un passaggio delle molecole di alcol attraverso la membrana, alcol che quindi va a finire nel serbatoio con l’acqua.

In entrambi i casi il prodotto finale presenta un tasso non inferiore a 0,5% di alcol; dunque può essere legalmente chiamato vino.

Un terzo metodo, proibito in Europa, è fare come in California dove si aggiunge acqua direttamente al mosto. I vini californiani, eh?

Nel frattempo, la direttiva CE 606/2009 consente ai produttori di dealcolizzare il proprio vino da un minimo di 0.5 fino ad un massimo di 2° alcolici.

I Paesi principlamente interessati all’approvazione della normativa furono Francia e Germania, paesi tra l’altro in cui è al contrario previsto l’uso di zucchero (captalization) per aumentare il grado alcolico del vino, che altrimenti avrebbe un tenore di alcol basso.

Dunque, mettetevi d’accordo con voi stessi, prima volete aumentare l’alcol, poi volete levarlo, insomma, decidetevi.

In Italia il dealcolizzato viene importato principalmente da Winezero, una società del vicentino che lo importa dalla Spagna, prodotto dalla Eminasin di Valladolid. Il sistema di produzione di questo liquido si basa sulla Colonna a Coni rotanti, un processo di decostruzione del liquido nei suoi elementi e successivo riassemblaggio dopo aver eliminato l’alcol. Notate come nelle prime righe ci si cauteli dichiarando che il residuo è di 0,5° alcolici, quelli necessari minimi per essere dichiarato legalmente ‘Vino’.

Fin qui, le note tecniche.

Il mercato del vino senza alcol inizia ad assumere una certa importanza.

Naturalmente molto ha fatto l’abbassamento dei limiti alcolometrici previsto dal codice della strada, così che qualche abile imprenditore ha iniziato a sfruttare il problema per produrre vino dealcolizzato.

Per carità, fanno bene questi imprenditori: se qualcuno lo compra, loro fanno bene a produrlo e venderlo.

Da amante del vino ho però da dire alcune parole sull’argomento.

Un articolo su DiwineTaste già del novembre 2008 centra bene il succo del discorso: se volete produrlo fatelo pure, ma per piacere non chiamatelo vino.

Il processo di dealcolizzazione, si dice, non altera i profumi tipici del vino con cui è prodotto il dealcolizzato, ed anche il gusto rimane, sempre si dice, pressocché lo stesso.

Su questo posso anche crederci, visti certi vini ‘normali’ che si vendono in giro e che in cantina, grazie alle magiche ricette e polverine legalmente utilizzabili prescritte dall’enologo,  vengono tirati di acidità, aggiustati di tannino, perfezionati nei profumi fruttati.

Si toglie l’alcol, si aggiunge qualche altra cosa ed il gioco è fatto.

A dire il vero, certi vini vengono fatti così, sebbene non venga loro tolto l’acol. Ma questa è un’altra storia.

Però potrebbe essere un bel business, soprattutto per quei produttori che, non sapendo cosa fare del proprio vino di scarsa qualità, ed avendo ormai riempito tutti i camion diretti in Romania e in Russia ed i container verso i consolati italiani in Africa, pensino bene di smaltire le loro scorte utilizzando la dealcolizzazione e, diciamolo pure, donando ai loro resti di magazzino una nuova verginità benedetta dalla legge.

E’ certo un bel metodo per vendere il loro prodotto, che spesso proviene da uve di bassa qualità e di ancor più dubbia sanità; i procedimenti da chimica industriale a cui verrà sottoposto il vino toglieranno qualunque rischio virale per la salute del consumatore, salvo introdurre sostanze chimiche che, se non proprio tossiche, sono in ogni caso un’aggiunta i cui effetti non si conoscono.

Io sono convinto che bisognerebbe aggiungere, in retroetichetta, l’elenco delle sostanze chimiche aggiunte presenti nel vino, come si fa con quasi tutti gli alimenti, dalle marmellate ai formaggi, dagli insaccati alla pasta. E’ in verità piuttosto strano che la comunità europea, sempre pronta ad introdurre normative quantomeno strane in termini di alimentazione, non abbia mai pensato a questo.

Comunque, ognuno faccia come crede, io resto convinto che bere vino dealcolizzato sia un po’ come tradire la propria moglie con una bambola gonfiabile.

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2 Comments Add yours

  1. Nelle Nuvole ha detto:

    Peggio, e’ come tradire la propria moglie con una bambola gonfiabile sgonfiata.

  2. Wine Roland ha detto:

    ossignur, che immagine … bleah! 😀 ahahahah

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