Dopo di noi

dopodinoiNon c’era più nulla, lì, per noi. Dalla cima dell’altopiano osservavo in basso.

La notte era profonda, nemmeno la Luna illuminava le nostre paure, e sul mare si riflettevano all’apparenza imperturbabili, le stelle, quelle stesse che avevano visto passare sotto i loro occhi tutte le migliaia di esseri che avevano popolato la Terra.

Avevano visto crearsi l’atmosfera, e le prime catene di aminoacidi.

Avevano visto le nubi addensarsi sulla superficie, e d’un tratto sparire, aprendo sotto di esse il paesaggio di monti e valli e laghi, e boschi e deserti.

D’ora in poi avrebbero visto altre cose, ma non ci sarebbe più stato nessuno di noi a raccontarlo, o a scoprirlo.

Le onde del mare sotto di me si muovevano lentamente, formando sulla superficie una leggera schiuma illuminata solo dagli astri del cosmo.

Non era rimasto più nulla, sulla Terra, per cui valesse la pena rimanere.

Quelli venuti prima di noi si erano estinti.

Noi eravamo gli ultimi della catena.

L’ultimo razzo mi attendeva, pronto sulla rampa per fuggire da un pianeta che si stava trasformando.

– Comandante, è tutto pronto, attendiamo solo i suoi ordini –

La voce dietro di me mi riportò alla realtà.

Cosa accadrà, ora che ce ne stiamo andando anche noi? mi chiedevo.

Mi voltai verso il razzo, gli ugelli di scarico già caldi per aumentare la velocità di uscita dei gas che ci avrebbero portato via, verso un altro pianeta da conquistare, e forse una dimora da costruire.

Mi avviai, barcollando sotto il peso della mia attrezzatura.

Salii la scaletta dell’astronave.

Salutai il pianeta che ci aveva generato, esprimendo un augurio alle specie che sarebbero rimaste a vedere la fine, e forse sopravvissute.

Mi aiutai con gli arti superiori ed entrai nell’astronave.

Il gigantesco meteorite era sempre più vicino, si poteva distinguere ormai ad occhio nudo, lì verso est, rosso per l’attrito con l’atmosfera.

Chiusi il portello, e mi diressi verso la plancia di comando.

Avevamo costruito grandi civiltà nei quasi cento milioni di anni della nostra esistenza.

L’era dei Grandi Rettili era terminata, distrutta da qualcosa persino più grande di noi.

Non più Tirannosauri, non più Stegosari nè Velociraptor, nè Brachiosauri nè Pterodattili, solo pochi romantici erano voluti rimanere ad osservare la fine della nostra civiltà.

L’Arca, la nostra astronave, era pronta a partire.

Il Primo Ufficiale mi domandò:

– Comandante Noè, quali sono gli ordini? –

– Navigatore, ci porti via – dissi tristemente mentre l’idrogeno iniziava a bruciare per accendere i motori che avrebbero vinto la forza di gravità della Terra.

 

Pubblicato su Short Stories n.4, maggio 2008

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