L’interpretazione della disuguaglianza secondo Eugenio Rosi

La giornata è uggiosa, ma noi non ci facciamo scoraggiare da qualche goccia di pioggia.
Dopo aver trascorso la mattina sulle montagne di Molveno, il pomeriggio decidiamo di visitare la cantina di Eugenio Rosi, una telefonata per accertarsi che possiamo andare senza problemi e si parte.

Si scende verso Trento per imboccare la superstrada che, poco prima di Rovereto, svolta verso Calliano dove Rosi ha la sua cantina di affinamento.

Subito prima di entrare nel centro abitato, di fronte a noi il bel castello di Calliano domina completamente la Vallagarrina.

Il paese è praticamente deserto, troviamo solo un signore in calzoncini corti ed ombrello che sta ritirando dentro casa alcuni giocattoli del figlio lasciati in giardino, a lui chiediamo indicazioni per arrivare alla cantina.
La pioggia non è insistente, ma è continua, così dopo aver parcheggiato ci infiliamo i kway rossi e blu e ci avviamo a percorrere i pochi metri che ci separano dall’azienda.

Sotto il porticato del palazzo del Quattrocento ci attende Eugenio, viso schivo e sorridente, che ci fa vedere la sala dove tiene il vino che deve ancora attendere un po’ in bottiglia prima di essere commercializzato.
Nel salone di fianco, un affresco del XIV secolo che raffigura una natività con sullo sfondo l’Adige nel suo antico percorso.

-Un tempo gli argini non c’erano, qui, e spesso il terreno veniva invaso dalle acque che venivano fermate dalla conformazione naturale delle rocce dei monti. – ci spiega Eugenio, facendo così da introduzione al suo modo di intendere il vino, di come produrlo, di come venderlo.
– Non mi piace molto dire ‘vino naturale’, è strana questa cosa. Io mi reputo un artigiano, con passione e molte prove, e molto studio dietro, cerco di fare il vino come viene fuori dal terreno e dalle uve – aggiunge mentre scendiamo nella cantina dove vengono tenute le botti, niente barrique.

Il banco di degustazione è una semplice tavola di legno su due pietre, con due sculture ai lati, le sedie sono un’asse appoggiato sulle scale. Artigianale, appunto, e come ogni artigiano orgoglioso del proprio lavoro.
– Qui è zona di Marzemino, ho cominciato a vinificarlo come si faceva una volta, senza chimica nella vigna e soprattutto senza aggiungere lieviti esterni. Anzi, anche il mosto di partenza è ottenuto in modo spontaneo, perché ho notato che così i profumi ed i sapori sono più maturi, più accesi. –
Intanto inizia versando il primo vino, Anisos 2009, maturazione sulle bucce, pinot bianco, chardonnay e nosiola, un uvaggio piuttosto particolare ma sicuramente di grande effetto, in vendita dal 2012. Profumi intensi e sapidità adeguata, una perfetta introduzione al seguito della degustazione. Vino ancora semplice, ma che dimostra tutto il suo desiderio di cambiamento già lasciandolo per qualche minuto nel bicchiere.
Si passa poi all’Anisos 2008, macerazione sulle bucce anche qui, che regalano profumi di pesche gialle e uva, note minerali ed erbacee, niente solforosa e nemmeno filtrazione, morbidezza e sapidità da gran vino, seguite dall’acidità di buon spessore.
-Anisos è parola greca che significa ‘disuguale’, ed è così che volevo farlo, un vino che deve evolvere, non rimanere uguale per sempre.-
Mentre i miei compagni di viaggio ed io osserviamo la cantina, Eugenio prende una bottiglia di Poiema 2008, il suo Marzemino, il vino del territorio, il vino da studiare continuamente per saggiarne tutte le potenzialità che, negli anni, si erano un po’ sbiadite a causa della commercializzazione di massa.

Il 30% delle uve viene appassito, e questo aiuta l’avvio della fermentazione e la maturazione successiva; questa particolarità si ritrova tutta nel suo profumo erbaceo, poi mora, cacao e spezie. Si presente morbido al palato ed acquista freschezza man mano che la bocca ne viene riempita, da grande evoluzione. Il Marzemino è sicuramente il vino di Eugenio Rosi, un vino di continuo studio e passione, ne parla a lungo mentre lo assaggiamo, facendoci prendere dalle sensazioni fresche e sincere di questo vino.
– Sai quando sono contento del mio vino? Quando qualche amico di mio padre lo assaggia e mi dice che gli ricorda quello che beveva da giovane. Allora so che sto proseguendo nella giusta direzione –
Sale sulla scaletta e spilla un 2010 ancora dalla botte, mentre spiega:
-Questa botte l’ha costruita un bottaio di fiducia usando il legno di un ciliegio che ho tagliato io personalmente, qui il vino sono io dentro e fuori. –
Il profumo immediato è dell’osso di ciliegia, poi quasi vegetale, fresco e ben tannico sulla lingua, con una bella mineralità.
Stiamo arrivando ai finali, prima di tutto un vino molto particolare, un Cabernet-Franc in purezza proveniente da un vitigno in una villa di Rovereto, dentro la città.

Già questo fornisce un fascino particolare a questo vitigno che a me personalmente piace molto, ma c’è dell’altro. Non è un solo millesimo, ma la miscelazione di tre annate diverse, 2007/2008/2009.

Le botti sono impilate come se fosse un solera, il metodo di vinificazione del Porto ad esempio, e questo conferisce al vino una marcia diversa, una dimensione raramente vista con questo vitigno. Si sommano le caratteristiche più mature con quelle più irruente, ricorda un uomo maturo che guarda un figlio mentre cade e si rialza, pronto ad aiutarlo quando serve.

Una grande ampiezza di profumi che vanno dalla foglia di vite alla mora, dal pepe al timo, una grande lunghezza al naso che si rispecchia in una eccezionale completezza alla bocca, forse ancora non totalmente equilibrato ma con tannini fini ed acidità precisa, morbido e riempitivo, lunghezza gustativa notevole.

– Non è più un esperimento, dice Eugenio, ormai è il secondo anno che lo produco. –
Torniamo su salendo nuovamente le scale in pietra, l’effetto di straniamento dal mondo esterno dovuto alla cantina interrata ed isolata dalla luce solare, viene amplificato dalle sensazioni del vino di Eugenio, una ricerca continua ed una completa mancanza di omologazione.
Ed è questo che ci piace, vini che raccontano i territori e la storia di ogni vignaiolo, che tramandano tradizioni senza esserne imprigionati.
Come Eugenio dimostra con i suoi vini, l’innovazione non passa per forza dalle polverine degli stregoni.

Scarica gratis le note da Benvenuto Brunello 2012
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