Keith Jarrett

Una serata di attesa nevosa, ed io ascolto il Koln Concert di Keith Jarrett.

Guardo ogni tanto fuori dalla finestra, la luce di un lampione ingiallisce la strada ed io, mentre aspetto l’avverarsi delle previsioni metereologiche, osservo la pioggia che cade, illuminata e luminscescente finché lo scuro della notte la inghiottisce serrandola nel grigio dell’asfalto.

I suoi movimenti sono guidati dal vento e dalla temperatura, un momento è solo pioggia che scende obliqua, quando il vento si fa ritmo dell’acqua e la inclina ad un momento quasi orizzontale.

Un attimo dopo, senza avviso il vento si ferma e l’acqua, che il gelo notturno trasforma in neve, cade indisciplinatamente  verticaleggiante, fiocchi che paiono voler fare tragitti diversi da quello che la gravità obbliga loro di compiere.

Una danza di ballerini capricciosi ed anarchici, l’acqua, il vento, il freddo, ognuno che tenta di conquistare la prima fila per poi infine accordarsi per generare quei frattali fiocchi bianchi che ovattano tutto.

Non ovunque la neve porta con se magia ed allegria, non ovunque è salutata da bambini vocianti ed adulti nascosti in improbabili piumoni; nell’Italia dei piccoli comuni sono sempre questi che soffrono di più le avverse situazioni del tempo.

Però l’uomo è un mediatore per natura, esporta il proprio stato d’animo a tutto il mondo, e se attorno a se c’è pace e tranquillità suppone, sbagliando, che il proprio sentimento sia condiviso da tutto il mondo.

Continuo ad ascoltare Jarrett mentre osservo qualche fiocco che cade qui e là, mandato in avanscoperta dall’esercito bianco dei suoi simili per trovare il punto migliore dove gettarsi.

Ecco ad un tratto che la sensualità dei movimenti dell’artista sui tasti si ritrova nella cascata di note che si rovescia addosso all’ascoltatore, il ritmare della mano sinistra trasporta le note suonate dalla mano destra, ma parlare di due mani è riduttivo; non si può suonare così solo con due mani.                                                         The Koln Concert – Part I

Sono necessarie dieci dita dotate di vita propria, ben dirette dalla testa a cui nervosamente si collegano, strategicamente guidate da quel cuore che vogliamo, erroneamente, sede delle nostre emozioni.

Ora la strada è finalmente imbiancata, anche se la neve è ancora timida, si ritrae ancora al suo compito, evanescendo in gocce d’acqua minuscole.

La musica di Keith Jarrett è intrisa di classicità e di blues, tenuti in equilibrio dalla tecnica sublime del pianista, valanghe di note che cadono verso il fondo della tastiera, rallentano quando sono a metà supportate da quelle più gravi che spingono e danno ordine alle più giovani ed acute che vorrebbero svolazzare ben oltre il bianco ed il nero dei tasti.

Ho il mio bicchiere di té caldo a cui ho aggiunto del calvados, lo sorseggio superficialmente godendo il caldo della temperatura e dell’alcol, la profumazione delle foglie e quella del frutto.

E’ pioggia, è neve quel che vedo? E’ acqua o è luce quel che scende adesso?

E la musica che ascolto, è jazz, è musica classica, è un blues che sconfina nel ragtime, esecuzione perfetta, nessuna sbavatura, le dieci dita che suonano la musica che il pianista sente dentro se, e chissà se ne è veramente contento o, tornato a casa, cercherà modi migliori per spiegare a noi i suoi sentimenti con il suo pianoforte acustico.

Le classificazioni, che stupidaggine.