Gonzo writing

Gonzo writing

Ogni tanto accade, succede per molte cose e dunque anche per questo.

L’affermazione è sempre la solita, e nel nostro caso diventa: Il Wine Writer è morto.
Il dibattito si è sviluppato soprattutto su Twitter in seguito alle affermazioni di Andrew Jefford, giornalista enologico di Decanter dove ha la rubrica Jefford on Monday, dopo un suo twit in merito lanciato al termine del keynote da lui tenuto alla V edizione dell’European Wine Blogger Conference conclusosi ieri a Izmir, in Turchia ed il cui tema conduttore  è stato ‘Source’, inteso come sorgente, nascita, materia primordiale.
Su Twitter si possono riprendere le sue parole facilmente, basta usare l’hashtag #ewbc; come riportato da Robert Joseph, di Wine thinker, Jefford afferma che ‘…la comunicazione del vino ha bisogno di maggiore irriverenza e di scrittura Gonzo’.
Basta farsi un giro sulla sempre benemerita (niente a che vedere con le sirene) Wikipedia, e sappiamo subito che quando si parla di ‘Gonzo writing‘ si intende un particolare stile di scrittura giornalistica ideato dal giornalista Hunter Stockton Thompson, e sta a significare un modo di scrivere di cronaca che sia veritiero, naturalmente, ma non necessariamente oggettivo. Il Gonzo writer quindi è un giornalista, uno scrittore, che dice le cose come stanno ma non tenta di essere completamente neutro ed esclusivamente descrittivo.

Insomma, Jefford è convinto che la scrittura del vino (anche se lui dice proprio esplicitamente che il wine writer is dead), sia ad un punto di svolta, in particolare per chi lo fa per mestiere o in ogni caso ci tira fuori qualche spicciolo. Addirittura si spinge oltre, affermando (sempre ripreso da altri twit) sul wine writing che “let rip, have fun‘ e che ‘It’s NOT possible to make a living only from wine writing‘ (@wine_scribbler, aka Andrew Barrow, riporta questa frase). E’ interessante leggere anche questa intervista, rilasciata sul sito di EWBC ad aprile di quest’anno, dove parla di quello che dovrà essere il futuro dell’eno-scrittore. 
Certo che, se lo dice una delle firme più prestigiose di Decanter.com non si può non credergli. 

E’ pur vero che a intervalli regolari qualcuno inizia ad affermare che ‘la tal cosa è morta’, la stessa cosa capitò ai blog un paio di anni fa.
Il risultato è stato un progressivo spostamento da una scrittura 1.0 ad un modo di comunicare 2.0, con l’utilizzo dei social network non solo per scambiarsi le foto delle vacanze o delle bottiglie comprate o bevute.
Twitter ad esempio ha fatto molto, in questo senso, soprattutto negli USA. E’ più adatto alla battuta secca ed immediata rispetto a Facebook, consente di tenere traccia in modo più veloce dei twit che interessano grazie agli hashtag e deille persone da seguire grazie alle liste. E, diciamolo, in 140 caratteri o hai le idee chiare o meglio postare su fB. O aprire un blog, se è per questo.
Per cose più lunghe basta far cinguettare il post del proprio o altrui blog, che però serve da partenza per la discussione, non come arrivo.
Ma il wine writer, o il più semplice wine blogger, scrive non solo perché gli piace un argomento, il vino, ed ha tempo da perdere. Si, fino a che si fa in modo hobbistico probabilmente è così: questo è il mio caso e di molti altri, tra cui tanti professionisti del vino.

Ma certo che se lo fai per mestiere, vuol dire che hai un ritorno economico: la pubblicazione di un libro, ad esempio, la vendita dell’articolo alla rivista famosa, una rubrica in un sito importante: tutte cose che non arrivano così in uno e uno due, ma che necessitano di scarpinate nelle fiere, nelle enoteche, serate trascorse a scrivere e documentarsi.

La maggior parte delle aziende vinicole ha un riferimento importante, nel mondo della comunicazione, e questo sono le guide.

Comparire con bicchieri e stelle in una guida prestigiosa è cosa da sbandierare in ogni evento, vicino alla locandina con il nome della propria azienda.

Sicuramente è un bel riconoscimento, non tutte le guide sono The Evil, e fa sempre piacere ad un produttore vedere il proprio lavoro apprezzato, valorizzato e, perché no, premiato.
Considerate però che ogni giorno vengono inviati in rete due milioni di post, ed una buona parte di questi parla di vino, e mentre tutti abbiamo Internet a casa, in pochi hanno l’ultima edizione della tal Guida vinicola.

Guardate la foto, postata su Instagram da Le vin Parfait, sull’utilizzo della rete da parte delle cantine.
L’affermazione è: Le reti dedicate al turismo aggiungono valore alla vostra cantina; i risultati li vedete nella slide proiettata, in arancione gli USA ed in celeste la Francia.
Ben il 65% dei produttori francesi non fanno uso di alcun strumento a loro disposizione sulla Rete per incrementare l’enoturismo; chissà come è la situazione in Italia.

 

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