Gran bel casino, Nossiter!

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Nell’intervista che ha rilasciato per GQ (non presente online, purtroppo, ma con ampi stralci qui) Jonathan Nossiter se la prende con i ristoratori romani, che a suo dire hanno carte dei vini piene di etichette commerciali e per di più vendute con ricarichi elevati, attorno al 300%.

L’intervista, e soprattutto le idee radicali di Jonathan, ha iniziato subito a far discutere, basta leggere i commenti e le reazioni dei lettori. Il titolo di questo post, tra l’altro, è ripreso dal commento di Francesco Maule sul blog di Dissapore.

Il pensiero di Nossiter è ben noto, il suo libro Le vie del vino dove racconta i suoi viaggi per vigneti e la preparazione del documentario Mondovino, e poi sopratutto il documentario stesso, lo hanno messo tra le persone del mondo del vino che o si amano o si odiano. Niente vie di mezzo, insomma, come i vini che vorrebbe bere sempre, schietti, onesti, ben fatti, non adulterati dalla chimica o dal mercato.

Io personalmente sono d’accordo con Nossiter, e l’ho detto più di una volta non solo qui ma anche parlando con produttori e ristoratori.

Troppo spesso, andando al ristorante, troviamo carte dei vini decisamente tristi, piene degli stessi vini presenti sugli scaffali della grande distribuzione ma venduti a prezzi 3 o 4 volte superiori.

Sul ricarico del vino non mi esprimo; a volte è decisamente troppo, e vedere in carta una bottiglia che si potrebbe acquistare a 5€ al supermercato prezzata invece a 20€, fa pensare che ci stiano prendendo in giro.

Capisco però che ci sono spese nascoste, o almeno ci dovrebbero essere: lo stoccaggio di un vino ha un costo, la cantina deve essere mantenuta a temperatura e umidità giuste, la carta va rifatta spesso in funzione della rotazione delle etichette.

Naturalmente, se vediamo che il vino viene preso dalla cantinetta frigo dove insieme alle bottiglie sono conservate anche birre e Coca-Cola, o se viene portato in tavola brandendolo come una spada o come una mazza da baseball, dovremmo porci qualche domanda.

E’ difficile, per non dire raro, trovare carte dei vini con etichette meno conosciute, meno industriali e magari meno tossiche, prendendo una parola che Jonathan spesso dice parlando di vini mescolati con la chimica, dando priorità ed importanza alle aziende locali; il problema del ristoratore è che per presentare adeguatamente una bottiglia poco nota, dovrebbe dare ai camerieri una adeguata preparazione, consigliando in modo intelligente il cliente.

Naturalmente questo passa dalla cultura enologica del proprietario, nel senso che la carta dei vini rispecchierà i suoi gusti, come è normale che sia.

Certo, mi pare strano che tutti i ristoratori romani abbiano gli stessi gusti, in fatto di vino.

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