Il condominio del vino

Il condominio del vino

Così come siamo un popolo di allenatori di pallone e di ministri del tesoro, stiamo diventando anche un popolo di vignaioli.

Ognuno ha la propria formazione, la propria teoria economica e, infine, il proprio metodo per fare il vino, io sono tra questi ognuno. Sto pensando però che dovrei diventare anche un mercante, un venditore, per saperne di più, ma il qualunquismo non vuole troppa sapienza.

Tanto per non girarci troppo attorno, che è piuttosto tardi e non ho più il fisico per fare le ore piccole, mi aggancio ad un post di Andrea Petrini su fB e ad un post di Enofaber sul suo blog, e vi consiglio di leggerli entrambi prima di continuare, se ne avete voglia, di leggere il mio.

Di vini naturali se ne sta parlando da parecchio tempo, alcune trasmissioni come Il Gastronauta ne danno risalto e fatti di cronaca spicciola recenti li hanno portati anche sui quotidiani nazionali.

Non ho invece dati dalle enoteche non specializzate in questa tipologia di vini, quanti ne vendano di un tipo e quanti di un altro.

La discussione tra produttori va avanti da parecchio tempo, con toni a volte più concilianti a volte meno, in funzione del vignaiolo che ha in quel momento il microfono in mano; ci sono quelli accomodanti, quelli che si interessano, quelli che continuano nella propria strada e quelli che non transigono.

Gli intransigenti ovviamente sono in entrambi gli schieramenti: i naturalisti puri e nudi che ‘Io i lieviti selezionati manco morto’ e gli industriali con l’archistar che gli disegna la cantina. In mezzo tutti gli altri, produttori che fanno vino più o meno buono, che hanno trovato una linea di vendita che consente loro di pagare fornitori e stipendi, o quelli che vanno in giro con il cornoletame anche in metropolitana.

L’assaggio però è la prova finale, direte voi, e si sente lì la differenza.

Giusto, ma l’assaggiatore da chi è stato formato, come ha imparato il metodo di degustazione, come ha creato il proprio metro di giudizio?

Io ho il mio, opinabile ovviamente, ma me lo sono fatto con vari assaggi e dopo molte chiacchierate con svariati produttori, senza dimenticare i tre semestri passati all’AIS. Da allora ho cambiato il modo di assaporare il vino ed ho cercato di togliere la parte tecnica e numerica della degustazione per lasciarmi prima di tutto coinvolgere dalla parte tattile, sensoriale, sensuale, della bevuta. Apprezzo i vini di chi non aggiunge, ma soprattutto apprezzo i vini di chi non toglie.

Così veniamo al post di Enofaber dove parla di vini sfusi: se si cerca un vino che sia non solo semplicemente potabile ma soprattutto dissetante e facile da bere tra amici, accompagnato da una semplice cucina fatta in casa, se si cerca un vino di questo tipo allora si può cercare benissimo tra i vini sfusi, rispettando la regola aurea della conoscenza dell’enotecaro e della fiducia che vi si ripone.

Non si può sempre avere un bicchiere di Barolo nel bicchiere, sia perché costa, sia perché spesso sarebbe sprecato. Il vino che si beve tutti i giorni non può costare 20€ a bottiglia o più.

Chiaramente è necessario stare attenti a quel che si beve, e qui subentra la conoscenza e la fiducia riposta nell’enotecaro che, non dimentichiamolo, ci venderà quello che ha in scaffale. Dunque girare per enoteche può insegnarci qualcosa sul mondo del vino, parlando con il negoziante e provando bevute diverse.

Si dirà che un vino a 3€ non può avere la qualità di uno che ne costa 20€; ovvio che no, se il prezzo della bottiglia da 20€ fosse realmente onesto.

La moda però è una gran brutta bestia, e man mano che i vini naturali hanno iniziato a prendere piede anche i loro prezzi sono saliti, spacciando a volte volatile non risolta come profumo di naturalità.

‘Ma non è mica così per tutti, anzi, la maggior parte sono vini ben fatti!’

Vero, ma non potrebbe esserlo anche per i vini industriali?

Invece di porci la domanda: questo vino è naturale o no, e quanto è naturale? non dovremmo chiederci se ci piace o meno?

E’ qui che entrano in campo gli intransigentii: chi sta da una parte dice degli altri che sono tossici, chi sta dall’altra dice che quelli lì fanno il vino che puzza. Purtroppo le voci più forti sono proprio quelle degli estremisti, mentre la gran parte degli altri produttori stanno silenti e muovono la testa da una parte all’altra, cercando di decidere se sarà più facile vendere il proprio vino abbracciando una fede oppure il suo contrario.

Nel frattempo il vino va venduto, e così si arriva al punto centrato benissimo da Nelle Nuvole, sempre su fB: bisogna pagare i conti, gli stipendi, tirar fuori un minimo guadagno, smenarsi per promuoverlo e venderlo, questo benedetto vino.

Le sfumature, tra le due ali estreme, sono infinite: chi aggiunge la solforosa e chi usa lieviti selezionati, chi decide di piantare chardonnay in Abruzzo e chi merlot nel Lazio, chi segue la moda bordolese e chi si sbatte per riprendere vecchi vitigni quasi scomparsi. Tutti costoro possono fare vini buoni e vini cattivi.

Personalmente tra le due fazioni io sono più vicino ai vignaioli che seguono la via naturale, ma capisco anche che non sempre questo è possibile, e che il vino naturale comporta un lavoro maggiore: anche per questo preferisco questa tipologia di vini, non tutti hanno le spalle abbastanza grosse per farcela.

Dopo molti assaggi ci si rende conto che alcuni vini sono costruiti come i mobili svedesi, e se un produttore riesce a fare ottimi syrah in Toscana, allora tutti a produrre syrah sulle colline del grossetano.

Sono le mode, esistono da sempre e sono dettate dal mercato, dagli esperti di comunicazione e dai formatori di consenso.

Probabilmente dovremo ricominciare, io per primo per carità, a prenderla più rilassata, la questione, ascoltando cosa hanno da dire produttori diversi, assaggiando i loro vini, e facendoci un’opinione propria. E questa opinione non dovremmo tenerla chiusa in una cassaforte per paura che si sciupi, ma indossarla notte e giorno, con il bello ed il cattivo tempo, per testarne la tenuta anche alle condizioni più avverse.

Ovvio che ognuno di noi metterà dei paletti oltre i quali non si va: il prezzo, l’annata, la bevibilità, la digeribilità, tanto per dare alcuni esempi, la tradizionalità dei vitigni usati, l’assenza delle forzature dei migliorativi a tutti i costi (che diamine c’è da migliorare in un Rosso di Montalcino, dico io?).

Però, forse è vero che oltre ad essere un popolo di ministri delle finanze e allenatori di pallone, colpevolisti ed innocentisti senza conoscere un che sia uno codicillo di legge, forse però è vero anche che siamo un popolo di condòmini.

Scarica gratis le note da Benvenuto Brunello 2012
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4 pensieri riguardo “Il condominio del vino

  1. Grazie per la citazione. Naturalmente il mondo del vino non si ferma alle pure questioni economiche, però ho l’impressione che a discutere sulla questione siano un po’ sempre gli stessi, come se l’argomento fosse già fuori moda e non così importante.
    Tu hai illustrato molto bene i vari aspetti, ma nessuno metterà la parola fine alla querelle, con la speranza che non si fermi ad un condominio ma allarghi gli orizzonti.

    1. Già. E’ che a me le guerre di religione proprio non piacciono, forse sto diventando vecchio e quindi cinico. Grazie del passaggio

  2. Per me si dovrebbe parlare di artigianalità e di agricoltura. Il vignaiolo deve essere sia un bravo agricoltore, sia un abile artigiano.

    Per artigianalità intendo l’aspetto umano del fare vino. Come in ogni attività, fare artigianato non significa solamente imparare una metodologia e metterla in pratica, si cadrebbe nella standardizzazione industriale, ma significa portare la propria ARTE, cioè la propria capacità individuale nel eseguire un lavoro, intesa banalmente come manualità, ma anche come capacità di interpretazione di e di elaborazione di un prodotto.
    Così possiamo trovare dei vini “naturali” ma poco artigianali cioè fatti seguendo un metodo freddo e schematico, senza la capacità del vignaiolo di apportarvi la propria individualità. Viceversa alcuni vini “convenzionali” hanno a monte una grande sapienza e sono il risultato di una grande capacità “artistica” e di una profonda sensibilità.
    Insomma, amo i vini artigianali perchè mi sembrano più vivi, più emozionanti e più comunicativi.

    L’altro aspetto è l’agricoltura. A me non piacciono le definizioni di “vino biologico” o simili. Io voglio capire che tipo di agricoltura viene usata in vigneto. Quindi guardo l’aspetto agricolo della cantina. Come vengono prodotte le uve. Quali cure, quali capacità il vignaiolo contadino mostra d’avere.

    Il grande vignaiolo per me è quello che riesce a conciliare bene entrambe le cose.
    Cose banali, già dette da molti, ma per me sempre più attuali.

    Per esprimere una preferenza, l’agricoltura biodinamica è quella che rende al vino una veridicità ed una freschezza del frutto, sia olfattiva sia gustativa, spesso senza eguali.

    Per quanto riguarda il vino sfuso faccio fatica a pensare ad un prodotto artigianale. Spezzo invece una lancia in favore del bag in box. In Francia è usato da numerose cantine per i medesimi vini venduti anche in bottiglia, e non gli scarti di produzione. Mi è capitato spesso che nelle enoteche mi facessero provare i vini dal bag in box per vendermi le bottiglie!!! Soprattutto zona Loira. Ci sono dei cabernet franc strepitosi in questo formato. Lo trovo il metodo migliore per la mescita e per il consumo quotidiano. Ottima conservazione ed integrità del vino, evitando così travasi spesso deleteri. la ristorazione, soprattutto quella dei pranzi di lavoro, dovrebbe utilizzare questi invece dei vini alla spina o di alcuni vinacci fatti da mosti pastorizzati venduti a 2 euro a bottiglia.

    1. Il consumatore medio, che poi è quello che compra il vino per la maggior parte delle volte al supermercato, tante cose non le sa. Non sa cosa sia biodinamico, crede che biologico sia non molto diverso dagli altri, e guarda quasi esclusivamente il cartellino del prezzo.
      Così, quello che tu dici non è banale, sebbene già detto da alcuni (non poi da molti, credo…), e mi trova d’accordo. E soprattutto è corretto sottolineare, come fai tu, il fatto che il vignaiolo è un agricoltore, e che è tutto il sistema agroalimentare a soffrire. Visto che il cibo ed il vino italiani sono sempre molto richiesti, quasi chiunque si improvvisa vignaiolo o contadino, portando poi all’estero prodotti inguardabili (immangiabili, imbevibili). Peccato che poi lo straniero, quando viene in Italia, spesso non trova, nei ristoranti e nelle enoteche, il vero mangiare e bere italiani, ma solo delle copie leggermente migliori di quello che ha comprato a casa sua.
      Grazie del passaggio, a presto.

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