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17 aprile, 2011

Il Nerello Mascalese

Acireale, Zafferana Etnea, Giarre, Mascali, Piedimonte Etneo, Linguaglossa, Randazzo

Anche solo pensare ai nomi di questi paesi fa venire alla mente il profumo delle arance e dei limoni, i colori delle bouganvillee e dei fiori gialli del fico d’india, il profumo salmastro del mare e quello minerale del terreno lavico.

Passeggiare per i vicoli, guardare i palazzi antichi e le chiese, i vicoli e le masserie, ascoltare le urla dei venditori al mercato o i sussurri di due donne che si scambiano delle confidenze, fa rinascere magicamente la storia e la cultura degli Arabi, dei Normanni, degli Spagnoli che combatterono per contendersi queste terre, e che da queste terre furono invece inesorabilmente vinti.

L’assedio di Màscali da parte degli abitanti di Calatabiano nel 1357 fu uno dei fatti più cruenti della guerra che contrapponeva la corona degli Angioini a quella degli Aragonesi. Giarre, la cui fondazione si fa risalire addirittura al VII secolo a.C. ad opera di alcuni esuli calcidiesi, prende il nome dall’arabo e significa ‘contenitore di terracotta’: la Giara, quella di Pirandello. Randazzo, dove nel suo palazzo reale soggiornò Giovanna Plantageneto, figlia di Enrico II di Inghilterra, e suo fratello Riccardo Cuor di leone, attorno al 1190; lo stesso palazzo fu la dimora dell’intera corte aragonese nel 1230 e l’imperatore Carlo V nel 1535. Piedimonte Etneo, costruito proprio alle pendici dell’Etna con il nome di Belvedere e rinominato da Ferdinando Gravina nel 1687, ha come santo patrono Sant’Ignazio di Loyola, che si celebra il 31 luglio, e come si vede questa volta, a differenza di Màscali, abbiamo un santo castigliano.

La storia ed i costumi di ognuno di questi posti potrebbe comodamente riempire un intero volume, di quelli polverosi da biblioteca. Al contrario, lo spettacolo che si ammira camminando lungo la strada statale che porta da Catania a Taormina, con i colori del mare a destra, e del grande vulcano, l’Etna, alla sinistra, il fuoco e l’acqua in eterna battaglia amorosa tra di loro, fa venire voglia di non entrare in alcun luogo chiuso per ammirare le dolci bellezze di questa zona.

Di notte, poi, il vulcano più alto d’Europa continuerà lo spettacolo con le sue colate laviche che risplendono nel buio circostante. Il territorio della piana dell’Etna possiede particolarità uniche, proprio grazie al vulcano che con le sue colate rinnova periodicamente lo strato superficiale; l’aria fresca proveniente dai suoi alti picchi aumenta lo sbalzo termico tra il giorno e la notte, dando modo alle colture che crescono nella pianura di fortificarsi e di prendere tutto il meglio di quanto proviene dal vulcano, e di quanto proviene dal mare.

Le radici si nutrono dei sali minerali del terreno mentre le foglie della vegetazione proteggono i frutti dal calore a volte estremo del sole, frutti che maturano vigorosamente sviluppando colori e profumi che li rendono non solo gustosi ma soprattutto belli da guardare, popolando di colore tutta la costa della pianura etnea.

Il miele di castagno di Zafferana, le salsicce ed il castrato di Randazzo, le granite di Giarre, i carciofi alla brace di Piedimonte Etneo, i funghi di Nicolosi e le mele di Pedara, le fragole di Maletto e i noccioleti di Sant’Alfio… sono solo alcune delle prelibatezze che il vulcano rende squisite. Sagre e manifestazioni religiose o semplicemente feste di piazza, popolano la vita delle città dell’Etna D.O.C., e non ci sarà nulla di meglio di una bottiglia di vino per accompagnare alcuni dei piatti tipici di questa regione.

Se ad esempio vi venisse voglia, dopo aver assaggiato un filetto di manzo con cipolle rosse (ad esempio quelle di Tropea), o anche una semplice minestra di ceci, potreste volerlo accompagnare con un calice di Nerello Mascalese, così chiamato perchè le prime coltivazioni comparvero nella pianura sottostante a Màscali, prima che fosse distrutta dal terremoto del 1928 e poi ricostruita più in basso.

Il Nerello Mascalese è un vitigno a bacca nera di ottima vigoria, che si vendemmia in genere tra la fine di settembre e la metà di ottobre, e regala un vino che se ben lavorato in vigna e in cantina riesce a regalare punte di eccellenza notevole, in particolare nella zona attorno a Randazzo;il Passopisciaro 2005 si è aggiudicato 95/100 sulla rivista The Wine Advocate di Robert Parker, risultando tra i 50 migliori vini dell’anno.

Si coltiva quasi ovunque ad alberello, ideale per proteggere le viti dalla siccità e dai venti forti provenienti dalle pendici della montagna. Ha una grande somiglianza con l’internazionale Pinot Nero, ma ha in più, dalla sua, la vigoria del sole e del mare che ai vini d’oltralpe certamente manca, e certamente di un terroir unico in Europa.

A seconda della posizione del vitigno, della bravura del contadino e della sapienza dell’enologo (Benanti e Cottanera, ad esempio), si hanno vini che profumano di mora e di amarena, di carruba e di tabacco, vini adatti sia all’affinamento in botte grande, dove svolgeranno una malolattica spontanea, che in barrique nuova; ma saranno ottimi anche i vini bevuti giovani grazie ai tannini freschi e mai polverosi presenti negli acini.

Per chi fosse interessato, rimando a questa ottima intervista di Luigi Salvo ad Andrea Franchetti, dell’omonima tenuta di Passopisciaro. Il Nerello Mascalese è un vino che ancora non risente delle mode o delle commercializzazioni spinte, che hanno invece portato un gran vino come il Nero d’Avola ad essere a volte quasi comune, e soprattutto possiede quella grande qualità che ogni vino, blasonato o meno, deve avere: deve far sentire dentro al calice tutta la storia ed i profumi del territorio, della sapienza contadina, del clima e delle tecniche di vendemmia. In altre parole, è ancora un vino che contiene in una bottiglia tutto il terroir della piana dellìEtna.

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