Il prestigio del vino


 

Esiste una cosa chiamata ‘prestigio del vino‘ ?

Secondo il sito Nova Cadamatre (che ho citato nel mio WWW numero 4) si, ed il vino sta perdendo il proprio.

Seguendo lo schema indicato dal post, cerchiamo la parola Prestigio nel vocabolario De Mauro online, scoprendo che la parola significa “reputazione che si acquista per le proprie doti o la propria fama; autorevolezza“.

Sicuramente il vino è uno dei prodotti principe del Made in Italy della tavola, siamo i primi produttori al mondo, le esportazioni vanno piuttosto bene, ed avere sulla tavola, specialmente all’estero, una bottiglia di vino italiano rende subito più preziosa la cena.

Dunque possiamo tranquillamente dire che il vino italiano gode di un buon prestigio, almeno internazionale.

Certo, ci sono varie sfumature di grigio, tra il bianco ed il nero. Le commissioni a volte mandano rivedibili per la Denominazione vini che si fa fatica a capire il perché, tanto che ormai i vignaioli più accorti non se ne preoccupano quasi più. Le IGT italiane, a differenza delle analoghe Vin de Pais francesi, sono sicuramente di un livello superiore. Piccoli e grandi scandali, o vere e proprie truffe, hanno minato la credibilità di alcuni produttori, e qui hanno una responsabilità le agenzie che dovrebbero occuparsi della comunicazione che fanno capo ai vari Consorzi. Le uve al contadino che non imbottiglia, vengono pagate sempre meno. Viene premiata la standardizzazione del prodotto commerciale piuttosto che l’artigianalità del vino. Tutte cose che di certo non fanno bene al prestigio del vino, o meglio al prestigio della sua immagine.

La cultura enoica in Italia è piuttosto scarsa, ma purtroppo la stessa cosa si può dire della conoscenza dell’Arte, o della Letteratura o della Musica, dove la scuola italiana è stata predominante praticamente dal Medioevo in poi.

Insomma, forse anche il Vino, come le arti di cui sopra, nonostante faccia parte della nostra storia, è poco conosciuto; o meglio, è ben conosciuto solo dagli esperti, mentre il volgo non va più avanti della conoscenza di Brunello, Barolo, Frascati, Nero d’Avola e pochi altri, almeno come nome, e qualche produttore di quelli più famosi.

Dunque, a mio modo di vedere, il vino non sta perdendo il proprio prestigio, ma piuttosto come tante altre cose, sta perdendo le proprie radici, la propria storia, una cosa che americani, sudafricani, australiani, non possiedono in grande quantità come noi.

I grandi produttori, che possono permettersi la pubblicità in televisione, o di comparire in trasmissioni su canali pubblici o satellitari, riescono a tenere vivo il ricordo del proprio nome nella massa del pubblico, ma tutti gli altri?

Chi abita in città, abituato a fare la spesa alla GDO ed entra in enoteca un paio di volte l’anno, ha una conoscenza del vino, della sua provenienza, del territorio, a dir poco approssimativa.

Va meglio chi abita nelle cittadine di provincia o addirittura in piccoli paesi, dove il vino porta l’etichetta di cantine a pochi km di distanza.

Il legame del vino con il territorio, sempre sbandierato come caratteristica regina, rimane molto spesso nella scritta in etichetta, in pochi hanno visto le Cinque Terre o la zona di Lugana, così come le colline avellinesi. In pochi conoscono le caratteristiche varietali di quei vini, ed ancor meno conoscono un po’ di storia delle zone dove quel vino è stato fatto.

Quel che mi lascia stupito è che, nonostante fiere del vino ve ne siano a decine su tutto il territorio nazionale, va a finire che ci si incontra sempre tra le stesse persone: l’enotecaro, il distributore, il ristoratore, il giornalista o, razza bastarda, il wine blogger.  Sempre le stesse facce.

Pubblicità su quotidiani, per radio, non parliamo di televisione, nemmeno a parlarne.

Le fiere, si dirà, servono per vendere il proprio vino, e quindi ‘preferisco che venga il proprietario dell’enoteca che mi compra almeno un paio di casse, piuttosto che il padre di famiglia che, al massimo, si porta via due bottiglie’.

Forse, allora, quel che manca è un evento popolare, una fiera aperta a tutti, con magari un paio di wine coach che girano per le sale per spiegare ed aiutare ad orientarsi anche chi, di vino, proprio non ne sa nulla.

E così magari smetteranno di comprare il vino a 1.65 al litro.

Wine Roland

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Sommelier tardivo, web-surfer d'antan, a metà fra l'analogico ed il digitale. Appassionato di tecnologia, osservo la Rete attraverso un buon bicchiere di vino.
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