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9 novembre, 2011

Il Sudafrica – II parte

Oggi il Sudafrica non è certo un paradiso: i quartieri periferici delle grandi città  sono spesso al centro delle cronache per atti di violenza tra etnie diverse, gli zulu, gli xhosa e i sotho principalmente, l’economia è ancora in mano alle grandi famiglie e banche internazionali.

Il Sudafrica, da sempre conosciuto come grande produttore di diamanti, è da qualche decennio diventato un importante esportatore di vino.

Possiede una superficie coltivata a vite di più di 100mila ettari, e nel 2009 ha prodotto 7,7 milioni di ettolitri di vino, di cui  4,8 bianco e 2,9 rosso.

Naturalmente niente a che vedere con i 47 milioni dell’Italia ed i 45 della Francia, ma comunque una produzione importante nel conto economico del PIL sudafricano; le esportazioni di vino pesano per circa il 2.2% del PIL.

Di questo vino inoltre ne viene esportata più della metà, per l’esattezza il 51% con 3,96 milioni di ettolitri divisi tra 1,65 bianco, 1,98 rosso e 0.33 di vini dolci e spumanti. (fonte: I numeri del vino)

L’Italia dal canto suo, ne esporta ‘appena’ 19,5 milioni di ettolitri, ossia il 41%.

Le etichette di vino sudafricano si trovano negli scaffali di ogni supermercato, ad un prezzo del tutto confrontabile con molti dei vini italiani.

Il vino sudafricano nasce per merito degli olandesi che sostituirono ben presto i portoghesi nella colonizzazione del paese nel XVI secolo; i mercanti olandesi erano presenti in forze nella regione di Bordeaux, in Francia, ed avevano frequenti contatti con i vignaioli bordolesi.

Storicamente il primo vino prodotto fu nel 1655 da Jan van Riebeeck, primo governatore di Cape Town, che iniziò a coltivare la vite nella zona di Città del Capo, probabilmente con scarsi risultati visto che risulta dalle cronache dell’epoca che era un vino di grande acidità e di tannino talmente elevato da “poter essere usato solo per irritare l’intestino”.

Nel 1679 arrivò dall’Olanda un nuovo governatore della città, Simon van der Stel, che si propose, grazie all’esperienza maturata in Francia, di migliorare la qualità della produzione vinicola nei suoi possedimenti ad eset di Monte Taffel, zona che chiamò Constantia, e che oggi è una delle zone vinicole più rinomate del Sudafrica.

L’opera del governatore fu di stimolo per la viticoltura sudafricana, e la coltivazione della vite si allargò alle zone limitrofe, Stellenbosch e Paarl.

In Francia, nello stesso periodo, il cattolico Luigi XIV revocò l’editto di Nantes che riconosceva i diritti degli ugonotti, ossia i protestanti francesi, che quindi decisero in massa  di lasciare il paese per andare in Olanda, dove la Compagnia delle Indie Orientali offrì loro grandi appezzamenti di terreno da colonizzare in Sudafrica; gli ugonotti si stabilirono nella zona conosciuta come Franschhoik, letteralmente “l’angolo francese”, una regione di grande bellezza che si adagia lungo il corso del Bergrieviers, con imponenti catene montuose a nord, a ovest e a sud.

Il clima fresco e le piogge frequenti rendono il posto estremamente favorevole alla coltivazione della vite, e gli ugonotti francesi portarono la loro esperienza nella produzione vinicola del Sudafrica.

Fu però solo nel 1778 che Hendrik Cloete riuscì a produrre un vino che sarebbe diventato famoso, il Cap Constantia. Questo era un vino rosso dolce, di vendemmia tardiva, fatto con uve Muscadel, sia bianca che rossa, Pontac, rossa, e Chenin Blanc, a cui si aggiungeva dell’alcol per poter essere trasportato senza danni in nave fino in Europa.

Era diventato un vino che teneva testa sia ai vini francesi che al dolce Tokaij ungherese, anch’esso un vino dolce, ma ottenuto da muffa nobile. Lo stesso Napoleone, in esilio a Sant’Elena, si faceva portare il vino di Constantia per alleviare la sua solitudine.

La guerra commerciale tra Francia ed Inghilterra apriva il mercato inglese ai vini sudafricani, che ebbero così uno straordinario successo.

Si sa, però, che i mercati basati sulle guerre sono momentanei, e così quando fu stipulato il trattato di libero commercio tra i due paesi europei, il vino sudafricano subì un grande tracollo, tanto che molti vignaioli smisero di coltivare la vite diventando frutticoltori o allevatori di struzzi, la nuova moda del momento.

Iniziarono così a crearsi i “migrant farmers”, contadini nomadi che viaggiavano per coltivare nuove terre e poter vendere i propri prodotti; è in questo periodo che venne coniato il termine “trek boer”, che indicava appunto gli agricoltori che si muovevano verso le nuove terre, o più semplicemente “boeri”.

La Compagnia Olandese delle Indie Orientali non vedeva di buon occhio i boeri, che a causa dei loro spostamenti erano poco controllabili e non potevano essere inseriti all’interno di una regione ben definita. La Compagnia tentò di identificare dei confini, ma i boeri non accettarono alcun tipo di imposizione, continuando così a viaggiare per tutta la regione e costruendo grandi aziende agricole in tutto il Sudafrica.

I boeri crearono delle repubbliche autonome in tutta la regione, come la Repubblica del Natal (1840), dell’Orange (1852) e del Transvaal (1856); gli inglesi, che avevano in parte occupato la regione iniziando a sostituire gli olandesi, si trovarono così chiuse gran parte delle strade di comunicazione, ed i frequenti scontri con i boeri portarono alla guerra Anglo-Boera (1899-1902). Nel 1910 fu costituita la Repubblica confederale del Sudafrica.

Nel frattempo, in agricoltura, oltre la sovrapproduzione a complicare le cose arrivò anche qui la filossera che distrusse la maggior parte delle vigne locali, e solo dopo molti sforzi si riuscì a debellarla; vennero piantante numerose vigne di uva Cinsault, e  si verificò una sovrapproduzione che fece crollare completamente il mercato del vino.

Alla fine della I Guerra Mondiale, nel 1918, venne fondata la cooperativa vitivinicola KWV (Ko-operatiewe Wijnouwers Vereiningung (!), con lo scopo di fornire servizi ai viticoltori e promuovere il commercio del vino sudafricano.

Furono fissate delle regole per quanto riguarda le rese, i vitigni e l’imbottigliamento, e se ciò va a merito dell’attività della KWV fino agli anni ’80, questo provocò anche un irrigidimento nelle pratiche enologiche, togliendo di fatto qualunque velleità innovativa ai produttori.

Negli anni ’90, con la fine dell’embargo economico ai danni del Sudafrica, la produzione ed il commercio poterono ripartire, con regole meno stringenti e lasciando ai singoli proprietari margini di manovra più ampi nella sperimentazione.

Fu introdotto un sistema di qualità sull’esempio delle denominazioni europee; il sistema prende il nome di Wyn van Oorsprong (WO), ossia vino di origine.

Non vengono fissati limiti di resa, nè norme sull’irrigazione o la concimazione, ma è più centrato sulle particolarità geografiche della produzione vinicola.

In etichetta così possiamo trovare la dicitura oorspong (origine), ward (distretto), oesjaar (annata) o cultivar (vitigno). Bisogna sottolineare che quando viene riportata l’annata in etichetta, non tutto il vino è stato prodotto nell’anno indicato, ma solo un minimo del 75%.

Inoltre dei circa 4500 produttori sudafricani, solo un centinaio vinificano ed imbottigliano i propri vini all’origine, e solo loro possono mettere in etichetta il termine ‘estate’ (proprietà).

2 Comments on “Il Sudafrica – II parte

[…] Il Sudafrica – II parte | Storie del vino […]

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[…] consiglio di leggersi gli interessantissimi post pubblicati su wineblog.it, DiWineTaste,  Storie del Vino  (con un prologo di natura storica) e il bel post di Manuela Manzotti su Racconti di […]

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