Il vino del Libano, il popolo e i vignerons

Il vino del Libano, il popolo e i vignerons

Quanto è successo il 4 agosto a Beirut ha lasciato rattristati e sgomenti anche i molti appassionati del vino del Libano. Tutti quelli che, come me, hanno avuto modo di conoscere almeno uno o due produttori libanesi, penso si siano sentiti vicini alla gente di Beirut.

Ho aspettato un po’ prima di scrivere qualche riga in merito, ma non avendo bottiglie della valle della Bekka, la regione dove si produce il vino, l’unico modo era scrivere. Ho letto qualche articolo in giro, ho riletto alcune mie note di degustazione, le trovate qui.

Il Libano è probabilmente stato il posto da dove sono partite le prime navi con anfore di vino alla volta dell’Europa, salpando dai porti di Tiro e di Sidone. Forse le viti erano arrivate da Babilonia, più o meno dove è adesso l’Iraq, dove governava Gilgamesh. Il Libano fa parte della storia del vino, ed il commercio del vino è nato dai trasporti dei Fenici. Grazie a loro è arrivato in Grecia, e da lì a Roma.

Il Libano ha attraversato periodi davvero oscuri. Negli anni ’60 era chiamato la Svizzera d’Oriente, era un paese ricco, molti portavano di nascosto i propri soldi nelle banche di Beirut. Ricordate la storia di Felice Riva, imprenditore che nel 1970, dopo la bancarotta della sua azienda, fuggì proprio in Libano.

La guerra civile degli anni ’80 ha messo fine a tutto, il paese non si è mai più risollevato, sempre in bilico fra razzi provenienti da ovest e fondamentalismo proveniente da est.

Anche i vignaioli libanesi sono dei sopravvissuti, al pari di tanti altri che si barcamenano per tentare di fare una vita dignitosa. Molti di loro hanno studiato in Francia, e lì hanno imparato a fare il vino. Le uve locali, i bianchi di Obeedeh e Merwah, i rossi di Cabernet Sauvignon e Cinsault, crescono sulle pendici di altopiani alti anche oltre 1000 metri. Il caldo del giorno viene mitigato dal fresco notturno, conferendo particolare acidità; il terreno ricco di minerali, li irrobustisce. Il Libano produce solo 10 milioni di bottiglie l’anno, niente nel mercato mondiale. Ma è vino fatto con attenzione alla naturalità, alla semplicità.

Sono vini gentili, come gli occhi di Gaston Hochar, probabilmente il vigneron più famoso del Libano, morto nel 2015, che ho conosciuto ormai 10 anni fa ad una degustazione a Milano, insieme a Sandro Sangiorgi. 

Oggi, il popolo del Libano è nuovamente in ginocchio, ed era già piegato dalla guerra e dalla corruzione continua. È una tristezza, per chi conosce questi vini, sapere che oggi i libanesi avranno altri problemi che non quelli della produzione vinicola. 

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