Il vino, il genio e la follia – Charles Bukowski

bukowskiQui, credo di essere entrato in un vero ginepraio.

Già, come si fa a scrivere un post su Bukowski (Andernach 1920 – San Pedro 1994) senza essere banali, sempliciotti o necessariamente brevi? Un post che colleghi Bukowski ed il vino, siamo seri, non è una cosa da fare. Non io, almeno.

Beh ok, non so, io lo faccio lo stesso, tanto Quello che mi importa, è grattarmi sotto le ascelle” (titolo dell’intervista del 1980 di Fernanda Pivano a Charles Bukowski)

Bukowski in effetti non era un alcolista, era semplicemente uno scrittore composto per un terzo da genio, un terzo da alcool, un terzo da stronzaggine assoluta.

Beveva praticamente di tutto, o meglio, tutto quel che riusciva a bere con i pochi dollari che gli rimanevano in tasca, e quindi soprattutto vino e birra.


Ecco il problema di chi beve, pensai, versandomi da bere. Se succede qualcosa di brutto si beve per dimenticare; se succede qualcosa di bello si beve per festeggiare; e se non succede niente si beve per far succedere qualcosa. (Donne, 1978)


Lavorò un po’ in giro, anche in un ufficio postale, ma durò ben poco visto che “…lavorare rinchiuso lì dentro” lo intristiva e lo faceva sentire stupido.

Il suo primo bicchiere di vino lo bevve a 14 anni, il suo primo racconto lo pubblicò a 24, nel 1944. Poi più nulla di scritto per dieci anni, ma l’alcool continuò a far parte della sua vita, tanto che nel 1955 dovettero ricoverarlo per un’ulcera perforante dopo essere andato quasi in coma etilico in un’epica sbronza con la sua compagna, Jane.


Accavallò le gambe e si tirò su la gonna. Si può andare in paradiso anche prima di morire

 

(Taccuino di un vecchio sporcaccione, 1969)


Appena dimesso iniziò a scrivere poesie, si sposò con Barbara Frye,  l’editrice della rivista Harlequin che aveva pubblicato qualcosa di suo, poi divorziò e riprese a vagabondare, tornò a lavorare nell’archivio della US Mail nel 1960.

Inquieto, ma questo si dice di tutti gli artisti, ché non si vede mai un artista che fa una vita tranquilla, almeno non negli anni ’50 negli USA; il punto di svolta fu la morte di Jane, e questo episodio tragico tolse il tappo alla bottiglia che conteneva le sue poesie, i suoi racconti, tutti i suoi sentimenti, in fondo.


La differenza tra dittatura e democrazia è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in dittatura non dobbiamo sprecare il nostro tempo andando a votare.


Politicamente si barcamenò un po’ a sinistra, ma non era molto attratto dalla politica. L’FBI lo arrestò prima della fine della guerra per non essersi presentato al distretto, ma alla visita medica lo riformarono. Praticamente si fece gli anni dal ’40 al ’45 quasi sempre ubriaco.

Nel ’69 ebbe un ingaggio dalla rivista Black Sparrow per 100$ al mese, ed iniziò il suo romanzo biografico, anzi uno dei suoi romanzi biografici, Post Office (1971):

Avevo solo due alternative – restare all’ufficio postale e impazzire… o andarmene e giocare a fare lo scrittore e morire di fame. Decisi di morire di fame.

 

Ebbe donne, molte. Ne era quasi ossessionato, inquieto anche in questo in una ricerca che conduceva sempre alla stessa inevitabile conclusione, l’abbandono.

Nei suoi racconti e nelle sue poesie, descriveva la sua vita con loro senza preoccuparsi di limare il linguaggio, di renderlo meno esplicito. La morale cambia, non è un assoluto, ma certo che Donne può essere considerato ‘spinto’ anche per noi qui nel terzo millennio.

bukowskiBukowski è leggendario, lui ed il suo pseudonimo Chinaski, un bohemien del XX secolo, niente avventure alla Hemingway (che lui adorava), ma quasi esclusivamente vita dissoluta e frammentata, senza neanche la classe di un Fitzgerald.

Eppure maledizione, voglio dire, a chi è che non piacerebbe, a chi non è mai venuto in mente una volta, chi non ha mai pensato almeno una volta nella propria fottutissima vita di vivere un pezzo delle storie di Bukowski? Anche quella dell’impiegato delle Poste andrebbe bene, almeno per un po’, e all’altro capo della storia quella del coma etilico.

Ma un pezzo di quella raccontata in Storie di Ordinaria follia (1972) forse si, quando scriveva racconti per un giornale underground (Open Pussy, guarda un po’…) e fu chiamato da un qualche direttore del dipartimento postale che, gli fece capire, sarebbe stato meglio non avesse scritto.


Il vinaio avanzava tredici e settantacinque, più le dodici birrette, più le sigarette e i sigari. L’ospedale conteale di Los Angeles avanzava da me 225 dollari. Allo sporco giapponese dovevo 70 dollari. E poi c’erano altre piccole fatture da pagare. L’abbracciai stretta stretta, e lei a me, le pareti ci si stinsero addosso.

Che chiavata, ragazzi


O magari quella di Nick Belane, l’investigatore più dritto di Los Angeles, descritto nel romanzo Pulp. Una storia del XX secolo (1994, postumo), con le sue scuse per rimandare le cose da fare e potersi poi compiangere durante la caccia a improbabili criminali e personaggi inquietanti, che muore divorato dall’enorme Passero col becco giallo.


La maggior parte della gente era matta. E la parte che non era matta era arrabbiata. E la parte che non era né matta né arrabbiata era semplicemente stupida.


Il vino fu per Bukowski il naturale completamento della sua vita sregolata, è raro trovare più di un paio di pagine di qualche suo romanzo o racconto dove non compare una bottiglia di vino.

E coperte solo dalle pagine, le sue donne; basta sfogliare un suo libro per vederle spogliate..

Prendere, usare, consumare, addormentarsi; se poi sono donne o bottiglie o la vita poco importa; rendersi conto di essere circondato da stupidi non significa credersi più intelligenti. Significa solo saper vedere la stupidità, tutto qui.

“….

Be’, dice la morte, passandomi accanto,
ti prenderò comunque,
non importa quello che sei stato:
scrittore, tassista, pappone, macellaio,
paracadutista acrobatico, io ti
prenderò…
okay, baby, le dico io.
Adesso ci beviamo qualcosa insieme
mentre l’una di notte diventano
le due
e lei solo sa
quando verrà il
momento, ma oggi sono
riuscito a fregarla: mi sono preso
altri cinque dannati minuti
e molto di
più. “

(La morte si fuma i miei sigari)

Strano, questo post, e neanche tanto buono, no?

Io ve lo avevo detto, però non potevo, davvero non potevo non scrivere qualcosa, qualsiasi cosa, su Charles Bukoswski per la mia rubrica sugli Scrittori Alcolici.

Vi lascio, spero vi sia venuta voglia di rileggervi una poesia o un capitolo o due di qualche suo libro, magari da Donne:

Singhiozzavo. Le lacrime scorrevano come vino. Non riuscivo a smettere. Metà di me era sincera, l’altra metà andava per i cazzi suoi

 

Wine Roland

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Sommelier tardivo, web-surfer d'antan, a metà fra l'analogico ed il digitale. Appassionato di tecnologia, osservo la Rete attraverso un buon bicchiere di vino.
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