Intorno al Natale: il racconto

Intorno al Natale: il racconto

“Perché il tempo ci sfugge, ma il segno del tempo rimane”. (F. Bianconi/Baustelle, Le Rane).

 

Il 12 e il 19 dicembre scorsi Emanuele Giannone ha tenuto a Bocca di Dama “Intorno al Natale”, due serate di degustazione e abbinamento ispirate alla cucina natalizia. Questa è la prima parte del racconto, decisamente off-topic. La seconda, centrata sui vini degustati, sarà pubblicata prossimamente

Questa storia appartiene a Bocca di Dama: Amalia, Elisa, tutte le altre. Soprattutto è di Rosy, che sente il soffio della storia e le sue voci; o forse, se preferite, le sue fiabe, ma la distinzione non serve a nulla: perché i personaggi delle fiabe possono sì appartenere al passato, alla fantasia, più che alla nostra vita, ma queste determinazioni d’appartenenza sono inutili: nelle fiabe, infatti, è sempre più importante quello che fanno i personaggi che non  chi sono i personaggi. I personaggi che vi racconto, quello che fanno, potreste anche liquidarli come frutto d’invenzione. Tanto non servirebbe a nulla.

Questa è la storia. La degustazione seguirà, un’altra volta.

 Se uno di voi, intorno al Natale, si fosse trovato a girellare per San Lorenzo, immerso in quei pensieri fuori luogo, salvifici, renitenti a vetrofanie e luminarie, potrebbe aver fermato il passo distratto davanti a due vetrine di Via dei Marsi, accarezzato all’improvviso da una luce più tiepida e da profumi adescatori.

Era proprio intorno al Natale, le vetrine erano quelle di una bottega che ha preso il nome a un dolce, e insieme al nome il gusto, il fascino, il senso di meraviglia che appella al nostro fondo più fanciullesco: Bocca di Dama. Nessun plagio, ché là dentro operano proprio mani di dame e proprio a impastare, sfornare, guarnir dolci per gli avventori distratti e per quelli avvertiti, per chi è capitato lì per caso e per chi, già accattivato, vi fa ritorno.

Se uno di voi, sempre intorno al Natale, si fosse trovato a incrociare quelle vetrine nei due lunedì precedenti la festa, dietro quelle avrebbe visto vivere una compagnia varia e vociante, un viavai di calici e bottiglie e piatti e guantiere; e un tipo, di spalle perché rivolto al convivio, con un calice in una mano, l’altra impegnata in cenni poco comprensibili per chi, come voi, lo guardava da fuori, ma forse più chiari, così almeno si spera, per chi sedeva dentro e lo ascoltava, o lo ignorava in parte per ascoltare i racconti dei vicini, o scrutava nell’ennesimo calice svuotato e ignorava oramai tutto il resto.

Questo, a mezza sera.

Più tardi, di presso alla mezzanotte, chi di voi si fosse trovato a girare l’angolo con Via di Porta Labicana,  proprio sotto la targa marmorea di Papa Clemente, avrebbe visto la compagnia ridotta a poche persone, finalmente più rilassate, assise allo scompiglio della tavola grande; stanche e sazie dopo aver consumato una colazione operaia, quella che per i lavoranti segue i turni serali o saluta quelli di notte. E forse, nel silenzio dell’ora più tarda, attraverso la grata del lucernario avrebbe sentito quelle due voci di popolani rincorrersi nel sottoscala: “Oddìo, e i maccheroni?” – e l’altra: “Tocca fa’ presto, prima che riscendono!”.

Peccato, solo, che nella confusione delle ore precedenti nessuno di voi, neanche con tutta la buona volontà, passando anzitempo davanti alle vetrine, avrebbe potuto sentire tutte le parole di Olimpia e Felice, gli ospiti del sottoscala, che in realtà andavano parlando da molto, molto prima. Peccato.

Affinché non cada inaudito, proviamo a raccontarvi noi quel dialogo. Intanto, vi sarà utile sapere che quella sera, era di lunedì, alla conta dopo la cena era mancata una bottiglia.

 “E mo’ che è ‘sto tintinnio?”.

“Boh! Dice che mo’ se beve pure, quarche vorta. Er vino. A Feli’, lo sai: a me me manca ‘n goccetto de vino, ogni tanto…”.

“A me me manca er sole”.

“Er sole! Me vie’ da rìde! Ma nun t’aricordi che co’ sto popò de muro romano quanno volevi pijàllo te toccava annà ar parco?”.

“Ridi, Oli’? Ma che te ridi! Perché intanto stamo mejo qua, ner sottoscala…”.

“Io ce sto bene. Certo, nun è come casetta nostra…ma ste persone  so’ gente  ammòdo, gente educata…”.

“Eh, casetta nostra! Se la semo goduta poco. Via dii Enotri se n’è ita cor primo grappolo. Io ciò avuto tempo de vedelli l’uccellacci, mentre corevo qua. A diecine. Ce so’ corso apposta fino a Via dii Marsi, a fa’ tèra pe’ ceci! Maledetto er dieciannove de lujo, maledetti l’americani, maledetto Gibson…”.

“E basta, Feli’, stai sempre co’la testa ar dieciannove de lujo,l’americani…famo che mo’ basta, è ita così,  datte pace. Mo’ stamo qua sotto. E poi a Via dii Enotri, a casa nostra nun c’era er gabbinetto.”.

“Vabbè, Oli’,come te pare. A me però me manca er sole…”.

“…a me me mancheno l’amiche der pastificio, i balli, er tranve de notte che t’ariportava a casa…”.

“…i maccheroni, le partite de pallone, la bisca, er circolo teritoriale…”

“…i vestitini belli che cuciva Sora Assiamira, l’abbruzzese. Ciaveva pure ‘na sorella, co’n nome strano, campagnolo…”

“Vienna, se chiamava. Bella, era bella, ma seria!”.

“Felì, te sei fatto triste?”.

“A sta’ sempre qua sotto, co’ st’ummido, me pijo i reumatismi. Oli’, a pensa’ ai maccheroni m’è venuta fame: ma du’ maccheroni n’sii potémo còce?”.

“I reumi, ringrazia iddìo e bacia pe’ tèra, nun te ponno venì più. I maccheroni… certo, è ‘n po’ che nun se magna…”.

“Ecco. Si nun se potemo còce manco ‘n piatto de maccheroni, allora era mejo casa.”.

“Stai sempre a fa’ lagne. E vabbe’, si te fanno vija fàmoseli. Ma però tu nun sta a fa’ sempre er grugno. Stamo bene, mejo de tanti. Pensece, Feli! Ce poteva tocca’n sorte de fini’ sotto ‘na lavanderia, come la Sora Italia co’i rigazzini; o sotto ar deposito der rigattiere, de ‘no stagnaro…oppure come a Cataldo er pujese, sotto ‘n ateliè moderno, ’na ginserìa. Rumore, zozzeria e robbaccia cucita male. Qua profuma de farina e burro, viene la gioventù, vengheno pure i rigazzini…”.

“Sarà. Che te devo di’. A me però me manca er sole. E i maccheroni pure”. 

“Beh, mo’ che le signorine se so messe a traffica’ cor vino, quello arméno ce l’hai, si lo vòi…”.

“E allora annamo!  Oggi so’ sessantott’anni e mezzo pari pari dar bombardamento…”.

 “Dar trasloco, Oli’, er trasloco! Domineddio nun te lo vo’ métte ‘n testa…”.

“…come te pare, Oli’, però famo festa. Ce sta er vino, i maccheroni pure: se ne famo due e li bagnamo co’n fiasco.”.

“Famo festa. Vado a métte su la pila dell’acqua.”.

 “Va’, va’! Io do n’occhiata qua ‘n torno. Fàmme véde. Questo è bianco. Nun è de Frascati. Allora è robba da femmine. Questo frizzica, nun me piace. Questo è rosso…rosso de Scànsano…Oli’! A questo pare che lo scànseno… che dici, lo potemo pija’ noi? Olì! Olimpia! Me senti?

“Che voi?”.

“Ma che posto è Scànsano?”.

“E che ne so! Però, si lo scanseno, allora pijamoselo noi.  È da butta’, nun è peccato. Sinnò era rubbato…Oddìo, e i maccheroni, e l’ajo, e l’ojo?”.

“Che domineddio ce perdoni, quelli li pijamo. Che vòi che sia, manco se n’accorgono. Daje Oli’, apparecchia, e scàlla pure l’ojo co l’ajétto. Tocca fa’ presto, prima che riscendono!”.

Al piano superiore si spengono le luci, vengono scambiati i saluti e gli auguri. Siamo intorno al Natale. Un giro di chiave, poi le serrande si abbassano e cala il buio.

“Felì, erano boni? Te so’ piaciuti?”.

“Boni, boni. Forse ‘n filino sciapi.”.

“…e quanno te manca er sole, e quanno te manca er sale…”.

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