Il vino della solitudine – Irene Némirovski

Il romanzo di Irene Némirovsky  (Kiev, 11 febbraio 1903 – Auschwitz – 17 agosto 1942) si muove temporalmente attraverso la Prima Guerra Mondiale, la Rivoluzione Russa ed il periodo immediatamente successivo, quando lo sviluppo economico fu tumultuoso ed incontrollato, portando modernità nelle città europee e preparando il mondo alla crisi delle borse del ’29.
Eppure, di tutti questi avvenimenti, ben poco viene descritto ne ‘Il vino della solitudine‘, come se la storia del mondo fosse ben poca cosa rispetto a quella personale della bambina senza l’amore della madre.
L’autrice, nel romanzo impersonata dalla piccola Helene, racconta solo del rombo di cannoni in lontananza, di passi pesanti di soldati e di viaggi per raggiungere città sempre più isolate dove il padre conduceva moglie e figlia, accompagnate da un piacente e giovane cugino, amante della madre, per allontanarsi dalla guerra.

L’unico accenno alle vicende della Rivoluzione di febbraio è l’episodio della morte della sua amata balia Rose, una delle scene che più rimangono agli occhi del lettore, almeno ai miei.

Per il resto, assembramenti di uomini che parlano, capannelli di soldati e qualche bandiera, nient’altro.

Irene Némirovski e la sua solitudine

La guerra si intravede  nel racconto del periodo in cui le due donne ed il cugino andarono a vivere in uno sperduto villaggio della Finlandia, in un albergo riempito da rappresentanti dell’alta borghesia, banchieri ed affaristi che continuavano, scrive la Nemirovsky, a fare affari tra loro e vendere e comprare proprietà che, forse, ormai non esistevano nemmeno più, quasi a non perdere l’abitudine alla contrattazione. Il tono è quasi distaccato nel descrivere questi personaggi.
E’ proprio qui, in questo albergo disperso nella neve, che Helene scopre il suo potere di donna un giovane uomo sposato, tirando il filo, sperimentando le sue arti, aggiustando il tiro, decidendo di usare il proprio fascino per vendicarsi della madre, Bella.

 


Il libro è l’autobiografia dell’infanzia dell’autrice, con un padre a cui era affezionata ma quasi sempre assente ed una madre che, come dice la piccola Helene, ‘non era adatta a fare la madre’.

Una donna fredda, a cui tutto di quanto faceva la figlia dava noia e fastidio, che vedeva la figlia esclusivamente come un peso ed un impedimento ai suoi molti amanti,  soprattutto al suo ultimo, il cugino che era andato ad abitare da loro.
Da un’infanzia infelice non si guarisce mai‘, diceva spesso di se. Nel libro Irène fa dire ad Helene della madre: ‘…vecchia, ormai, dovrà accontentarsi del marito e della figlia. Forse un giorno avrò una madre come tutti gli altri.
E’ già all’inizio del libro che si comprende l’atmosfera che regna nella casa, l’indifferenza ed il fastidio con cui la madre tratta la bambina, in una scena in cui Helene è seduta a tavola rigida, composta, in silenzio, per paura che un qualunque suo gesto possa far indisporre la madre intenta all’importante occupazione di sfogliare una rivista di moda.
Quella che era una bambina, durante il romanzo diventa una ragazza di diciotto anni che capirà di avere un grande potere e si domanderà come usarlo contro la madre, ma cercando di non diventare come lei.
E’ qui che nasce il titolo al romanzo: la solitudine  fisica e dei sentimenti, imposta dalla madre che non vuole tra i piedi la figlia per poter incontrare il suo amante, e poi quella ‘aspra ed inebriante’ come il vino di quei tempi, scelta infine dalla ragazza  per evitare di diventare come lei.
Irène Némirovsky morì deportata ad Auschwitz nel 1942; pochi giorni prima di essere arrestata scrisse la dedica a Il vino della solitudine: “di Irene Némirovsky per Irene Némirovsky“.

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Sommelier tardivo, web-surfer d'antan, a metà fra l'analogico ed il digitale. Appassionato di tecnologia, osservo la Rete attraverso un buon bicchiere di vino.
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