La donna più spiritosa di New York: Dorothy Parker

Non è semplice cercare di scrivere qualche riga che possa riassumere la vita di Dorothy Parker (Long Branch, 22 agosto 1893 – New York, 7 giugno 1967), scrittrice di poesie e di racconti, autrice della sceneggiatura della prima versione di E’ nata una stella (1937) con cui prese anche la nomination agli Oscar.

Non è semplice per via della sua irrequietezza, che la spinse da ragazza a lasciare la famiglia per andare a vivere da sola, scrivendo poesie e diventando poi articolista per Vogue.

Non è semplice per la complessità della sua vita e dei suoi amori, per il sudario di spiritosaggini velenose in cui si nascondeva e per la solitudine di cui soffriva.

Si sposa nel 1917 con Edwin Pond Parker, e rimarrà sempre con il cognome da sposata anche dopo il divorzio. Si risposa nel 1934, divorzia nel 1947, si risposa con lo stesso secondo marito nel 1950 e rimarranno più o meno insieme fino alla morte di lui nel 1963.

Durante gli anni ’20, Dot (come veniva chiamata), frequenta la Tavola Rotonda dell’Algonquin, una compagnia di scrittori e commediografi che si ritrovavano nella hall dell’hotel Algonquin, a New York.

Tavola Rotonda Algonquin
La Tavola Rotonda dell’Algonquin: in senso orario Art Samuels, Charlie MacArthur, Harpo Marx, Dorothy Parker e Alexander Woollcott

Carattere indipendente, si battè sempre per i diritti delle minoranze, in particolare di colore; partecipò alle marce di protesta contro l’arresto e la condanna di Sacco e Vanzetti.

La sua scrittura iniziò a diventare sempre più ironica e tagliente proprio in quel periodo, quando Dottie era conosciuta per essere la “ragazza più simpatica di New York“, mentre quasi in modo dissonante i suoi poemetti ed i racconti brevi erano imbevuti della sua malinconia e del suo sarcasmo, diretto quest’ultimo in particolare verso la vita della middle class di New York, della quale cercava di trovare sempre il lato più oscuro e non patinato.

La sua vita fu un disastro, come ormai sanno tutti: il suo talento lo sperperò come una persona troppo ricca e irresponsabile sperpera il suo patrimonio. (Fernanda Pivano, prefazione del 1984 a Il mio mondo è qui, Bompiani Editore)

L’alcool ebbe presto una parte distruttiva nella sua vita, fatta di poesie, relazioni sentimentali poco fortunate, lavori saltuari e successi fenomenali; alla fine della sua vita era ormai alcolizzata e quasi cieca.

I suoi inizi come scrittrice a Vogue e Vanity Fair non dovettero farle molto bene al morale, ma le permisero di entrare nella vita della media borghesia newyorkese. Scrivere di vestitini svolazzanti e piumati cappellini non era adatto al suo animo, ed il suo sarcasmo, le poesie taglienti ed i racconti distruttivi del life style dell’epoca nacquero proprio da questa esperienza, oltre a consentirle di conoscere i più importanti scrittori e giornalisti dell’epoca.

Le sue prese di posizione contro il razzismo, che combattè fino alla fine della sua vita, la resero temuta dall’establishment di New York e solo il suo spirito acremente spiritoso le evitarono di essere messa al bando dalla società, ma negli anni ’50 fu inserita nella lista nera di Hollywood per le sue chiare prese di posizione contro il razzismo ed il potere della media borghesia.

Only, for the nights that were,
Soldier, and the dawns that came,
When in sleep you turn to her
Call her by my name

Solo, ti chiedo per le notti che furono,
Soldato, e per le aurore che vennero,
Quando nel sonno ti giri verso di lei,
Chiamala con il mio nome
(1944, dedicata al marito Alan, militare in Europa)

Di lei è rimasta l’ironia feroce e le sbronze tristi, l’anticonformismo, i divorzi, i tentati suicidi, la desolazione e la solitudine. Quella è tutta roba sua, in forma di racconto o poesia ma non di romanzo, come se troppe parole fossero inutili.

« Razors pain you; Rivers are damp;
Acids stain you; And drugs cause cramp.
Guns aren’t lawful; Nooses give;
Gas smells awful; You might as well live »

« I rasoi fanno male; i fiumi sono freddi;
l’acido macchia; i farmaci danno i crampi.
Le pistole sono illegali; i cappi cedono;
il gas fa schifo. Tanto vale vivere… »

(Resumé, 1926)

Nella sua raccolta più celebre, Eccoci qui (After Such Pleasures, 1929), troviamo dieci racconti brevi che ci mostrano con quale sferza trattasse i comportamenti dei benpensanti dell’epoca, comportamenti uguali a quelli di qualunque altra epoca per altro, come li prendesse ferocemente in giro per la loro puzza sotto il naso e per il loro conformismo.

Il 21 febbraio del 1925 esce il primo numero di The New Yorker, a cui Dottie collaborò insieme a scrittori del calibro di J.D. Salinger e F.Scott Fitzgerald; i partecipanti alla Round Table dell’Algonquin non sono però molto entusiasti del prodotto editoriale, considerandolo una pubblicazione con poco avvenire.

Bella bionda pensava sempre al giorno in cui avrebbe potuto smettere i tacchi alti, tutto quel ridere, l’ammirare o far divertire qualcuno. Come riuscirci?

Nel 1929 esce il suo racconto più celebre, The Big Blonde (Una bella bionda) che le farà vincere il premio O. Henry per le novelle in concorso. Il personaggio di Hazel Morse, la bionda del racconto, è fortemente autobiografico,  non solo per il tentativo di suicidio che Hazel tenerà così come fece per almeno tre volte Dorothy, ma soprattutto per le riflessioni sulle maschere che ognuno, in società, è costretto ad indossare.

E la bionda del romanzo, proprio come Dottie, cerca l’amore fisico e passionale quasi come il respiro, abbandonandosi ad amanti improbabili e mariti lontani. Come Hazel, anche lei nasconderà il proprio cervello dentro cappellini da decine di dollari, vivendo in una ‘perenne nebbia alcolica’ pur di seguire il marito che poi, infine, abbandonerà Hazel per noia.

Verrà ritrovata morta nel suo appartamento a causa di un infarto, nel suo testamento lasciò tutto alla fondazione Martin Luther King, che poi divenne la NAACP (National Association for the Advancement of Coloured People), e 21 anni dopo la sua morte reclamò le ceneri della scrittrice per custodirle in un giardino a Baltimora.

Scrisse da se l’epitaffio che compare sulla sua tomba: Scusate la polvere.

Wine Roland

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Sommelier tardivo, web-surfer d'antan, a metà fra l'analogico ed il digitale. Appassionato di tecnologia, osservo la Rete attraverso un buon bicchiere di vino.
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