La Trinacria al Cavalieri Hilton di Roma

La Trinacria al Cavalieri Hilton di Roma

Le donne siciliane sono graziose.

Hanno un non so che di riconoscibile, come una personalità di frontiera stampata sul viso. Una forza silenziosa e un po’ greve che colora la pelle e piega le labbra, soprattutto in quelle nord occidentali. E un modo di muoversi che si intona col resto del mondo, ma senza appartenervi.

Più che belle, le zite sono orgogliose.

Sarà perché trapiantate nella capitale, ma quelle di “Vini, territori e donne di Sicilia”, lo scorso lunedì 20 giugno all’Hotel Rome Cavalieri – davvero “romano”, di quella Roma cantata di “marmi, fontane e potere” – di isolano avevano ben poco.

Persino l’accento tradiva una continentalità da merchandising mitteleuropeo, impoverito (si fa per dire) di quel tocco caricaturale che tanto piace e tanto contribuisce a distinguerle da noi dello stivaletto. Tutte insieme appassionatamente al grido di «le donne degustatrici sono migliori degli uomini!», che, sarà anche vero, ma certo un maschio formato AIS capace di tale emancipata saggezza avrebbe pur dovuto accorgersi che il gentil sesso reclama, e già da un po’, di non gareggiare per genere.

Ma tutto ciò ci piace.

Ci piace il movimento femminile del vino, la radicale tendenza ad autocompiacersi per i buoni propositi da gallina Maddalena e la freudiana ascesa della nuova domina. Poco importa se qualche giornalista (Facci dixit) rimane convinto che, a parità di curriculum, è sempre preferibile assumere un uomo: noi siamo diverse. E facciamo un vino diverso.

E allora, per sconfessare i nostri pregiudizi da no global e, lo ammettiamo, per quel pizzico di autolesionismo che ci contraddistingue, i grandi nomi li assaggiamo tutti.

Capiamo ben presto perché, a tre ore dalla chiusura della manifestazione gli astanti sono già visibilmente ubriachi.

Tra uno spintone e l’altro, scappano generazionali consigli sulla conservazione della specie (rivedibili, visti gli scarsi risultati della chirurgia plastica esibiti), seguiti da tentativi di abbordaggio mascherati da spirito didattico e di condivisione (oltre alla solforosa c’è di più, verrebbe da fischiettare). Diverso, forse, perché non c’è.

Come quell’isola altrettanto famosa, nascosto, hic et nunc, da nuvole di brochures e da vecchi capitani firmati D&G.

Rimane una lieve voce fuori dal coro. Ricordiamo con piacere, e con quel poco di lucidità ancora viva, l’Oblì di Enza la Fauci, schietto e gustoso come l’affascinante produttrice, la quale ci ha parlato del suo lavoro con gioia e fiera semplicità.

La fimmina è cumu li muluna: ‘mmezzo a centu, ci ‘nn’é bona una.

Il che, vale sempre la pena.

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