Naturalmente barrique

E’ interessante l’articolo sul Gray Report riguardo i vini naturali e le barrique francesi.
La tesi è questa: se ti dichiari vino naturale, o magari biodinamico, perché usi legno francese?
La domanda sembra più rivolta al mondo del vino naturale negli USA che non a quello europeo, visto che grandi foreste da dove prendere il legno per le botti le hanno anche loro.
Potremmo allargare il dibattito chiedendoci se sia giusto, per un vino naturale in genere, usare la barrique per l’affinamento se questa pratica non è supportata dalla tradizione.
Credo che ci sia un errore di valutazione, in questo.

La storia del vino nasce circa 5000 anni fa in Persia; da allora ogni popolo di cui si studi la storia, dai Greci ai Romani, dai monaci del Medioevo ai francesi della guerra dei Cent’anni, ha fatto il proprio vino, seguendo le proprie mode e le proprie vicende.
Il vino ha avuto, ed ha tuttora, due differenti interpretazioni.
Nella prima, è il vino dei re e dei nobil, che inviano i propri messi a cercare il vino migliore del loro reame.

Deve essere un vino speciale, da lasciare i commensali a bocca aperta e farne cantare le lodi per molto tempo. Un buon vino porta lustro alla mensa di chi lo offre, è un utile mezzo per mettere a proprio agio l’ospite soprattutto se è un vino che viene da lontano.
L’altra interpretazione è quella del contadino che lo produce. Deve essere soprattutto tanto, così da poter pagare le spese, rifarsi di guadagni persi, poterlo vendere in qualunque mercato. Non sarà il vino migliore del mondo, ma al contadino questo non interesa.
Quando andarono via gli inglesi da Bordeau, nel XIII secolo, ed arrivarono poco dopo gli olandesi, le barrique servivano soprattutto per la trasportabilità del vino, non certo per il suo affinamento. Erano facili da maneggiare anche da un solo uomo, potevano essere spostate a destra e sinistra con un semplice colpo della mano, era semplice imbarcarle sulla nave per essere trasportate nei mercati del continente, in Inghilterra come nelle Indie più lontane.
Il vino che veniva prodotto fino alla fine del XIX secolo era probabilmente molto diverso da quello che conosciamo oggi, nell’era post-filossera.
La storia del vino si è sempre legata a quella dell’uomo, sono state introdotte tecniche colturali nuove, impiantati nuovi vitigni, utilizzate tecniche di cantina più raffinate.
L’uso delle barrique e la conoscenza di come lavorino i lieviti hanno fatto molto per il vino, migliorandolo in molti casi, togliendo le asperità naturali e rendendolo, in definitiva, più bevibile.
Hanno così assolto ad uno dei teoremi fondamentali del vino: va bevuto.
E se deve essere bevuto, e dunque venduto, bisogna che incontri il piacere dei consumatori che, essendo per definizione pigri, vorranno bere un vino dove non sia necessaria una laurea in chimica organica o un master in Degustazione.
Questo comporta, come in tante altre cose della vita quotidiana, una diminuzione nella scelta di quello che beviamo: troviamo centinaia di etichette, centinaia tra DOC e DOCG italiane, ma forse alla fine ci si ricorda solo di una decina di vini.
Così, la grande rivoluzione che a parere mio è stata fatta nel mondo del vino è l’innalzamento dei livelli di igiene delle uve.
Questo significa evitare che gli acini si rompano durante il trasporto dalla vigna alla cantina, che in cantina tutti i recipienti siano accuratamente puliti, che non vi sia possibilità di innescare fermentazioni non volute o al momento sbagliato.
E se non devono essere usti anticrittogamici in vigna, ancora meglio: ci sarà maggior possibilità per i lieviti naturalmente presenti sulle bucce, per innescare il processo di fermentazione, evitando così di ricorrere a dosi eccessive di solforosa e di lieviti selezionati e provenienti da aziende farmaceutiche.
Così, quale è la tradizione del vino? Tenere pulita la cantina probabilmente non lo è, almeno non fino al secolo scorso. Scegliere accuratamente i grappoli da vinificare nemmeno, visto che una resa alta significava più uva da poter vendere.
Perciò un vino naturale, che voglia rispettare le tradizioni, dovrebbe semplicemente sapere di aceto, puzzare di ‘merd de poul’, ed insomma essere quasi imbevibile.
Il Chianti è meglio come sangiovese in purezza, con l’aggiunta del trebbiano e della malvasia come vuole la tradizione o invece mescolando cabernet-sauvignon o merlot?
La ricerca della tradizionalità richiede sforzi onerosi, e solo pochi produttori se lo possono permettere.
Per tutti gli altri, se già riescono a fare un buon vino, che abbia una evidente differenza con quello prodotto a venti chilometri di distanza, e che non sia imbottito di intrugli chimici, se già riescono a tutto questo, è sicuramente un ottimo risultato.

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