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3 febbraio, 2012

In nomen omen

Nella degustazione organolettica pare proprio che oltre all’analisi visiva, olfattiva e gustativa dovremo aggiungere anche quella lessicale.

Se si hanno molti riconoscimenti olfattivi, se sapidità, acidità, tannini sono ben strutturati, se insomma il vino è complesso, siamo generalmente in presenza di un grande vino; la stessa cosa dovremo fare per il suo nome.

Sembra, ed uno studio della Brock University (Brock, come il commissario di Alan Ford) canadese sta lì lì a confermarlo l’8 di febbraio, che il nome di un vino influenzi il degustatore, e più è complicato il nome dell’etichetta, migliore sarà il giudizio che dovremo dare al vino.

La stessa cosa, cioè la modifica della percezione a seconda se il nome sia semplice o complicato, vale anche per altro, come le montagne russe o le società finanziarie.

Ad esser sincero, non so se la notizia si vera o se sia un vero e proprio fake, l’università esiste davvero, così come esiste la dottoressa Mantonakis che ha effettuato lo studio.

Naturalmente lo studio è stato fatto seguendo un protocollo altamente scientifico, facendo assaggiare un vino prodotto da Titakis ed uno prodotto da Tselepou, ed il punteggio più alto è stato ottenuto da quest’ultimo sebbene fossero lo stesso vino a cui erano state messe due etichette diverse.

Così, i canadesi ci insegnano che un Barolo sarà sempre considerato meno buono di un Zweigeltrebe, mentre se producete una Schiava vi converrà etichettarla come Kleinvernatsch, avrà sicuramente cinque o sei punti in più nelle guide.

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