Nonno Josip

Ero arrivato sulla cima della collina che non avevo più fiato, e vedere il vecchio Josip seduto sulla sua solita seggiola mi fece venir voglia di un bicchiere di vino fresco.
Lui aveva sempre vicino a se una bottiglia di rosso, che non faceva più lui ma che gli portavano i suoi nipoti che stavano nell’altra valle, in città.
Il vecchio Josip beveva dalla bottiglia, non gli avevo mai visto usare un bicchiere in casa, tranne quando c’era un matrimonio, un battesimo, o ultimamente qualche funerale.
Però sapevo che teneva un bicchiere vicino a se, per i visitatori, per i parenti, per chi volesse andarlo a trovare.

Allora prendevi il bicchiere e lo andavi a sciacquare alla fontana lì vicino, poi ti versavi il vino e lo bevevi, fresco di ombra di quercia.
Solo dopo potevi cominciare a parlare.
I primi tempi che salivo su in collina, per portargli delle uova, un po’ di carne, del pane o del formaggio, non lo sapevo, così appena arrivavo lo salutavo:
-Buona sera, nonno Josip-
E lui, sempre:
-Prima si beve, dopo si parla- continuando a guardare verso le montagne come ad assicurarsi che i suoi ricordi fossero tutti lì, su quelle rocce lontane.
Così, quando arrivai su, compii tutto il rituale, bicchiere, fontana, vino, schiocco di lingua. Solo dopo parlai.
-Buona sera, nonno Josip-
Non era proprio mio nonno, non eravamo parenti nemmeno alla lontana, ma tutti quanti lo chiamavano così, e quando mia madre mi portò su in collina la prima volta, ancora me lo ricordo, gli disse:

-Nono, questo è el me toso. Nicola el se ciama- e poi rivolgendosi a me:

-Saluta nono Josip, Nicola- ed io gli diedi la mano piccola come avevo visto fare dai grandi. Mia madre no, ma gli uomini gli stringevano la mano. Pareva che non fosse passato un anno, ed invece ce n’erano almeno venti in mezzo, ma già allora lo chiamavano tutti nonno.
-Ciao Nicola- Non sbagliava mai un nome.
-Come state?- avevo posato la borsa con la spesa di fianco a lui, indifferentemente, e lui con la stessa indifferenza orgogliosa lo aveva spostato dall’altra parte della seggiola, come ad assicurarsi che chiunque sapesse che quella borsa appartenesse a lui.
-Ieri il vento mi ha portato via- disse
Non aveva mai imparato bene la lingua, ed ogni tanto se ne veniva fuori con qualche frase storta.
-E dove vi ha portato, nonno?-
-Fino alla fontana, porca bestia, fino alla fontana-
Quando lo avevo conosciuto era un uomo che non potevi spostarlo nemmeno con due muli attaccati per gamba, se non voleva. Camicia di tela, pantaloni grigi o marroni che non arrivavano a coprire le scarpe, cappello infeltrito in testa.
Guardai verso la fontana: -Vi siete fatto male?-
Le conversazioni avvenivano sempre a voce bassa, non ti andava di alzare il volume, lassù, a disturbare il silenzio.
-Il vento, porca bestia, fino alla fontana-
Prese una sigaretta e ne tolse il filtro, poi l’accese con un fiammifero di legno che strofinò a terra e coprì subito con la mano a coppa.
Quello lì il vento non glielo avrebbe portato via.
-Sono venuto su per dirvi anche una cosa, nonno-
-Come sta tua madre?- mi chiese
-E’ morta tre giorni fa, ieri abbiamo fatto i funerali- risposi.
-Neanche vecchia, era, povera- disse a voce ancor più bassa.
Poi si tolse il cappello, mentre continuava a fumare e tenere la sigaretta tra le dita così grosse che quasi spariva.
-No, neanche vecchia, era- aggiunsi io.
Mi versai un altro bicchiere di vino, dopo che lui ebbe preso una bella sorsata dalla bottiglia.
Era come se avessimo detto una preghiera insieme, per mia madre.
-Dove l’hai portata?- intendeva: ‘dove l’hai sepolta?’
-In paese. Dove avrei potuto portarla altrimenti?-
-Si, fato ben- approvò usando, una volta tanto, il dialetto di montagna che non aveva mai voluto imparare.
Dicevano che era arrivato lì dopo la guerra, o che ci era rimasto senza tornare a casa sua che era da qualche parte dopo le montagne, aveva trovato quella casa vuota, e nessuno gli aveva detto di andar via.
Da giovane sapeva aggiustare un po’ di tutto, e dopo i bombardamenti e i soldati che erano passati su e giù da quelle parti tutti avevano qualcosa da riparare.
Così lui riparava, ed avevano cominciato a chiamarlo nonno Josip perchè aveva i baffi come Stalin, anche se lui era tedesco.
-E chi è rimasto giù in piazza?- cioè, in paese.
-Pochi, quasi nessuno.- risposi
-Anche tu vai via?-
-Si, dopodomani parto. Mia moglie aspetta il secondo, e qui non ce la fa più a salire e scendere-
In paese avevamo una casa, grande, ma scomoda. La sala da pranzo e la cucina a piano terra, due stanze da letto al primo piano ed altre due al secondo.
Con la pancia del quinto mese, far le scale sei, otto, dodici volte al giorno era pesante ormai.
-Si, vero- bevve un altro sorso ed io un terzo bicchiere.
Era come se mi avesse fatto gli auguri.
-Verrà su il Marcello, però- gli dissi
-Non mi piace mica, il Marcello. Non vuole bere mai, così non parla nemmeno.- rispose.
-E poi verrà anche qualcun altro- aggiunsi.
-Mi hai pena detto che in paese ce n’è più pochi!- rispose.
Non aveva smesso un attimo di guardare le montagne, io non sapevo cosa rispondergli.
Aveva ragione, ce n’era più pochi, ormai, in paese, morti o andati via. E poi morti.
-Vi serve qualcos’altro, nonno, prima che vada via? Ve lo posso far mandar su domani, magari, che ora si fa già buio.-
Avevo preso a parlare anche io come lui, un misto di dialetto e italiano.
-Spetta un attimo, prima di andar via, Nicola-
Rimanemmo così, io in piedi a guardarmi attorno, la casa, la fontana, lo steccato dove un tempo c’erano galline e mucche, la vecchia cuccia di Bayla, la cagna che aveva trovato sul motore del trattore del Nello un giorno che lo stava riparando.
-Non avete mai detto a nessuno cosa facevate, durante la guerra- chiesi.
Nessuno parlava mai di quello, in paese. Nonno Josip era rispettato, si era trovato tra quelle case quando aveva neanche vent’anni, a due o tremila chilometri da casa sua, ed un’esplosione aveva quasi ammazzato due persone che stavano passando vicino alla fontana. Se passavano dall’altra parte sarebbero morti.
Lui si era rialzato dopo lo scoppio e li aveva soccorsi, portandoli alla tenda che faceva da ospedale a cinque chilometri di distanza. Aveva trovato un carrettino e li aveva messi su, e a forza di braccia li aveva portati dai dottori.
Così era rimasto in paese, e chi se ne importava se era un soldato tedesco, aveva salvato due padri di famiglia che nemmeno conosceva.
-Aspettami qui- mi disse, e si alzò dalla seggiola aiutandosi con il bastone appoggiato alla quercia.
Lo vidi entrare in casa e pensai che dovesse essere andato in bagno. Riuscì dopo parecchi minuti, ed aveva qualcosa in mano. Quando si avvicinò vidi che era una busta bianca.
-Il prete è sempre don Franco?-
-Si, dissi, sempre don Franco-
-Bene, ora che scendi dagli questa.- mi chiese
-D’accordo, appena arrivo giù tanto devo passarci, in chiesa, per pagare il funerale, e tutto il resto, così gli darò la lettera.-
-Digli che sono le ultime volontà del vecchio Josip, capito?-
Guardai sulla busta, c’era scritto ‘Per don Franco’ e sotto, in stampatello ‘Josip Karl Lehdenz’
-Il vostro nome è Karl, nonno?- chiesi. Io non lo avevo mai saputo, e credo che di quelli rimasti in paese non lo sapesse nessuno.
-Si, ma sulla tomba ci scrivete tutti e due- rispose.
Volevo dire qualcosa, ma mi resi conto che non c’erano molte parole da aggiungere.
Ogni tanto qualcuno moriva, e quelli che potevano mettere tutto a posto prima di andarsene erano quelli più fortunati. Non so se si muore sereni, ma se hai sistemato tutto, poi sai che non ti rimane più nient’altro da fare.
Rimase lì in piedi a guardarmi, poi mi mise una mano sulla spalla.
-E’ un maschio?-
Non capii, lì per lì, poi compresi che si riferiva al mio secondogenito che stava per nascere.
-Si, un maschio- risposi.
-Hai fatto la coppia, allora, una femmina e un maschio- lo vidi sorridere, con le labbra ma anche con gli occhi.
-Si, la coppia- sorridevo anche io. Una nascita fa presto, a scacciare la morte.
-Come lo chiamerete?- chiese
-Avevamo qualche idea, ma magari la cambierò- risposi continuando a sorridere.
Si rimise seduto sulla seggiola e poi indicò la busta.
-Dagliela appena arrivi, capito?-
-Si, non vi preoccupate nonno Josip-
Restammo un po’ in silenzio, poi io dissi:
-Ora vado, che tra poco è buio e non voglio trovarmi in mezzo al bosco-
Lui prese la bottiglia del vino e ne prese una buona sorsata, poi prese il mio bicchiere, me lo riempì e me lo porse.
Io bevvi senza dire nulla, e fu come se avessi fatto un’orazione funebre.
Arrivai in paese giusto giusto prima del calare del sole.

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