Il Pasto Nudo e la Soft Machine – William S. Burroughs

La miglior descrizione di William Seward Burroughs II (Saint Louis, 5 febbraio 1914 – Lawrence, 2 agosto 1997) a mio parere è quella che fa Charles Bukowski in uno degli episodi in Storie di Ordinaria Follia, quando fa dire al poeta André: “…Non ha limiti. Beve finché non crolla, finché gli occhi gli si glassano. Quella sera strisciava sul tappeto, troppo sbronzo per tirarsi su, e alza gli occhi e mi guarda e mi fa: ‘M’hanno inculato! M’hanno fatto ubriacare! Ho firmato il contratto. Gli ho venduto i diritti cinematografici del Pasto Nudo per 500 dollari….

Ecco, William Burroughs è l’estremo, il pensiero lasciato libero, il pensiero che pensa al pensiero e poi ne scrive, sempre sotto l’effetto di droghe di vario genere o sbronze stordenti.

Volete la Beat Generation? Eccola nella sua essenza nuda, la trovate in Burroughs a cui guardavano con ammirazione Allen Ginsberg e jack Kerouac, che lo introdusse all’arte dell’inalazione della benzedrina.

Pasto Nudo, il suo libro più famoso il cui titolo gli fu ispirato dallo stesso Kerouac, è uno di quei libri che fa inorridire qualunque benpensante, e sinceramente a me piace per questo; non è stato scritto per scandalizzare, ma quasi come studio sui meccanismi della mente e del suo controllo, inventando due nazioni che si fanno la guerra con il controllo telepatico e la censura.

Ma mentre lo leggerete, il senso della storia vi sfuggirà ben presto, ricoperto dagli avanzi di quelle scene truculente, in apparenza gratuitamente oscene, e vi rimarrà impresso “…l’istante, raggelato, in cui si vede quello che c’è sulla punta della forchetta” (dall’appendice al libro).

Perché tanta carta straccia per spostare la Gente da un posto all’altro? Forse per risparmiare al Lettore lo stress di improvvisi mutamenti spaziali e tenerlo buono? […] Non sono l’American Express…Se si vede uno dei miei personaggi in giro per New York in borghese e la frase dopo lo si vede a Timbuctù che attacca bottone con un ragazzo dagli occhi di gazzella, si può desumere che lui (la parte non residente a Timbuctù) ci sia finito grazie ai consueti mezzi di comunicazione…“.

Questo è preso dalla ‘Prefazione atrofizzata’, e già una prefazione a metà di un libro è qualcosa di spiazzante, un foro nel telone che nasconde i trucchi dello scrittore. E’ nell’appendice che si trova il Burroughs rimesso a nuovo, quasi guarito dalla propria assuefazione da droghe di ogni genere ed ora, a volte, sostituite dall’alcool.

La sua storia con le droghe si interrompe più o meno nel ’60, dopo quindici anni ininterrotti di tossicodipendenza: la Malattia, lui la chiama, e ne esce fuori abbastanza bene grazie ad un massiccio trattamento con l’apomorfina. Nella stessa appendice spiega il significato del suo Pasto Nudo, una specie di terapia shock contro droghe, pena di morte, censura.

Se volete una analisi lucida sul mondo delle droghe, allora La Scimmia sulla Schiena è il libro che fa per voi; sembra quasi un trattato medico, un elogio talmente ben fatto da spaventare più di qualunque legge civile o morale. Ritorna, nel libro, il controllo della mente come soluzione al suo stesso male, come inevitabile. Lo stesso argomento viene descritto anche in Queer, dove il protagonista va alla ricerca di una liana nelle foreste del Sud America con la convinzione di estrarne un succo che gli avrebbe dato il controllo della volontà altrui.

E, come tanti scrittori e artisti della Beat Generation, anche Burroughs ispirò un gruppo musicale che lo elesse a riferimento, i Soft Machine, che presero il nome dal suo omonimo romanzo breve, La Macchina Soffice, quasi un seguito del Pasto, dove i meccanismi di controllo prendono il sopravvento dell’essere umano.

Il Pasto Nudo ha delle pennellate che, quarant’anni dopo, potrebbero benissimo definirsi cyberpunk, un cyberpunk alla Philip K. Dick per capirci; mi riferisco soprattutto alle vicende di A.J., narrate nel libro, che viene spedito nell’Interzona, che può essere sia un posto che un’organizzazione nemica. Ed anche la fantascienza è stata toccata dal genio di Burroughs, basta leggere qualcosa di J.G. Ballard, come ad esempio Crash. Dal libro è stato anche tratto un film, uscito nel 1991 per la regia di David Cronenberg. Non un granché, a mio parere.

Bene, visto che questo però è (anche) un blog dove si parla di vino, lasciamoci con una piccola scena ripresa da Il Pasto Nudo. A.J. ha prenotato un posto al ristorante Chez Robert, il più esclusivo posto per mangiare di tutta New York.

…Così A.J. arriva con sei indios boliviani che masticano foglie di coca tra una portata e l’altra. E quando Robert, in tutta la sua maestà da gourmet, si avvicina al tavolo, A.J. alza gli occhi e urla: ‘Ehi, ragazzo! Portami il ketchup’. […] Il Sommelier fa un ringhio mostruoso, la faccia gli diventa di uno strano viola iridescente…Rompe una bottiglia di Champagne Brut…del vetisei…Pierre il Capocameriere afferra un coltello per disossare. […] Tavoli ribaltati, vini d’annata e cibi impareggiabili volano per terra. Grida di ‘Linciatelo!’ riecheggiano nell’aria. […] ‘Poveri bastardi, non conoscono abbastanza la vita per apprezzarla’, dice A.J.

E questo, alla faccia dei fighetti del Wine&Food e di tutto il resto del mondo benpensante.

Alleluja.

Wine Roland

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Sommelier tardivo, web-surfer d'antan, a metà fra l'analogico ed il digitale. Appassionato di tecnologia, osservo la Rete attraverso un buon bicchiere di vino.
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