La degustazione dei vini di Teobaldo Cappellano avvenuta da Porthos giovedì scorso, ha fatto scattare in me alcuni pensieri personali sui rapporti tra padri e figli. Si sono concretizzati durante gli assaggi, ma sono iniziati prima, con il racconto che un timido Maurizio Silvestri ha fatto della sua intervista ad Augusto, il figlio di Teobaldo ed ora, dopo la morte del padre, responsabile dell’azienda di famiglia.
L’intervista completa naturalmente potete leggerla sul numero 36 della rivista, è molto bella e vale la pena leggerla per capire che persona era Baldo e che persona è Augusto.
Anche se ‘capire’ è un’azione molto presuntuosa, quando si parla di persone, dei loro sentimenti, della loro vita.

Il nome di Cappellano, nelle Langhe, (Serralunga) è giustamente conosciuto, e Baldo era sicuramente un personaggio contrario, senza regole o, meglio ancora, con regole che si era costruito lui stesso, con la sua esperienza, la sua dose di errori, la sua dose di successi.

Augusto invece ha una preparazione da ingegnere, che lo indirizza, sempre nelle parole di Maurizio, sulla strada del ragionamento e, mi è parso di capire, della ricerca del percorso giusto usando la tecnica e la conoscenza.
Come saranno i suoi Barolo lo sapremo tra un paio di anni, visto che il primo prodotto da lui medesimo è quello del 2009.
E sicuramente saranno i vini di Augusto Cappellano, fatti seguendo il suo cuore ed il suo istinto, aiutato certo da persone come Giovanna Morganti de Le Boncie e da tanti altri amici, ma saranno i suoi vini.

Le annate della serata erano tre, il 2006, il 2005 ed il 2004, ed ognuna rappresentata sia dal Barolo Piè

 

Rupestris che dal Piè Franco. Anche qui troviamo la scelta anarchica di Baldo di piantare, nel 1989, un ettaro scarso di Nebbiolo della varietà Michet e piede franco, detta anche pugnetto. Rese inferiori, intorno ai 40 quintali per ettaro contro i circa 60 della varietà Lampia che invece produce il Piè Rupestris.
Sei vini che, sebbene imparentati dal territorio e dalla vicinanza delle annate, danno impressioni del tutto differenti, con buona pace di coloro che dicono che il terroir non esiste.

 

2006

Piè Rupestris
Rosso granato, limpido.
Profumi aspri ed amaricanti di medicinale, radici legnose. Il vino si apre poco dopo, con aromi lievemente balsamici e di frutta ancora acerba.
Al gusto è il tannino a farla da padrone, ad imporre la propria presenza, e solo la buona freschezza riesce a tenerli a bada, una sorta di manifestazione di massa, un assalto al palazzo. E quando il tannino scompare rimane la morbidezza a segnare il tratto distintivo.
Piè Franco
Rosso granato, luminoso
I profumi qui sono più morbidi del precedente, meno invasivi ed orientati al vegetale, ricordano più l’orto che il bosco. L’insieme degli aromi è ampio, abbastanza lungo e con una nota di viola nel finale.
Una sensazione al gusto, di morbidezza maggiore, acidità più nitida e tannini più intensi ma che spariscono prima e quasi in modo repentino, ma ordinati ed estremamente gradevoli, non più legnosi ma vivi e tenuti a bada dall’acidità.

2005

Piè Rupestris
Rosso granato, intenso
Sono quasi immediati gli aromi di fiori rossi recisi, magari già da qualche giorno nel vaso; la pungenza è cioè gradevole, non aggressiva, una viola quasi appassita, e poi ancora di piante medicinali. Una inconfondibile traccia ematica rimane nel fondo del bicchiere vuoto.
Tannini ordinati e potenti, sebbene la freschezza acida a volte li sovrasti fino a lavarli via; una persistenza abbastanza lunga e piacevole.
Piè Franco
Rosso granato, limpido
Al naso sono resi quasi visibili i frutti rossi, che rimangono al naso fino a farsi raggiungere da aromi  erbacei e freschi.
Una acidità importante anche qui, ma con tannini più lunghi e forzuti.
E’ stato per me un vino che mi ha dato l’impressione, fino all’ultimo sorso, di essermi dimenticato qualcosa, come se volesse nascondere la sua forza o, forse, mascherarla. Di questo vino ne ho preso anche un secondo assaggio, a degustazione terminata, per cercare di capire se le sensazioni fossero cambiate grazie alla più lunga ossigenazione, ed ho sempre percepito questa sorta di irrequietezza nascosta.

2004

Piè Rupestris
Rosso granato, quasi mattone
E’ un colpo, i profumi sembrano arrivare direttamente alla testa ancora prima di ossigenare il bicchiere. Basta poco per fargli prendere confidenza con l’ossigeno, ma ci si rende conto che è necessario attendere ancora un po’, e forse un altro poco ancora. I profumi sono più scuri rispetto a tutti i precedenti, una pelle bagnata, susina stramatura, ma ingentiliti nel finale da una nota di rosmarino quasi inattesa.
Calore ben evidente, acidità importante che anche qui sembra a volte sovrastare i tannini, maturi ma non del tutto evoluti.
Piè Franco
Rosso granato, quassi mattone
Qui i profumi sono decisamente più delicati, anche se sempre di carattere scuro, ma ingentiliti da una maggior balsamicità, un aroma di pietra bagnata che non è altro che il carattere ematico di questi vigneti e di questo territorio.
Morbidezza inaspettata, con tannini di bella potenza e a difficoltà equilibrati dalla freschezza acida del vino. Dà l’impressione di un equilibrio in movimento, e sarebbe interessante avere l’occasione per poter aspettare, sia per il Franco che per il Rupestris, anche un’ora prima di assaggiare il vino dopo che è stato versato nel bicchiere, e capire come si sta evolvendo questo Piè Franco, come si riesca ad aprire e se ci riuscirà.

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