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11 gennaio, 2012

Podere Pradarolo, naturalità e conoscenza

Con la vigna si rischia, sempre.

Non solo per via del tempo, quando rischia di piovere nel periodo in cui ci sarebbe bisogno di sole o quando al contrario si scruta speranzosi il cielo alla ricerca di una nuvola che annunci la pioggia benefica.

Non solo per le malattie e gli insetti che, se non si fa una guardia attenta ed una lavorazione meticolosca, possono vanificare gli sforzi per ottenere uve sane.

Non solo in cantina, scegliendo di non usare sostanze che rendano tossico il vino e lasciare che la fermentazione faccia il suo naturale corso.

Si rischia scegliendo di far uscire il proprio vino sul mercato quattro, cinque, sei anni dopo la vendemmia, lasciando lavoro e capitale ad affinare in cantina, lavorando sodo per far assaggiare il proprio vino in posti molto distanti dalle riprese televisive e dai marmi e gli specchi dei grandi alberghi.

Ieri sera quindi, Alberto Carretti di Podere Pradarolo ha scelto l’enoteca Les Vignerons di Antonio Marino per far assaggiare i suoi vini, due bianchi, due rossi, uno spumante, due passiti.

Piccolo territorio sui colli parmensi, 5 ettari di vigna per produrre Malvasia di Candia aromatica, Barbera e Bonarda, una ferma attenzione al territorio.

Macerazione di tre mesi sulle bucce, acciaio e poi 15 mesi in legno grande o barrique esaurita, così da fornire solo un adeguato e consono contenitore.

Potrei fare delle schede di degustazione, ma alla fine non darebbero l’esatta sensazione dei vini assaggiati.

I lieviti indigeni e l’assenza di solforosa aggiunta forniscono ai vini la nota caratteristica del produttore, mantenendo proprio per questo non solo la tipicità delle uve e del territorio, ma anche delle differenti annate, dell’andamento del clima, della produttività delle stesse vigne.

Lo spumante, a riposare 270 giorni sui propri lieviti, sboccatura a dicembre del 2010, niente a che vedere con i soliti ‘spumantini’ serviti da aperitivo, ma perfettamente adatto per tutto il pasto soprattutto se composto dai tipici salumi della zona, culatello su tutti, come quello portato da Alberto per accompagnarci nella degustazione.

Il colore leggermente rosato o buccia di cipolla dei bianchi, macerazione di tre mesi sulle bucce, acciaio e poi 15 mesi in legno grande o barrique esaurita, così da fornire solo un adeguato e consono contenitore. un 2005 ed un 2006 che offrono la piacevole sorpresa della differenza tra i profumi più caldi ed aromatici del 2005 e quelli più freddi e dal gusto più tannico del 2006. Due vini bianchi da usare a pasto come se fossero dei rossi di medio corpo.

I rossi, 90% Barbera e 10% Bonarda, anch’essi 2005 e 2006, molto più differenti tra loro di quanto già non lo erano i due bianchi, morbidezza che accompagna l’acidità decisa del 2005, un segnale di lunga durata nel tempo; il 2006 meno morbido, più austero, la leggera ossidazione che man mano sparisce dal bicchiere lasciando profumi ampi di erba e di frutta matura.

Tanta è la passione e la cura nel fare il suo vino, che Alberto ha fatto uscire il 2006 prima del 2005, ritenendo quest’ultimo non abbastanza pronto per i suoi gusti.

Si rischia, facendo il vino in questo modo, ma solo se non si conosce il proprio territorio e le possibilità delle proprie uve.

I passiti, uno da Malvasia di Candia e l’altro da Termarina, quest’ultimo prodotto da due annate differenti usando la tecnica del Solera.

Profumato e denso il primo, morbdio come si conviene al passito, la dolcezza delle uve completamente presa dal vino, più meditativo il secondo, avvolgente al palato e vagamente smaltato al naso.

Vini come questi, fatti non solo con la passione del viticoltore ma soprattutto con la conoscenza di quello che si sta facendo, delle proprie viti e del loro comportamento durante l’anno, la meticolosità dei gesti nella cantina, mettono in riga molti di quei casali che basano i loro vini sulla riconoscibilità, anno dopo anno, sempre uguali, sempre identici, come scarpe da ginnastica.

Una degustazione di alta classe, con l’ottima compagnia di Diego e di Jonathan Nossiter, oltre che dalla speciale accoglienza dei padroni di casa  Marisa ed Antonio.

Assaggiare vini di questo genere credo che possa porre la parola fine a tutte le polemiche di questi giorni sui vini omologati (e sui ricarichi eccessivi) seguite all’articolo ormai famoso su GQ.

Non sarà facile trovare questi vini nei più famosi ristoranti romani, e di questo me ne dispiace, ma soprattutto per i clienti di quei ristoranti.

Si, voglio ricevere le note di degustazione
di Benvenuto Brunello 2012
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