Le parole hanno un significato che deriva dal loro uso nel tempo.

Spesso possono essere fraintese, ed interviene così il legislatore per definire con esattezza cosa voglia dire una determinata parola.

Altre volte il significato deriva da un utilizzo comune della parola, accettato da tutti.

La parola, ovviamente, è ‘Naturale’, associata a ‘Vino’.

Ho ascoltato il programma de Il Gastronauta dedicato alla vicenda Bulzoni, e naturalmente ho letto altri blog dove l’argomento è stato affrontato in modo preciso.

In tutta onestà, un consumatore che non conosca molto bene il mondo del vino può sentirsi spaesato di fronte alle varie diciture, tra biologico, naturale, biodinamico.

Il Vino Biologico è, da quest’anno, regolato dalla legge, mentre il Biodinamico non ha ancora una propria legislazione, sebbene debba sottostare alla certificazione Demeter, riconosciuta in tutta Europa.

Il vino naturale (scritto con la minuscola, visto che è una definizione che di legge non esiste), non ha una propria legislazione, non possiede una propria certificazione, ed a volte si può assistere ad animate discussioni tra produttori che fanno parte di associazioni naturali differenti.

Io però non mi preoccupo se un produttore fa parte di Vinnatur o del consorzio Viniveri, o di nessuna associazione del tutto.

Come si fa a conoscere il vino? Parlando con i produttori, con gli enologi, con giornalisti ed esperti, certamente, ma soprattutto in assaggi guidati.

Quello che ho imparato  assaggiando vini naturali e convenzionali, ascoltando chi ne sa più di me sia di un gruppo che dell’altro, è il rapporto che il vino deve avere con il trascorrere del tempo.

Se il vino è rimasto vivo, si modifica nel bicchiere, con il trascorrere dei minuti l’ossigeno agisce sempre più sugli aromi fondamentali di quel vino, e su tutte le sue componenti,  che dunque si comportano in modo diverso man mano che il tempo scorre.

I detrattori del Vino Naturale (si, con le maiuscole stavolta), affermano sempre la stessa cosa, ossia che tutto il vino è naturale perché fatto con l’uva, e che se non agisse l’uomo si avrebbe aceto e non vino.

Vero, ma di quale intervento stiamo parlando?

Aggiungere acido ascorbico, o usare la bentonite, è un intervento dell’uomo così come i batonnage o controllare l’uva grappolo per grappolo prima della vendemmia.

Tra i due, di quale intervento dell’uomo vi fidereste di più?

Far crescere la vite usando fitofarmaci e diserbanti, nutrirle con concimi chimici, porta tutti questi componenti nel chicco e, infine, nel bicchiere.

Anche concimare è lavoro dell’uomo, dunque è naturale.

Aggiungere sostanze di regolazione del tannino o dell’acido tartarico è naturale, perché il chimico che ha sintetizzato queste molecole l’ha fatto usando il proprio lavoro.

Questo è un modo del tutto ipocrita di usare il termine Lavoro.

Il lavoro del chimico, o del biologo, è di tutto rispetto ovviamente, ma qui stiamo parlando del lavoro fatto dal viticoltore. Che di suo, nei vini convenzionali, non mette granché tranne seguire la ricetta dell’enologo famoso che gli spiega che, in quel modo, il vino prodotto si avvicinerà molto a quelli più blasonati nella classifica dei 90/100 in su.

Così, vediamo che l’uso delle parole viene distorto nel suo significato ‘naturale’, piegato alle convenienze dell’industria enologica per fare in modo che il consumatore non possa vedere le differenze tra le due filosofie di produzione.

Senza contare poi gli effetti sull’organismo che tutte queste componenti chimiche possono avere; non mi si dica che le soglie stabilite per legge sono quelle innocue per per il consumatore: ricordate l’acqua all’atrazina?

 

Ma alla fine, anche se non ci fosse la scritta Vini Naturali sullo scaffale o sull’etichetta, è la conoscenza di quel vino che fa la differenza per quel consumatore.

E’ trovarlo nell’enoteca sotto casa, nella carta dei vini del ristorante di fiducia, o anche sullo scaffale della grande distribuzione, che educa il consumatore a scegliere un vino piuttosto che un altro.

I produttori industriali tendono invece ad appiattire i gusti, ad omologarli, sapendo che ormai hanno conquistato una fetta di mercato che nessuno potrà scalfire, vendendo bottiglie dove la corrispondenza tra il territorio ed il vino sta esclusivamente sul disegno dell’etichetta.

La vera mancanza di serietà ed onestà non è scrivere Vini Naturali sullo scaffale della propria enoteca, ma vendere vini fatti con il ciclostile usato per copiare la ricetta dell’apprendista stregone.

Scarica gratis le note da Benvenuto Brunello 2012
We respect your privacy.

6 Replies to “PolivinilPirrolidone”

  1. E’ praticamente escluso che si raccolgano uva sane senza interventi decisivi dell’uomo ( la vitis vinifera ha cessato di essere una pianta spontanea migliaia di anni fa e viene lavorata ogni anno), dietro un grande vino ci sono anche buone tecniche in cantina, per cui penso che il nemico non può essere il futuro e chi utilizza saperi e tecniche adeguati al nostro tempo senza per ciò cedere alle lusinge dell’agroindustria.

  2. Bell’articolo Rolando. Condivido in pieno quando dici, e direi che la chiusura riassume il significato dell’intera questione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.