Qualità Chiantigiana a Roma

Erano anni, meglio dire lustri, che non passavo per quella traversa di via Cavour, proprio a fianco della chiesa di San Gioacchino e Anna; a che mi ricordo, una volta lì c’era un bar, o forse una pizzeria a taglio.

Adesso invece c’è il ristorante Cuoco & Camicia, ottimo cibo e buona scelta di vini, ambiente minimalista, senza nessun fronzolo acchiappa turisti, nascosto dal passaggio delle folle ma comodamente a dieci metri dalla fermata della metropolitana.

Insomma, Davide Bonucci ha scelto un ottimo posto per presentarci 8 annate di 8 diversi produttori di Chianti Classico, un seminario adeguatamente leggero durante la degustazione per lasciare ai quasi venti partecipanti il piacere di assaggiare con calma e concentrazione questi vini.

Scambi di opinioni, un orecchio alle parole di Davide ed il naso dentro al calice, questa è stata la prima parte della serata, finita poi in bellezza con un’ottima cena a cui hanno partecipato quasi il doppio di persone, innaffiando gli ottimi piatti (guancia di maiale con mostarda di mele, tortelli con ripieno di carbonara…) con altro Chianti Classico come Le Stinche di Castello di Lamole 2007 ed il Monteraponi 2009.

Gli altri vini della serata

L’ospite d’onore della serata è stato dunque il Chianti Classico, una DOCG che sta cercando di tirarsi fuori, grazie alla bravura dei suoi produttori, da un’immagine un po’ offuscata dal mercato di massa, dove basta dare ad un turista una bottiglia qualunque marcata Chianti (anche se non Classico) e fargliela pagare uno sproposito, per farlo sentire importante.

E’ il solito tira e molla tra la vendita e la produzione, una specie di vaso comunicamente dove all’aumentare dell’una diminuisce proporzionalmente l’altra.

Va dato il giusto merito a Davide di adoperarsi costantemente con le iniziative dell’Enoclub Siena per far conoscere il vino toscano nel modo migliore possibile, togliendo di mezzo i finti toscani e rimanendo ancorato ai vini tradizionali del senese. Naturalmente il suo seminario ha affrontato l’argomento del disciplinare, che ormai consente di chiamare Chianti qualunque vino in cui sia presente anche solo qualche traccia di sangiovese.

Il disciplinare della DOCG Chianti prevede che debba essere presente un minimo del 75% di sangiovese, poi canaiolo, trebbiano e malvasia non oltre il 10%. Però, possono ‘concorrere alla produzione le uve a bacca rossa provenienti dai vitigni idonei alla coltivazione….’, e questo significa che si ha la possibilità di aggiungere l’onnipresente merlot ed il prezzemolino syrah. L’aggiunta di uve bianche, pur se permessa (trebbiano e malvasia, appunto) è raramente contemplata nelle schede di produzione dei vini del Chianti.

Per la DOCG Chianti Classico la situazione del disciplinare è se vogliamo ancor più grave, visto che è previsto l’uso minimo dell’80% di sangiovese, ma non si fa cenno all’obbligatorietà dell’uso del canaiolo o del colorino, storiche uve della composizione del Chianti, e dal 2002 è proibito l’utilizzo di uve a bacca bianca. Così, dentro merlot, cabernet sauvignon e syrah, sempre loro, e fuori le uve storiche.

Un Chianti che contenga sangiovese, merlot e syrah, non so se si debba ancora chiamare Chianti, però il disciplinare lo prevede, potenza dei consorzi e di alcuni produttori grandi (ché grandi produttori significa una cosa diversa).

Fatte queste debite premesse, che sono poi il pensiero che Davide ha espresso durante la serata e che mi trovano completamente d’accordo, passiamo ai vini degustati.

In ordine di degustazione:

Chianti Classico Val delle Corti 2004

Chianti Classico Riserva Badia a Coldibuono 1999

Chianti Classico Riserva Caparsino Caparsa 1996

Monna Claudia Rodàno 1990

Chianti Classico Villa del Cigliano 1990

Il Sodaccio di Montevertine 1987

Chianti Classico Montornello Bibbiano 1983

Chianti Classico Riserva Villa Rosa 1966

La grande bevibilità del Chianti si è dimostrata la vera forza di tutti questi vini, con profumi che andavano dalla balsamicità del timo del Sodaccio, alle foglie di quercia del Caparsino, dal tannino ben portato e lavato dall’acidità del Cigliano al fantastico caramello, la mela cotogna ed il robusto tannino del Villa Rosa, il Monna Claudia di Rodàno che dopo un naso iniziale chiuso, chiusissimo, si apre verso la rotondità della ciliegia sull’albero, corteccia, sottobosco, ed equilibrio da compostezza spettacolare.

Forse solo il Montornello si è dimostrato poco all’altezza, per meglio dire, poco Chianti, troppo frutto rosso, troppo naso, troppa masticabilità. Ma questa è solo la mia personale interpretazione.

E dunque ancora bravo a Davide, che ha già detto che vorrebbe organizzare un evento simile a quello sul Rosso di Montalcino dedicato completamente al Chianti Classico.

Si dimostra ancora una volta l’importanza, per le denominazioni, per i consorzi, di avere bravi comunicatori, che sappiano scegliere bene le etichette senza stare al servizio delle sole scelte di marketing, e che sappiano organizzare bene una serata di degustazione.

Invece di pensare ad aggiungere il solito merlot al malamente bistrattato sangiovese, dedicarsi di più a far conoscere le buone etichette è certo la scelta migliore.

Altrimenti, quando anche i cinesi faranno il vino, cosa avremo più da offrire?

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2 thoughts on “Qualità Chiantigiana a Roma

  1. Ogni tanto penso alla canzone di Gino Paoli “Eravamo quattro amici al bar…”. Il mondo non lo cambieremo, ma qualcosa stiamo provando a farlo tra le nostre colline. Ieri sera c’erano 60 produttori piccoli, medi e medio-grandi del Chianti Classico, in riunione notturna. In aperta polemica con le decisioni del CDA del Consorzio. Molti dei presenti erano amici del club. Mi piace pensare che un po’ del nostro spirito sia finito in quella riunione.
    Che dire… grazie Roma! 🙂

    1. Davide, grazie per essere passato di qua. Sono convinto che mai come in questi tempi, chi lavora bene e sa dosare il piacere di fare un buon prodotto (di qualunque tipologia esso possa essere) ed il necessario e sacrosanto guadagno, vada non solo rispettato ma soprattutto aiutato.
      Non so se questo possa essere un modo per uscire bene dalla crisi, ma certo il contrario non è la strada corretta.
      Tu fai in modo ottimo l’ambasciatore della Toscana del vino direi, altri, come me, si limitano a scriverne.
      Sarò sempre lieto di ospitare qualunque tuo scritto sull’argomento, non solo nei commenti ma anche in un post dedicato.
      Un saluto, ed a presto

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