Il più antico ricordo che ho del vino risale più o meno a 44 anni fa, quando si andava a comprare il vino sfuso in una cantina di Olevano Romano.
Partivamo insieme, mio nonno, mio padre ed io, caricando sulla FIAT 600 verdolina cinque taniche in plastica da 20 litri ognuna che mio nonno chiamava canestre, tre bianche e due giallognole.

C’era anche una piccola ‘canestra’ da 1 litro in plastica bianca, il mio contenitore personale per il vino che anche io avrei portato a casa, sentendomi in quel momento molto più grande dei miei 5 o 6 anni.

Si partiva di domenica mattina, fermandoci dopo un paio di chilometri per comprare qualche pezzo di pizza rossa ad un forno che era aperto anche di festa. La pizza era rigorosamente da mangiare appena arrivati in cantina, prima di assaggiare il vino così da non avere lo stomaco vuoto.
Durante il viaggio spesso portavo con me un fumetto, magari comprato proprio quella mattina al giornalaio di fianco alla pizzeria.
Ricordo che normalmente all’andata guidava mio nonno, occhiali da vista affumicati perché si andava incontro al sole, sessanta chilometri su via Prenestina, strada che, più o meno, è rimasta uguale a quella di quarant’anni fa.
Allora Roma finiva poco dopo casa nostra, Qui Una Volta Era Tutta Campagna è la frase esatta; dopo Tor Sapienza non si vedevano più case fino all’incrocio con Torre Spaccata dove c’era un vecchio con il carretto che vendeva qualcosa, credo oggi fosse frutta e verdura. A volte ci si fermava per comprare una cassetta di pesche, se era stagione, queste me le ricordo perché durante uno di quei viaggi ne mangiai quasi la metà, con problemi intestinali seguenti che costrinsero mio nonno a fermarsi sul ciglio della strada. Ma appuntoo, Era Tutta Campagna, e le mie necessità impellenti erano molto più importanti della vergogna che provavo guardando la strada asfaltata e le rare automobili che passavano.
Mi sembra ancora di vedere la cantina dove andavamo a comprare il vino, c’era sempre una fetta di crostata o un vassoio di biscotti messi lì apposta per me.
C’era una balconata con un parapetto in legno, si affacciava su una piccola valle ed a me, mentre mangiavo la mia colazione e bevevo un’aranciata leggendo Topolino, mi pareva un posto magnifico.
Mio nonno nel frattempo iniziava il solito rito, l’apertura del cartoccio della pizza ed il giro per offrirne al vignaiolo, qualche veloce chiacchiera e poi li vedevo sparire, padre, nonno e vignaiolo, giù per le scale che portavano in cantina.
Talvolta scendevo anche io, con loro, portando la mia tanichetta da 1 litro mentre loro avevano quelle grandi.
Ricordo le botti, la spina con il rubinetto dove mio nonno, sempre lui, andava a scegliere il vino che avrebbe comprato.
Prima il bianco, assaggiava da due o tre botti, e quando trovava quello che gli piaceva chiedeva a mio padre cosa ne pensasse. Di solito era d’accordo con il padre, come quasi sempre.
Poi passavano ai rossi, qualche botte in più rispetto al bianco, tre o quattro assaggi diversi, tutto vino dell’ultima vendemmia naturalmente.
Non so che vini fossero, ricordo che mio nonno parlava di moscatello per il bianco, ma il rosso era chiamato semplicemente ‘il rosso’. Ora posso immaginare che fosse cesanese, vitigno tipico della zona, e magari qualcosa di sangiovese, assemblato forse chissà come.
Alla fine mio nonno sceglieva, il vignaiolo riempiva,  mio padre tappava mettendo un quadrello pulito di stoffa  sull’imboccatura e stringendo ben forte il tappo di plastica.
Finite le cinque taniche,  il proprietario mi faceva cenno di dargli la mia piccola canestra e mi chiedeva: ‘Bianco o Rosso?’, regalandomi, credevo io e voglio ancora crederlo, un litro di vino tutto per me.
Mi piaceva l’odore della cantina, il pavimento in cotto rosso pulito, lucido come se ci fosse ancora un piccolo strato di vino a bagnarne le mattonelle, le enormi botti coricate, con il cartellino attaccato ed il bordo in ferro rosso.
Poi tornavamo su, i miei pagavano, un ultimo saluto e poi si caricava tutto in auto, dietro al sedile posteriore c’era un piccolo spazio che pareva fatto apposta per tre di quelle taniche, mentre le altre due venivano messe dietro al sedile dell’autista che, al ritorno, era quasi sempre mio padre.
L’ultima emozione era passare davanti alla Casa Cantoniera, all’epoca non c’era l’IVA e quando si passava da un comune all’altro si doveva pagare il dazio; così mettevamo delle coperte sulle taniche e speravamo che sulla strada non ci fosse l’auto della Guardia di Finanza a fermarci.
La domenica c’era il pranzo della festa, quasi sempre pollo con le patatine che nelle giornate dedicate alle gite enologiche mio padre andava a comprare nella rosticceria vicino casa.
Il pomeriggio era dedicato all’imbottigliamento, i bottiglioni erano stati lavati da mia madre e mia nonna e lasciati scolare fin dalla mattina a testa in giù nella vasca da bagno.
Ed ancora il bagno era il posto dove avveniva il travaso del vino, una tanica appoggiata in alto, sopra la lavatrice, la canna blu in plastica dura e rigida che veniva prima succhiata e, alla prima ondata di vino, inserita velocemente nell’imbuto sul bottiglione.
Quaranta litri di vino bianco, sessanta di rosso, un totale di cinquanta bottiglioni da riporre nello stanzino e finalmente l’assaggio definitivo la sera, quando si tirava fuori la pastasciutta riscaldata avanzata dal pranzo, un po’ di formaggio, qualche acciuga sott’olio e tanto pane.
La mia piccola canestra da un litro era ancora piena, mia madre mi aiutava a travasarne il contenuto in una bottiglia più piccola e me ne dava da bere un po’, mentre io ripetevo più o meno quel che avevo sentito dire in cantina da mio nonno e dal vignaiolo.
Ora bevo probabilmente vini migliori, li conosco forse meglio di allora, ed a volte riesco anche a riconoscere se un vino è giovane oppure no.
Però mi mancano quelle domeniche trascorse in cantina, sentendomi grande tra gli adulti, mi manca la pizza rossa abbinata al vino qualunque, mi manca il Topolino o il Corriere dei Piccoli nuovo, mi manca la 600 verdolina con gli sportelli controvento, mi manca quella pizzeria e quel giornalaio.

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