Roma-Scanzano-Fornovo (e ritorno): Vini di Vignaioli – I parte

(articolo di Emanuele Giannone)

E’ benaugurante mettersi in viaggio per Fornovo mentre l’orbe terracqueo frana. Ad intraprendere il viaggio della speranza due clairvoyants, uno a pieno diritto perché vignaiolo di stirpe, l’altro solamente enofilo per formazione. I mezzi sono limitati – l’utilitaria è stipata di cartoni, borse e ottimismo folle – e le previsioni meteorologiche scoraggianti. Ciononostante, tra economie al collasso, disastri ambientali ed altre epifanie entropiche, abbiamo l’illusione che noi, convergendo sulla Val di Taro, daremo un contributo alla salvezza del mondo più tangibile e onesto di quello fornito in quei giorni dai doppiopetto in disarmo al G20, a Piazza Affari e nelle molte, bistrattate sedi istituzionali.
A.D. duemilaundici. Alla sopravvivenza della specie servono eroi che sappiano ritagliarsi, e volentieri, ruoli da comparse. Ebbene, l’eroismo di noi mediocri artefici di futuro è testimoniato innanzitutto dal vettore, che è una Fiat Panda, non un’effigie del lusso a quattro ruote; ed è confermato dalla preparazione al debutto: una giornata di ritiro spirituale, nonché spiritato, a Scansano presso i produttori: gente di un garbo fuori moda, tutta casa e cantina, avvezza al sorriso e felicemente radicata in quei pochi ettari. Pressappoco coetanea delle viti che accudisce.
Sveglia certosina. Attraverso il saliscendi delle colline d’Albegna e Fiora si digrada verso la Maremma Grossetana e il mare, per incanalarsi sulla dorsale tirrenica verso Settentrione. Aurelia, poi A12 e A15, quest’ultima una balza sul disastro della Magra: idronimo tragicamente ironico, il fiume che ha disteso su Aulla la palta grassa e bruna che offende la vista già dal cavalcavia. Si passa in silenzio.
Il Taro è invece largo di letto, rassicurante. Ispira pacatezza e riflessioni più placide e correnti, rotondità di sapori e sopori. Ma il lirismo è morto e tutti gli afflati recedono nello spazio di un caffè, in un bar infestato da campanilismi collerici, trionfi megalomastici e videopoker. Di lì a poco, per giunta, sapremo che l’albergatore ci ha abbandonati al destino di senza tetto. Arrivo disumano. Serve trasumanare e procedere, fortunatamente il tendone è vicino.
La fiera di Fornovo andrebbe prescritta a chi guarda con sospetto e disaffezione alle pretese elitarie, alle guerre tra poveri a colpi d’evento, ai protagonismi paludati e a certi accanimenti strapaesani. Il manifesto recita semplicemente: “Il vignaiolo è ‘contadino vignaiolo’, appassionato, innamorato del suo territorio , della sua terra, e del suo mestiere dove la sua filosofia di produzione traspare nella sua vita quotidiana”. Questa rassegna è la giusta misura, democratica e per ciò stesso imperfetta, ma accogliente e funzionante.

La qualità degli espositori è indubbia, la selezione straniera centrata, si può acquistare direttamente dai produttori – ciò che a mio giudizio ogni fiera dei vini d’artigianato dovrebbe prevedere. Nei volti, nei saluti si coglie una buona disposizione d’animo, che si lascia assorbire con voluttà. Se mancassero ulteriori motivi di soddisfazione, quello principale, ragione stessa della mia presenza, è il supporto ad Andrea Andreozzi dei Botri di Ghiaccioforte in occasione del suo debutto a Fornovo. Uno tra quelli accessori è la pattuglia dei compagni delle degustazioni aquilane, presentatasi a sorpresa anche qui.

Una nota sui vini dei Botri e segnatamente sul rosso, che frequento regolarmente da tre anni. Attraverso le variazioni nella denominazione, quelle volute e quelle grottesche, inverosimili, ascrivibili al ghiribizzo e al puntiglio burocratico-consortile, il Vigna I Botri è un’esegesi verace del territorio e della sua vocazione. Le annate degustate in occasione della trasferta in Val di Taro sono state ’90, ’97, ’98 (queste tre in azienda), ’05, ’06 e ’07 (in fiera). Le relative impressioni, unite a quelle riguardanti altre vendemmie, confluiranno in un articolo monografico. Mi limito qui a riferire della profonda e mutevole espressività delle tre presentate alla fiera: ciascuna denota colore e temperie diversi, fedele alle fortune e agli accidenti delle sue stagioni. Tuttavia quel che di erratico questi vini riflettono non è deviazione ma inclinazione naturale, senso compiuto; e li compenetra in un accordo unitario e partecipe.
Oltre a consolidare le impressioni su produzioni già note, il tempo dedicato alle degustazioni ha riservato alcune sorprese.

Inizio con L’Artiglio, metodo classico da spergola e moscato giallo dell’Az. Agr. Biologica Cinque Campi, prodotto in sole 300 bottiglie. Millesimo 2007, spremitura soffice e fermentazione sulle bucce per 5 giorni, 48 mesi di affinamento in bottiglia sui lieviti e sboccatura 2011. Il naso è intenso e inizialmente scabro, richiama immediatamente la buccia dell’uva, fungo, muschio, pane di segale e argilla, addolciti da note di frutta secca (uva, albicocca), nespola e cardo. Sorso prima ampio e cremoso, che presto si concentra e vira a una piacevole terrosità, e ancora a frutta secca o matura (gialla) su una traccia salata e pietrosa, continua e corroborante.

Dalle stesse contrade provengono i vini de Il Quarticello, in particolare le due versioni di Lambrusco chiamate Ferrando e Neromaestri, entrambe del 2010 e da fermentazione in bottiglia – Roberto Maestri produce altri spumanti con metodo Martinotti. Il primo è un rosato fresco, suadente e sapido, schietto negli aromi di frutti rossi, d’effervescenza graduale e ben infusa. Se ne intuisce la spiccata vocazione gastronomica, che si ritrova nel secondo vino (lambrusco Maestri, grasparossa, malbo gentile), più articolato ma altrettanto definito, ovviamente più ruvido ma di appagante pulizia grazie ai tannini e alla calibrata infusione carbonica.
Tra le sorprese annovero i vini di Dario Princic. Alcune uscite recenti mi erano parse sfocate, come sbiadite nella ricerca di una più aperta gradevolezza, per questo meno solide e complesse. Jakot e Ribolla Gialla rinnovano finalmente le memorie e il gradimento per uno dei capisaldi del miglior Collio: vini sfaccettati e mai frammentari, potenti e aggraziati nel compendiare consistenza ed eleganza, finezza e tensione. Due bianchi e, ugualmente, il Pinot Grigio, spontanei e lontani dalla grossolanità.
Il Triveneto regala altri campioni di valentia: il primo è il Pinot Nero ’08 di Elisabetta Dalzocchio, che rende con eleganza e veridicità ancora acerbe la bontà della materia e della sua trasformazione, oltre alla giusta scelta e gestione dei contenitori. Fermentazione naturale sulle bucce e sui raspi, invecchiamento in fusti di rovere da 228 litri – secondo passaggio e origini nobilissime: DRC! – per un vino che sviluppa una trama solo apparentemente delicata. E’ lento, mimetico come si confà a una bellezza certa ma ancora cruda; didattico, oltretutto, nel manifestare chiaramente l’apporto recente, non ancora incorporato ma assolutamente sano del rovere.
Il secondo vino si colloca agli antipodi del primo per coloritura ed espressione: è il nuovo Vigneto Carantina di Monteforche, un 2010 assai diverso dai predecessori, anche per la scelta di una macerazione più breve. Introdotto da Alfonso Soranzo quasi come una prova minore, commuove per essenzialità e definizione, per il sottile equilibrio di profumi in filigrana ed effluvi salati sul fulcro di un’acidità meno pacata, più nuda che nelle vendemmie passate. In questo vino i Colli Euganei stillano una Garganega in écru, scarna e affilata, bevibilissima.
Per concludere la rassegna delle scoperte passiamo alla Francia di Zelige-Caravent, Chateau St. Anne e Chateau Planquette. Viene dalla Languedoc il primo produttore, che sorprende con vini di grande intensità, tensione e partecipazione: tellurici per energia e quadro espressivo. Le uve sono quelle tipiche del Mezzogiorno Francese, fa eccezione la poco conosciuta chasan (chardonnay x listan) usata per il 2009 Un Poco Agitato (sic), bianco vinificato in rosso dai sentori di erbe officinali e aromatiche, fresco e sapido, dal finale inaspettatamente rotondo e caldo. Buoni anche i rossi Ellipse e Velvet (quote diverse di syrah, carignan e grenache) e il Manouche da cinsault e alicante. Chateau St. Anne produce invece un Bandol bianco, un rosato e due rossi. Più di tutti mi ha convinto il rosé 2010, molto fine al naso e tipico per i richiami floreali, di erbe aromatiche e garrigue, infine speziati. Bocca ben tornita, flessuosa e rotonda ma bilanciata dal corredo salino e sostenuta dal nerbo acido. Legno già integrato e finale molto pulito.

Per finire Chateau Planquette. Didier Michaud è una rara avis bordolese in virtù della proprietà minuscola (1,7 ha) e dello status di vigneron de vin naturel certificato. L’azienda è sita nella zona dei Medoc più rustici ma produce un vino equilibrato ed espressivo. Connubio felice di vigoria e definizione, non appesantito e piuttosto accresciuto in distinzione e complessità dalla sosta nel legno. Un’ideale, economica introduzione ai vini della zona.

Zelige-Caravent e Chateau Planquette sono reperibili attraverso la piccola distribuzione di Riccardo La Ginestra.

Scarica gratis le note da Benvenuto Brunello 2012
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