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11 marzo, 2013

Un sacco di vino

comp_wine07E’ proprio la fine del mondo, almeno per coloro che amano stappare una bottiglia di vino, magari pure buona.
Magari sarà il must del futuro, un bel sacchetto di vino con tanto di spina da inserire al momento della mescita, con abili contorsioni manuensi per riuscire a gestire l’amorfismo del contenitore.
Un paio di twit scambiati con @cdrwinelab e altri riguardo al fatto, mi spingono  a scrivere due righe.
Su Consumerismo viene ripresa una notizia di Business Week, dove si legge che il maggior venditore australiano di vino, Hardys, ha deciso di esportare il proprio vino utilizzando non la classica bottiglia ma degli enormi sacchi di plastica da 24.000 litri per un totale di 32.000 bottiglie.
La Hardys Estate non produce vino di qualità, ma fondamentalmente vino sfuso, ed il principale acquirente è la Gran Bretagna: un viaggio di oltre 10mila kilometri.
L’articolo spiega molto bene i motivi di questa scelta che, inutile dirlo, sono esclusivamente di natura economica.

Un classico container da 20 piedi, circa 6 metri di lunghezza interna, ha un volume di poco meno di 33 metri cubi, e può contenere 9900 litri di vino imbottigliato, cartone compreso; dall’Australia fino in Europa il costo di trasporto è attorno ai 3400$.
Usando il bladder (questo il nome del contenitore di plastica), tecnicamente un Flexitank,  si trasportano come dicevamo 24000 litri ad un costo di appena 4000$ per lo stesso tragitto.
La ricerca di un metodo per diminuire i prezzi è dovuta principalmente al record diFLEXITANK1_16160545 cambio tra A$ (Australian Dollar) ed €; grazie alla forza del $A, acquistare etichette europee di pregio oggi costa fino al 30% in meno rispetto allo scorso anno, e questo ha aumentato notevolmente l’importazione di vino di alto livello dall’Europa.
I produttori australiani di vino hanno perciò qualche difficoltà a piazzare il proprio prodotto all’interno dei confini e, a causa sempre del cambio, se l’import è conveniente al contrario l’export non lo è.
I vini imbottigliati australiani allora prendono la strada del mercato asiatico, mentre quelli sfusi riescono a mantenere competitivi i prezzi grazie al risparmio sul trasporto ed arrivano in massa in Europa.
La Gran Bretagna è sempre stata il mercato di riferimento per lo sfuso australiano, quattro bottiglie su cinque vendute in UK sono trasportate come sfuso, mentre sono due su cinque verso il mercato USA.
Bladder_TankAltri grandi esportatori di sfuso sono il Chile, che invia il 36% della produzione oltremare, poi gli USA ed il Sud Africa che nel 2010 e 2011 hanno venduto metà della propria produzione come vino sfuso principalmente in Europa.
Naturalmente l’uso dei bladder comporta conseguenze all’indotto: la Owens-Illinois, il maggior produttore mondiale di bottiglie, ha chiuso nel 2012 3 delle 12 fornaci australiane, la Amcor di Melbourne ha visto un calo degli ordini del 34% nel 2012 e la Penrice Soda Holdings ha smesso per il momento di produrre ceneri di soda, necessarie nella produzione del vetro.

Ed anche i produttori sudafricani di vino non se la passano proprio benissimo. (continua)

Si, voglio ricevere le note di degustazione
di Benvenuto Brunello 2012
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2 Comments on “Un sacco di vino

Wine down under | Storie del vino
25 ottobre, 2013 a 11:07

[…] già scritto, parlando dei metodi utilizzati per trasportare vino sfuso, che le grandi aziende vinicole […]

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[…] ho già scritto parlando dei Flexitank, trasportare vino sfuso con questo sistema consente di avere un container […]

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