Undici e Trenta: Il Sangiovese di #Montalcino

UNDICI E TRENTA – IL SANGIOVESE DI MONTALCINO E GIAMPAOLO GRAVINA.

da sinistra: Gigliola Gorelli (Le Potazzine), Ludovica Lisini, Giampaolo Gravina

La consolazione da questa varietà di recital ci viene soprattutto dai produttori, nonché da quei critici – nel caso in questione è legittimo parlare di intellettuali – che abbiano veramente a cuore le questioni de gustibus e tra tutte la sensibilità interpretativa, la formazione e l’evoluzione del gusto. Uno tra questi è Giampaolo Gravina, chiamato a condurre il seminario d’apertura. Poche parole e giuste per la prolusione, dedicata al significato stesso della degustazione che secondo Gravina è assaggio condiviso (non evento, né lezione).

Un approccio da amante e cultore: ché se l’amante possiede intimamente e conserva il senso di ciò che ama, sentire è di certo più semplice che significare. Altrimenti detto, provare una passione non vuol dire saperla descrivere.

Il cultore tende a colmare questo divario attraverso la pratica, la critica e il gioco di confronti e combinazioni tra giudizi soggettivi, volto a propiziare l’affinità delle sensazioni. Non solo possiede intimamente e conserva il senso di ciò che ama, ma lo coltiva apprendendo quel che serve per significarlo, cioè per condividerlo.

La degustazione si apre con il Brunello 2007 Podere Sante Marie/Colleoni: profondità e intensità delle tracce silvane (terra, rovo, alloro), minerali (ferro, carbone) e fruttate (prugna, visciola) ben coese e veicolate da un soffio di volatile che, slanciandoli, spiega meglio i profumi e nel farlo si dilegua. In evoluzione si aggiungono note speziate di chiodo di garofano e pepe. In bocca non nasconde il calore, né lo subisce: la freschezza sostiene la materia ricca e il suo svolgimento, l’ampiezza del ventaglio di aromi, le nette sensazioni caloriche, assistita dai tannini che aggiungono vitalità (e un tocco di legno di rosa) al sorso. Cenni balsamici, di propoli e incenso alla distanza.

Il secondo vino è il Brunello 2007 di Tenuta di Sesta, che si presenta all’olfatto con salvia, alloro, fioriture appena appassite e la freschezza acidula di amarena e mirtillo rosso. Impronta effusiva e matura ma in pregevole definizione aromatica. Una sinossi del migliore Sangiovese dal basso comprensorio ilcinese, oltretutto da vigne esposte a Sud, felicemente risolto nel connubio tra eleganza composta e suadenze solari. Al sorso se ne gode subito la tensione profonda, la basilare e più durevole acidità, gli ornamenti di frutti rossi, le screziature di cannella e agrume, soprattutto l’amalgama di velluto e sale che guida al finale curiosamente venato d’amaro.

La foto è di Andrea Federici, che Storie del Vino ringrazia per la concessione.

Nel retrocedere di un anno, Gravina riflette sul carattere limitativo della convenzione che lega la bevibilità di tutto il Brunello all’invecchiamento. I primi due vini, analogamente ai due che seguono, spiccano in realtà per l’espressività già compiuta e non caduca. Introducendo il terzo vino nota inoltre come lo scostamento termico di quest’annata abbia probabilmente giovato alla Toscana del sangiovese più che alle Langhe.

Venendo al vino, il Brunello 2006 di Pietroso infonde sensazioni di maggior densità e robustezza, anche grazie alla traccia rustica, data dalle note di muschio, terra, pelliccia e salame. Il frutto è presentato in avvolgente maturità e ispira sensazioni di dolcezza (confetture di fragola e prugna). Dettagli balsamici (alloro, cipresso). Sorso tonico in attacco, subito sapido, ampio, continuo in progressione fino a un punto oltre il quale declina per sovrabbondanza di materia e calore. Lo risollevano tannini fitti per trama e saporiti, vero elemento qualificante di questo vino. Segue il Brunello 2006 Le Chiuse, del quartetto iniziale il più fine al naso e il più austero: lento nell’espressione olfattiva, complesso e di notevole bilanciamento nell’intreccio di frutti, terra, spezie e rose. Bocca da ricordare: mineralità tracciante e verticalità di assetto, esordio salino e di grande energia, progressione diritta e continua, grande precisione dei dettagli gustativi (lampone, amarena, prugna, sasso, sale rosso, cenere, rosmarino, tabacco) e gran portamento, sostenuto dalla freschezza persistente e dalla fioritura di tannini. Chiude su una lunga scia in lenta dissolvenza, da creta a calcare. Il terzo 2006 è quello de Le Ragnaie. Ampiezza e definizione del quadro olfattivo, stratificato in una parte più profonda di rovo, carbone, cipresso, sangue, salmastro ed erbe amare, e in un’altra più aerea di fiori, ciliegia, timo, anguria e succo d’arancia. Solarità e austerità fuse in unità espressiva: fase melodica e fase ritmica. Grande presenza e tensione gustativa, sensazioni coinvolgenti di energia, freschezza e grip. Una composita pulsazione minerale (sale, ferro, das) in persistenza, ornata di tannini che aggiungono ritmo e agilità alla beva. Un vino che, secondo Gravina, ha una temperatura emotiva quasi borgognona.

Con il sesto e il settimo vino si risale ancora di un anno. Il Brunello 2005 Le Potazzine è essenziale: offre il massimo di espressività con la minor sostanza – ampiezza, struttura – dell’annata, rendendo quest’ultima con finezza e inattesa generosità. È sottile, non scarno. La sensazione composita di dolcezza e asprezza è un richiamo immediato ai piccoli frutti rossi; sullo sfondo note di ruggine, sangue, carne salata, ginepro, salvia e fiordaliso. Al sorso sorprende per rotondità, confuta l’idea crepuscolare riecheggiando il frutto nella sua nota più succulenta e matura, senza tuttavia perdere in dirittura. L’idea di minorità si rivela semmai nella trama fenolica più verde e rugosa, nella linearità, o relativa facilità, rispetto ad altre annate di casa Gorelli.

In chiusura viene servito il Brunello 2005 Selezione Ugolaia di Lisini. Frutto rosso in dovizia di forme e stati, polpa fresca e succo e composte, dal lampone all’amarena, fino alla susina in gradazioni successive di maturità ed elaborazione. Poi iris, salvia, timo, noce moscata e tabacco: quindi grande complessità, della quale Gravina sottolinea anche la componente alcolica, riferendosi all’alcol nel suo ruolo di veicolo per lo sviluppo olfattivo, poi di vettore per la spiccata sapidità in fase gustativa. Gusto speculare all’olfatto per articolazione aromatica, slancio e continuità, percorso da una vena fresca e salata, arricchito dalle note di mallo, fiori passi e noce moscata in retrolfazione. Particolare interessante: il vino trascorre 6 mesi in botti di castagno, essenza storica ma discussa per la sua “scodata” amara e quasi soppiantata dal rovere. In questo caso – tutti d’accordo – l’amaro è una traccia appena percettibile, composta e infusa.

 

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