Save Our Souls

Dopo la degustazione dei vini di Podere Pradarolo, di cui ho parlato nel post precedente, sono stato a cena insieme a un mucchio di bella gente, tra cui Tiziana Gallo, organizzatrice di Vini Naturali a Roma e di molte altre manifestazioni di vini naturali, Puntarella Rossa, e Jonathan Nossiter con la moglie Paola.

A cena si è parlato del più e del meno, alcuni tra noi non si conoscevano prima dell’altra sera, così le chiacchierate erano incentrate sui propri interessi, su filosofie più o meno elevate, su discorsi pacati e divertenti, in una allegria completamente naturale.

Naturalmente, vista la presenza di Nossiter, abbiamo anche parlato delle polemiche seguite al suo articolo, di alcuni commenti che non erano solo una presa di posizione contraria ma un attacco personale.

Torno volentieri perciò sulla diatriba tra vini naturali e vini industriali, vini sani e vini tossici.

Non è questione di essere talebani del vinonaturismo o del vinoverismo, anzi.

Da questo punto di vista si nota un astio molto marcato da parte di chi non fa parte del movimento dei vini naturali, attaccando in ogni modo chi invece produce, vende e beve solo vini di questo tipo.

Il che non è nemmeno del tutto vero: esistono buoni produttori, ed anche qualche buona cantina sociale specialmente nel Trentino, che pur non aderendo alla filosofia naturista producono vini con un’anima dentro, cercando di invadere il meno possibile con prodotti chimici sia la propria vigna che la propria cantina, ben sapendo i danni che derivano da un uso massiccio di fitofarmaci e di prodotti estranei al vino, danni soprattutto al loro prodotto.

I vini industriali sono quelli che vengono aggiustati in botte con ogni tipo di prodotto (sia ben chiaro, tutti legalmente consentiti, voglio sottolinearlo) così da essere certi del vino che metteranno in bottiglia, sicuri che non ci saranno sorprese, di cui già prima della vendemmia si conoscono le caratteristiche organolettiche.

Un vino che viene progettato dal winemaker che conosce molto bene il mercato, sa quali vini si bevono e si vendono e quali invece rimangono negli scaffali.

Questi sono i vini che troviamo in alcune spettacolari degustazioni, quindici, venti, trenta etichette di vini fotocopia, sapori e gusti tutti uguali, un po’ di legno in più o in meno, mezzo grado di differenza, ogni indicazione territoriale coperta dai profumi e dai sapori che vanno di moda in quel momento.

Ossia gli stessi vini, in un vizioso circolo, che poi si trovano in determinati ristoranti, a ricarichi che non sono giustificabili né dal vino né dal servizio.

I prodotti industriali, d’altra parte, fanno questo: sono riconoscibili, firmati, danno sicurezza.

Non voglio parlare della loro tossicità, anche se con le pratiche consentite in cantina ed in vigna viene la pelle d’oca a pensare quanti elementi immettiamo nel nostro organismo, elementi di cui non si conosce soprattutto il loro effetto cumulativo.

Quando però si beve un vino sano, Naturale o Vero che sia, biologico o biodinamico, un vino dove nelle vigne viene al massimo usato zolfo e rame, in cantina non si controlla la temperatura, non si aggiusta il tannino o l’acidità, non si aggiungono elementi che servono per togliere sapore o modificarlo, non si chiarifica usando la bentonite o non si chiarifica per niente, allora si scopre tutta la differenza tra i vini sani ed i vini tossici.

La bellezza di un vino deve risiedere nella scoperta, nella sorpresa, nello stupirsi che due bottiglie dello stesso vino e della stessa annata sembrano completamente diverse.

La bellezza di un vino risiede nel tempo, trascorso nel tino o nella botte o anche solo in bottiglia, e soprattutto nel tempo che deve trascorrere con il vino nel bicchiere in attesa che prenda confidenza con l’ossigeno, che si migliori, si irrobustisca, si fortifichi, che diventi meno irruento.

Allora ci troviamo di fronte ad un prodotto vivo, ad un prodotto con un’anima.

Per questo motivo plaudo ancora alle parole di Nossiter, ai vini di Maule e di Mlecknic, di Cappellano e di Podere Pradarolo, di Guccione e di Rosi, di Arianna Occhipinti o di Elisabetta Foradori, di Praesidium e dei Botri di Ghiaccioforte, e di tutti quei produttori che, con coraggio ed insistenza, con conoscenza del proprio territorio e delle proprie vigne, rischiano nel fare un vino che, dopo due, tre, cinque anni, potrebbe anche essere non facilmente vendibile.

Cosa spinge queste persone a correre tanti pericoli, sapendo che una cattiva annata non potrà essere migliorata aggiungendo un po’ di gomma arabica o di acido di qualche tipo, ma dovrà essere attentamente studiata mentre gli zuccheri si trasformano, aumentando o diminuendo il tempo di contatto con le bucce, diminendo la produzione, lasciandolo riposare meno tempo nelle botti o nei tini, o magari di più.

E’ una questione di anima, quella che si mette nelle cose che piacciono, quella che si usa per conquistare la donna o l’uomo che si ama, quella che si usa per scrivere una canzone o girare un film, per fare una foto o comporre un romanzo.

Ben vengano, così, persone come queste, e come tante altre, che fanno il proprio mestiere mettendoci dentro l’anima, il cuore, la passione.

Così, che siamo scrittori, poeti, cantanti, collezionisti di francobolli o appassionati di modellismo, produttori di marmellata o di pomodori, di vino o di mobili, tranvieri o farmacisti, mettiamo un po’ più di anima in quello che facciamo.

Probabilmente guadagneremo qualche euro di meno, ma potremmo dire di aver migliorato, ognuno per la propria parte, quella piccola parte di mondo che circonda ognuno di noi.

Scarica gratis le note da Benvenuto Brunello 2012
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