Slow drink, slow think, slow money

La critica è sempre quella: il vino non è un prodotto naturale, non si forma automaticamente dall’uva, e quindi chi parla di vino naturale parla di cose che non esistono.
Da qui si procede per il solito sentiero, è l’uomo che fa il vino, prendendo il prodotto della vite, e quindi è normale che ci debba mettere del suo.
Sono argomenti da sofista, da chi prende una parola, una definizione sulla quale non tutti sono d’accordo, ed inizia a disquisire sul fatto che il vino naturale non esiste.
Se è per questo, nemmeno l’acqua ‘naturale’ che ordiniamo al ristorante, in contrapposizione a quella minerale, lo è, visto che arriva in bottiglia chiusa, con una etichetta, e sottoposta a controlli ed aggiustamenti.

Mai visto una sorgente di alta montagna da cui escano bottiglie di plastica.

Comunque, a conclusione di questi ragionamenti poi c’è la chiosa di prammatica, classica: sarà pure naturale come dite voi, ma io un vino che puzza, che sa di acido, che oltretutto costa più di un vino fatto come si deve, io questo vino non lo bevo.
Non ho studiato filosofia e nemmeno retorica, così non saprei come ribattere seguendo la logica argomentativa; forse perché un ragionamento come quello, logica non ne ha.
E’ vero, è l’uomo che fa il vino, ed è il suo intervento che può esaltare o meno il prodotto della vite.

Ci sono tanti modi per farlo, e chiaramente dipende dall’idea che il produttore ha del proprio lavoro.
Qualcuno vuole migliorare il proprio vino aggiungendo acidificanti o tannini liquidi, gomma arabica o bentonite per la chiarificazione?

Padrone di farlo e di usare le proprie energie nella vendita e nella distribuzione.
Io però sono padrone di non berlo e di cercare, se posso, vini fatti in modo diverso.
Visti i volumi di vino, non credo che Antinori, Biondi-Santi, Planeta, tanto per citarne alcuni tra i migliori e più venduti, risentano della concorrenza dei vini naturali.
Si può dire che invece i produttori più piccoli possano risentire della concorrenza con i vini naturali che è vero, costano qualcosa in più dei vari frascatucci che si trovano al supermercato.
Bene, se siamo in un mercato libero, loro possono continuare a fare e vendere i loro vinelli costruiti ed io sono libero di comprare e bere una bottiglia di vino che magari puzza, magari ha una acidità elevata, ma che se hai voglia di farlo aspettare qualche minuto nel bicchiere, se te lo vuoi godere appieno, lentamente,  ti accorgi che è cambiato, si è evoluto, si è fatto più disponibile ad essere bevuto.
Sono veramente due filosofie di comportamento: vendemmia massiva, temperature basse, solforosa come se piovesse e poi gli immancabili aggiustamenti dei molti artifizi di cantina consentiti dalle normative, per quelli più industriali; scarso o nessun uso di concimi chimici e fitofarmaci in vigna, massima attenzione durante la vendemmia, pulizia e igiene ovunque, studio dei contenitori da usare per la fermentazione e per l’affinamento per i vini naturali.
Prodotti migliori e peggiori ce ne sono in entrambi gli insiemi: non mi si dica che tutti i vini industriali sono buoni, così come non lo sono tutti quelli naturali. Nessuno lo ha mai detto, almeno tra i produttori di vini veri o naturali o artigianali che siano, mentre i viticoltori più ‘moderni’ sono sempre compatti a dire che i loro sono tutti e sempre buoni.
Certo, quando si ha un enologo che arriva, lascia la ricetta per il vino come se fosse il nonno con la bronchite e poi se ne va, qualche dubbio sulla corrispondenza tra il vino, il territorio, l’annata, qualche dubbio dicevo arriva.

Del resto, la parkerizzazione del vino è ormai un processo che dura da vent’anni.

Io continuo a bere vino dove si senta la differenza tra una annata e l’altra, e non tra più o meno mesi di permanenza in una nuova barrique, dove l’acidità del vino sia quella dovuta al clima ed al terreno e non ai correttori di acidità, dove la morbidezza sia dovuta alle uve ed ai prodotti di fermentazione e non alla gomma arabica, dove i profumi siano in continuo cambiamento già nel bicchiere e non aggiunti o amplificati da sapienti sostanze chimiche.
Poi, Massimo Billetto e l’AIS Roma facciano come vogliono.

Scarica gratis le note da Benvenuto Brunello 2012
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3 thoughts on “Slow drink, slow think, slow money

  1. Per la verità io credo che le parole siano importanti e importante è l’uso che se ne fa. Ma aldilà di questo io, che frequento anche le manifestazioni di produttori di vini così detti naturali, ne ho incontrati che si sono sperticati nel dire che il loro vino è il migliore… d’altronde la massima che dice “ogni scarrafone è bello a mamma sua” vale per tutti. Ho trovato addirittura un produttore di vini così detti naturali che ha affermato di fare “vini per sommelier”…
    Quello su cui mi trovi incondizionatamente d’accordo è l’affermare la libertà di scelta e l’evitare divisioni.

  2. Egregio,

    mi spiace davvero che il mio articolo venga travisato. Sono un grande sostenitore della natura e della minore invasività possibile su di essa. Che il vino, poi, non sia un prodotto esistente in natura (mentre l’acqua da te citata lo è) è scientificamente innegabile. Certamente, come dici, dalle sorgenti non sgorgano bottiglie di plastica, ma mi pare che tu faccia confusione tra il prodotto e il contenitore che lo ospita. Non bevo “frascatacci” nè li ho mai sostenuti, anzi…così come sono profondamente avverso alle omologazioni modaiole di Parker & C. Desidererei, e non ritengo di essere il solo, che si facesse un po’ di chiarezza intorno al concetto di “vino naturale” per arrivare a una univocità di regole, magari formalizzate a livello normativo, per far sì che non vi sia spazio per coloro che si insinuano tra le maglie del radicalismo per spacciare sottoprodotti mascherati da grandi vini solo perchè privi di interventi in vigna e in cantina. Chi lavora con un approccio il più possibile vicino alla natura e ai suoi cicli riuscendo a trarne grandi e seducenti vini, va esaltato e sostenuto (come sempre faccio durante le mie lezioni, non ultime quelle del corso sullo Champagne che sto tenendo a Roma, e nel quale i protagonisti sono principalmente i vigneron biodinamici).
    Odio gli atteggiamenti radical-chic, salottieri, e “contro” a tutti i costi, nonchè le strumentalizzazioni che sono sempre indice di profonda ignoranza. Mi permetto una considerazione: vedo in questo blog il link con “Sense of wine”. Spero che non sia il preludio all’esaltazione del concetto di “vino frutto” e alla sua commistione con la locuzione di “vino naturale”…Prosit.

  3. Inizio scusandomi con entrambi per rispondere (e pubblicare) il commento con così tanto ritardo, ma ho avuto un problema tecnico al modulo di pubblicazione dei commenti.
    Venendo al contenuto, sembra che però ogni tipo di critica che viene mossa ai vini naturali sia sempre e soltanto sul nome, naturali, appunto, in contrapposizione con i vini industriali.
    Non vorrei apparire né banale né qualunquista, ma sappiamo bene che ne esistono di ben fatti e di pessimi in ambedue le categorie, se proprio vogliamo categorizzarli.
    Qualcuno si fregia del termine ‘naturale’ o ‘biologico’ per mascherare evidenti difetti, altri invece utilizzano la denominazione d’origine per fregiarsi di una qualità che non hanno.
    Però chi tiene i corsi di degustazione sa bene, come ogni insegnante, che le opinioni possono essere manipolate, facendo assaggiare solo determinati tipi di vini, ad esempio, e dichiarandoli eccezionali. Per questo sono contento di aver conosciuto il vino tramite l’AIS e poi aver avuto la fortuna di conoscere i vini naturali. Ho potuto farmi un’opinione o, almeno, iniziare a formarmela, cercando di andare oltre al gusto chewing-gum o alle puzzette.
    Il link a Sense of Wine: sono andato pure all’edizione 2012, ma non ne ho parlato. Avrei dovuto dire di vini marmellatosi o da cestino di ginestre, di un ambiente in generale poco gradevole e produttori completamente assenti dai loro banchi di degustazione. Non l’ho fatto e normalmente non lo faccio, a meno che non riesca anche a dire qualcosa di buono e, francamente, lì dentro non di buono non avrei saputo cosa dire. Però hai ragione, Massimo, ed il link è una mia svista che tolgo subito, anche perché non vorrei vederti arrampicato su specchi semantici per reggere una logica basata su un paradosso.
    Un saluto, e grazie per il passaggio sul mio sito.

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