Una piccola manifestazione per i vini naturali è un buon modo per conoscere, e ritrovare, produttori e vini che hanno una storia da raccontare.

E’ stato così al Fanfulla finest Wine, sette produttori di vini naturali che presentavano, non certo sotto i riflettori, i propri vini.

La degustazione è stata organizzata sabato 15 e domenica 16 ottobre dai ragazzi di Fanfulla 101, al Pigneto, quartiere romano disposto tra via Prenestina e via Casilina, un quartiere popolare e proprio per questo ancora vivo, non trasformato in dormitorio e file al supermercato.

Sono stato lì sabato 15 ottobre, sperando come tutti che la manifestazione romana fosse parte dei cortei di protesta che si tenevano in tutto il mondo.

Come siano andate poi le cose lo abbiamo visto in innumerevoli filmati e foto.

Non si è trattata di legittima rabbia dei manifestanti, ma di elementi scientificamente inseriti per distruggere tutto quel che capitava loro a tiro.

Tutti hanno riconosciuto che i manifestanti si sono dissociati da questi atti, ma è anche vero che la partecipazione italiana alla manifestazione mondiale è finita senza comizi, senza raduni allegri, in un bruciar di automobili e cassonetti.

La festa è stata rovinata, l’obiettivo degli infiltrati è stato raggiunto.

Ma qui siamo a parlare di vini, e di quelli racconterò.

Non ho assaggiato tutto quel che era in degustazione, mi sono soffermato soprattutto a chiacchierare piacevolmente con un paio di produttori, soprattutto ascoltando il loro modo di fare il vino, il loro modo di vivere, e sintetizzando le loro parole negli assaggi dei loro prodotti.

La prima azienda a cui mi sono avvicinato è l’Azienda Agricola Di Palma Riccardo, certificata biologica, una delle poche aziende laziali (stanno a Velletri) che provano a fare vino in modo diverso dalla massa.

I loro vini sono caratterizzati da una piacevolezza immediata, di pronta beva si dovrebbe dire, se non che questa espressione mi dà l’idea di un vino che si può bere e dimenticare subito.

Ed invece il loro Saturnino bianco, un taglio di 80% di malvasia e 20% di trebbiano, è un vino gradevolmente morbido, con una lunghezza che non ci si aspetta, specialmente dopo aver assaggiato tanti vini laziali di taglio simile ma di caratteristiche completamente differenti.

L’azienda è biologica da una decina di anni, una scelta che forse non premia in quantità qui in questa regione, ma sicuramente consente di avere una marcia in più nella qualità proposta e, soprattutto, nella differenziazione. Il percorso, raccontava Sandro, non è stato di quelli semplici, ma quando finalmente hanno trovato l’enologo di loro fiducia sono riusciti ad ottenere il vino che volevano fare loro. Ma, mi diceva Riccardo, non prendono per oro colato quel che l’enologo raccomanda. ‘Io voglio fare il vino come dico io, seguo i consigli ma non sono comandamenti scritti sulla pietra. Se ne discute, si prova, e spesso faccio di testa mia’.

L’Elisio, trebbiano in purezza, è una bella dimostrazione di questo modo di fare il vino. Nonostante sia giovane, un 2010, si presentava con immediatezza al naso sviluppando una complessità che, in un trebbiano laziale, è veramente raro incontrare.

Per i rossi, tutti 2010, il merlot è il classico vino tutti frutti, ben fatto però, e non esasperato; un vino ancora troppo giovane per essere adeguatamente considerato, ma ugualmente gradevole.

L’Elisio rosso, cesanese in purezza, è invece un vino che a mio parere avrebbe avuto miglior fortuna con un affinamento più lungo, si intuiscono delle potenzialità ancora inespresse che potrebbero portare questo vino ad essere uno dei migliori cesanesi del Lazio.

E’ in ogni caso il modo di fare il vino che si sente nel bicchiere, un modo onesto e schietto, studiato per assecondare quello che le uve possono dare e lavorando duro per estrarne il meglio.

Se capitate dalle loro parti, una visita alla loro azienda è consigliata.

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