Dante aveva paura solo della pioggia il giorno della vendemmia.

Durante l’anno lavorava sodo nella sua vigna insieme al Carmelo, un suo amico rimasto scosso da una bomba austriaca durante la guerra, anche se da quando era nato tutti se lo ricordavano così.

Il Carmelo non era tanto alto, ma aveva due braccia lunghe e forti, che da sole sollevavano il carretto quando c’era da cambiare una ruota. Ed una volta lo aveva anche sollevato con tre botti piene dentro.

Era un bello spirito, il Carmelo, diciamo così, una di quelle persone che quando gli dici “vammi a prendere la vanga” non ti rispondono di andartela a prendere da solo, ma sono contente di far piacere a qualcuno.

E se questo qualcuno era Dante, allora lo vedevi correre alla rimessa degli attrezzi, prendere la vanga e ripulirla per bene prima di portarla sorridendo (senza correre, come gli aveva insegnato sua mamma tanti, tanti anni fa) al suo amico che, in verità, della vanga non aveva alcun bisogno in quel momento.

 

 

Quel momento da solo, a Dante serviva per tirar fuori il fiasco del vino e berne a cannella un buon sorso, tappandolo con uno straccio attorno al tappo di sughero e nascondendolo nuovamente dietro al cespuglio o sotto l’albero delle susine.

Dante sapeva bene di non dover dare da bere al Carmelo, perchè il vino gli faceva sempre un brutto effetto; un giorno che si era allontanato dai campi, trovò al ritorno il suo amico che prendeva a testate un ulivo che, poverino, non aveva fatto nient’altro che fargli cadere un paio di olive in testa, che lui ora usava per punire l’immobile albero.

Così, da allora, il fiasco di vino andava regolarmente nascosto.

Era l’unico che andava d’accordo col Carmelo, parlava delle patate e delle susine, del grano e del fieno da dare alle bestie, ma soprattutto parlava della vigna.

Non del vino, che pure Dante beveva in modo piuttosto generoso, ma proprio della vigna. Conosceva a memoria la disposizione delle gemme di ogni pianta, sapeva quale doveva potare corta e quale lasciar ancora un po’ in crescita, dove togliere le foglie che avrebbero coperto i grappoli dal sole, e dove invece torcerne il picciolo per farle crescere come riparo ai chicchi.

E quando vendemmiava, con il Carmelo appresso appresso con la sua gerla sulle spalle, come i muli degli alpini nella Grande Guerra, parlava con ogni vite, con ogni grappolo, e dava ordini precisi al suo amico: “questa gerla mettila all’angolo giù in fondo, quell’altra lasciala vicino al torchio” così da sapere, durante la spremitura, quasi da quale grappolo sarebbe provenuto il vino di ogni bottiglia

Dante era così, viveva nei campi e nella stalla, sempre con il fido Carmelo di fianco.

Durante la vendemmia, sicuro, c’erano anche altri che li aiutavano, ché da soli non ci sarebbero riusciti nemmeno se il cervello del Carmelo fosse stato tutto sano, ma se c’era un ordine da impartire Dante chiamava il Carmelo: “digli al Franco di sbrigarsi con quel filare, che sennò prima di sera non finiamo”, “chiama la Marisa, che porti da mangiare e bere per tutti”, ed il Carmelo orgoglioso di sentirsi importante andava a riferire la commessa a Franco e a Marisa.

Quando si fermavano per mangiare e bere, al fresco della casa di Dante, il Carmelo si sedeva in uno sgabello a tre zampe poco discosto dalla tavolata dove stavano tutti e, appoggiato pane, formaggio e salsiccia secca su una cassapanca, iniziava a mangiare guardando con il suo sorriso tutti quanti i suoi amici, ma di più Dante, che parlavano e ridevano, bevevano vino e acqua del pozzo.

Carmelo sapeva che il vino non lo doveva bere, anche se gli piaceva, e quando erano tutti lì a guardarlo non gli sarebbe mai venuto in mente di rubarsi nemmeno un bicchiere.

Poi accadde che un giorno, era sicuramente i primi di settembre perchè la vendemmia era appena iniziata, accadde che un giorno di lontano il Carmelo vide arrivare due motociclette che alzavano la polvere dalla strada giù in basso, e risalivano la collina per venire alla vigna.

Dante, anche lui aveva visto i due motociclisti, e si era subito detto tra se che quei due non portavano bene; aveva detto al Carmelo di correre in casa ed avvisare la Marisa e la Letizia, che all’epoca aveva solo tredici anni, di nascondersi nella cantina dietro i sacchi del fieno. Sapeva bene, lui, cosa accadeva in guerra a due donne trovate da sole in casa. E di portagli il forcone.

Il Carmelo ritornò di corsa dopo aver portato la sua ambasciata alla moglie e alla figlia di Dante e mentre tornava, sul viottolo vide la bottiglia di vino che Dante si era dimenticato di nascondere bene.

Il caldo e la corsa gli avevano messo sete, e nessuno lo vedeva, perciò si disse che un sorso di vino non gli avrebbe fatto male, e Dante non se ne sarebbe nemmeno accorto.

Sorridendo tra se a quel piccolo scherzo, bevve due sorsi, o forse furono tre, ritappò bene la bottiglia e la rimise dove l’aveva trovata. Dopo qualche passo inizò a sentire nello stomaco il calpestio di zoccoli e nella testa il suono delle campane, ed una strana agitazione che lo prendeva alle gambe.

Dopo aver girato l’ultima curva si fermò di colpo: i due motociclisti, due uomini con la divisa scura e l’elmetto in testa, stavano strattonando il suo amico Dante, che stava in silenzio ed evitava di guardare verso la casa tenendo gli occhi bassi, a guardare quella terra che tante volte aveva zappato ed annaffiato.

Il Carmelo si dimenticò che non doveva correre quando aveva in mano degli oggetti pericolosi, e si avventò contro i due tedeschi come anni prima si era avventato contro l’albero che gli aveva fatto cadere in testa delle olive.

Solo uno dei soldati aveva fatto in tempo a girarsi e tirar fuori una pistola, ma un pelo troppo tardi.

Correndo verso di loro, muovendo il forcone avanti e indietro, riuscì ad infilzare prima quello armato e poi quell’altro, strillando e sbraitando, infilando più volte ancora il tridente nei petti dei due soldati a terra e ormai congedati dalla vita.

Si fermò con il fiatone, asciugandosi il petto sudato; il soldato che aveva tirato fuori la pistola aveva fatto in tempo a tirare un colpo, uno solo, ma senza errori, e non era sudore quello che usciva dal petto del Carmelo.

Lui se ne accorse, e d’un tratto le gambe non gli reggevano più, e cadde in ginocchio vicino a Dante che gli era andato vicino e cercava, con la sua camicia sporca di terra, di fermargli il sangue dal petto.

Sorrideva ancora quando si accasciò a terra, con Dante a sorreggergli la testa che non battesse a terra. Aveva ancora il fiatone, e ad ogni respiro il fiotto di sangue dal petto si faceva più copioso, come una botte piena spaccata in due con un’accetta.

Il Carmelo si guardò il petto, poi l’amico, e disse:

“Non dovevo bere il tuo vino, Dante. Lo vedi, mi sta uscendo tutto di fuori”.

 

La guerra passò, come tutte le guerre che passano e poi ritornano di nuovo.

La vigna di Dante ora è diventata una azienda moderna, ed il suo vino, fatto dalla Letizia e dal marito, lo bevono in tutti i ristoranti e le trattorie del circondario. E’ ancora un vino genuino, senza scherzi, un anno migliore, un anno meno, ma puoi stare sicuro di quello che bevi.

E se proprio vuoi bere qualcosa di eccezionale, allora fatti portare una bottiglia di Vino del Carmelo, prodotto ogni anno dal 1943, e fatti raccontare la storia dal nipote di Dante. Ti indicherà con lo sguardo, fuori dalla finestra, di osservare alla fine del vialetto, un piccolo ceppo di cemento con un forcone infilato a punte in giù.

E quando gli chiederai di portarti un coltello, o una forchetta, per tagliare ed assaggiare la salsiccia secca da mangiare insieme al vino, correranno subito in cucina a prenderla, ma tornando andranno piano.

Che con gli attrezzi pericolosi in mano, non si corre.

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