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3 febbraio, 2010

Vini Naturali 2010

Domenica pomeriggio sono stato alla seconda edizione dei Vini Naturali a Roma. Come lo scorso anno, la location ha lasciato un po’ a desiderare, soprattutto vista la grande affluenza di pubblico.
Ho incontrato amici e produttori che già conoscevo, appassionati e sommelier, ognuno interessato ad assaggiare vini che, per loro stessa natura, sono un po’ fuori dai soliti circuiti commerciali.

In effetti, la denominazione Vini Naturali non è una vera e propria denominazione, è solo un modo per identificare vini fatti in modo … naturale!

La filosofia che sta dietro a questi vini, e dunque ai loro produttori, è che il vino è un prodotto della terra, e come tale non dovrebbe essere aiutato da concimi chimici, lieviti selezionati, controlli di temperatura e filtrazioni che, a volte, fanno sembrare le cantine un laboratorio di chimica.

Certo, non tutti i vini naturali sono vini gradevoli da bere, così come vale lo stesso concetto per i vini commerciali, anche di grandi marche.

Cosa dire, infatti, di certe DOC che comprendono territori enormi, e la cui tracciabilità delle uve è a dir poco complicata?

Parlare con i produttori di vino naturale è sempre una bella esperienza. Non si sentono i nomi soliti degli enologi o dei wine maker conosciuti e famosi, non esiste la voglia a tutti i costi di far maturare il proprio vino in barrique anche se non ce n’è bisogno, e si sente in definitiva un’aria più da contadino che non da imprenditore, un sano ritorno alla artigianalità, alla manualità, l’orgoglio di sporcarsi le scarpe e le mani di terra.

 
Certo, poi il vino deve essere venduto e commercializzato, perchè una impresa improduttiva alla fine ha vita breve.Ma basta cercare con oculatezza i propri clienti ed alla fine si riescono ad ottenere risultati che, vista la fatica nella produzione dei propri vini, ripagano più di quanto le cifre dei bilanci lascino intendere.

Non ho potuto degustare tutti i vini presenti, naturalmente, e dopo essermi fermato a chiacchierare con i più noti, ho cercato di fermarmi ai banchi dove vedevo meno ressa.

Attività difficile, in effetti, visto che come dicevo sopra, le sale dell’hotel Columbus a volte erano veramente esigue per contenere tutti gli appassionati.

Quindi, se posso rivolgere un consiglio all’organizzatrice dell’evento, per il prossimo anno non abbia paura a trovare sale più ampie: vedrà che verranno comunque riempite.

Tra i vini che ho assaggiato, mi ha lasciato un’ottima impressione lo Chardonnay di Valter Mlecnik.

La famiglia Mlecnik produce vino da molte generazioni, e l’attuale fattoria è stata acquistata nel 1922; è in località volcja Draga, nella regione di Goriska in Slovenia.

Nei vigneti, coltivati a Guyot, è presente Chardonnay, Ribolla gialla, Merlot, Sauvignon e Tokaj Friulano.

Rispettando il metodo di coltivazione di chi lo ha preceduto, Valter Mlecnik non utilizza alcun fertilizzante chimico, ma esclusivamente letame, e lascia che l’erba cresca tranquillamente in mezzo ai filari.

La resa è piuttosto bassa, o meglio, è la naturale resa dei vigneti; senza stressare le viti, queste crescono e fruttano in modo naturale, lasciando che siano le condizioni climatiche a fare il grosso del lavoro.

In cantina poi anche il vino bianco viene fermentato sulle bucce per un paio di giorni, e quindi utilizzando solamente i lieviti e gli enzimi presenti naturalmente su di esse; viene trasferito poi in barrique vecchie anche di 15 anni per iniziare la prima fermentazione.

Rimane poi fino ad un anno a maturare sulle fecce dei lieviti e poi travasato in tini di acciaio o in botti grandi, e solo in questo momento viene aggiunta una piccola quantità di solforosa. I travasi consentono di avere una filtrazione naturale, dopodiché il vino viene imbottigliato e lasciato ad affinare ancora almeno un anno.

Mentre assaggiavo lo Chardonnay di Valter, gli ho chiesto dei controlli di temperatura. Dall’alto della sua statura (credo che superi i due metri) mi ha sorriso, e mi ha chiesto se mio figlio, appena nato, sia stato messo sul petto della madre con una coperta o depositato in una culla refrigerata.

E’ il caldo, mi spiega, e non il freddo, ad essere amico della vita; con il freddo la vita si ferma, rallenta, e riprende quando la temperatura risale.

I lieviti naturali hanno bisogno di temperature più alte per attivarsi, così come più alta è la temperatura raggiunta dal vino durante la fermentazione.

Producendo vini con i lieviti selezionati, invece, la temperatura deve essere attentamente controllata per far avvenire la fermentazione esclusivamente grazie ad essi e non, invece, a causa di lieviti naturali rimasti inavvertitamente nel mosto.

All’analisi visiva lo Chardonnay che stavo degustando è trasparente, ma non limpido e cristallino come da manuale. Girando per la manifestazione però ti accorgi che è quello ad essere veramente la limpidezza del vino.

La temperatura di servizio, come in ogni degustazione, è probabilmente più alta di quanto vorrebbero le guide, ma questo si traduce in un pregio e non in un difetto, consentendo di far arrivare un maggior numero di aromi alle narici. Anzi, la temperatura consigliata per questo vino è sicuramente attorno ai 13, 15*C.

Si sente un profumo di albicocca, un sentore di mineralità ed erbaceo, fresco.

Ha un gusto morbido, fresco, si sente una buona sapidità sorretta anche dal grado alcolico di 14°, un finale piuttosto lungo che lascia la bocca pronta al sorso successivo.

Come abbinamento, si può pensare ad un piatto particolarmente succoso e dolce, ad esempio del fegato, magari con cipolle.

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