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29 ottobre, 2013

Vino sfuso, un affare mondiale – 1

om-Service-League-Uncorked-Wine-Objects-Tradition-1365176080Una nota di Donatella Cinelli Colombini mi ha dato lo spunto per una ricerca su quanto accade sul vino sfuso, con particolare riferimento al Sudafrica

Iniziamo con qualche numero, giusto per inquadrare il problema; di questo ringrazio naturalmente il sito di Marco ‘Bacca’ Baccaglio, ossia il già da me ampiamente utilizzato I numeri del vino. Anche negli  articoli che seguiranno la maggior parte dei dati proviene dal suo sito.

Come ho già avuto modo di scrivere, l’Italia importa una quantità non indifferente di vino sfuso. Nel primo semestre di quest’anno sono stati acquistati 1,138 milioni di hl di sfuso, per un valore di 74 milioni di €, determinando un trend in crescita. Il nostro fornitore più importante è la Spagna, con 37 milioni di €, in concorrenza con gli Stati Uniti (22.5 milioni di €). Entra in lista il Sudafrica, con 6 milioni di €; da notare che nel 2012 non era stato importato da laggiù nemmeno un litro di sfuso.

L’import di vino sfuso in Italia è aumentato, sia in volumi che in valore, rispetto al secondo semestre del 2012: da luglio a dicembre avevamo comprato 761mila hl di sfuso, per un valore di 48 milioni di €. 

Continuando coi numeri, vediamo l’export, ancora nel primo semestre del 2013.

L’Italia ha venduto 3,4 milioni di hl di sfuso, per un valore di 296 milioni di €. Rispetto al primo semestre 2012 abbiamo guadagnato il 19.2% in più, a fronte di una esportazione minore del 9%; in ultima analisi, il vino sfuso lo compriamo a 0.65 €/l mentre lo vendiamo a 0.87€/l. Sarebbe interessante sapere la destinazione di tutto lo sfuso che entra in Italia, ma è possibile che il nostro Paese si comporti da reseller verso i mercati migliori (USA, Germania, UK).

Se volete sapere cosa succede nel mondo del vino sfuso, non potete perdervi la lettura del rapporto di Rabobank del 2012, intitolato per l’appunto ‘The Incredible Bulk: the Rise in Global Bulk Wine Trade‘ (qui in pdf).

Nel decennio 2001-2011 le esportazioni di vino sfuso sono passate da 558,5 milioni di litri a 1,237 miliardi di litri, qualcosa in più del doppio. Nel 2001 solo il 22% di vino esportato totale era sfuso, nel 2010 la percentuale è arrivata al 40%, facendo scendere di conseguenza la quantità di vino imbottigliato. 

La sovrapproduzione di vino in alcuni Paesi, come il Chile, l’Australia, l’Argentina o, proprio, il Sudafrica, ha portato ad aumentare il volume di vino sfuso esportato, con un costo notevolmente minore. Basti pensare che il Cile, che vende una cassa (12 bottiglie) a prezzi tra 10 e 20$, per lo stesso quantitativo di vino (9 litri) chiede prezzi tra 1.5 e 3$.

I migliori acquirenti sono UK, Germania e Cina.

Il minor prezzo di vendita è giustificato anche, e soprattutto, non solo dalla concorrenza tra gruppi mercantili, ma anche dal metodo di trasporto.

Come ho già scritto parlando dei Flexitank, trasportare vino sfuso con questo sistema consente di avere un container standard con 24000 litri di vino, rispetto ai 9900 litri di vino imbottigliato, con prezzi di trasporto al litro che sono rispettivamente di 0.16 $/l e 0.34 $/l. La metà, praticamente, ed i prezzi sono in calo.

Da un certo punto di vista, il trasporto in flexitank non è una cosa negativa. Il peso di una bottiglia di vino è composto, per quasi il 40%, dalla bottiglia di vetro; in un trasporto convenzionale quindi, 13200 bottiglie di vino (9900 litri) peseranno come 25000 litri di vino sfuso. Ossia, più o meno, proprio la capacità di un flexitank. Questo significa che la ‘carbon footprint’, ossia la quantificazione delle emissioni di gas ad effetto serra, è circa la metà per un litro di vino sfuso rispetto ad uno di vino imbottigliato. 

Il vino così può essere trasportato sfuso in questi sacchi di plastica ed imbottigliato non più all’origine ma alla destinazione, ed etichettato come si vuole; alcuni produttori obbligano di usare le proprie etichette (anche queste stampate alla destinazione), così che un vino cileno o sudafricano, ad esempio, con etichetta originale, siano in realtà stati imbottigliati nel Paese di destinazione.

Romanticamente fa un po’ effetto, come sostituire il tappo di sughero con un tappo a vite per il Brunello di Montalcino, ma questo è.

Quanto raccontato fino ad ora non è che una piccola parte di come si muove il mercato del vino sfuso; Stephen Rannekleiv, direttore esecutivo della divisione Food & AgriBusiness di Rabobank, in una intervista afferma che ‘…se pensiamo ai costi, inizia ad essere difficile vendere le proprie bottiglie di vino all’estero’.

Nel prossimo post sull’argomento, vi racconterò qualcosa su cosa è successo, tra Sudafrica e Gran Bretagna, nel passaggio da vino imbottigliato a vino sfuso, e le sue ricadute sociali.

Si, voglio ricevere le note di degustazione
di Benvenuto Brunello 2012
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