Dopo essere andato a trovare gli amici, sono andato a trovare i vicini di casa, ossia La Visciola, azienda biodinamica di Piglio, in provincia di Frosinone. Ho già scritto del Donna Rosa, Passerina del frusinate in purezza, così insieme al signor Piero ed alla moglie Rosa ho assaggiato le tre tipologie di Cesanese del Piglio DOCG, dal ‘Priore’ Mozzatta, cesanese di Affile a coltivazione completamente biodinamica, al ‘Priore’ Vignali, anch’esso biodinamico ma blend dei due tipi di cesanese, ed al più tradizionale Ju Quartu.

E’ proprio con quest’ultimo che si vede quando un produttore lavora bene, in vigna ed in cantina. Sebbene di stampo più ‘moderno’ degli altri due rossi, non è per nulla artefatto o spinto verso profumi e gusti che non gli appartengono. Il Vignali è stato quello che a me è piaciuto di più, non sto parlando nè di punteggi nè di bicchieri o grappoli o cose del genere, è semplicemente un gusto personale dovuto al buon equilibrio nel bicchiere. Considerando che i tre rossi erano, così come la Passerina, del 2009, si può ben pensare che bisognerà attendere almeno quattro anni per dar loro tempo di maturare, il Mozzatta a mio avviso può tenere bene anche sei o sette anni di attesa in bottiglia.

Con Piero abbiamo brevemente chiacchierato di come sia complicato fare agricoltura, e soprattutto coltivare una vigna, biodinamica; qui è il bello, i produttori biodinamici credono fermamente in quel che fanno, si danno da fare nelle vigne ed assaggiano il loro vino, lo seguono, ne conoscono pregi e difetti e sanno come fare per diminuire i rischi sempre connessi ad ogni pratica agricola.

Il Lazio poi ha un gran bisogno di risollevarsi per quel che riguarda la qualità dei vini prodotti, considerando l’enorme potenzialità del territorio, dai terreni vulcanici alle colline moreniche, l’influsso del mare e del fresco dei monti. E quindi quei produttori laziali che lavorano per differenziarsi dai soliti Merlot e Viognier, prendendo oltretutto la strada del vino naturale, sono secondo me da apprezzare; il modo migliore per farlo naturalmente è cercare, e scoprire, i vini naturali laziali.

Dopo il Lazio sono passato direttamente in Trentino, dalle tenute Loacker, dove ho potuto degustare il Lagrein 2009, ancora giovane senza dubbio, varietale di piccoli frutti rossi come ribes e lamponi, destinato a diventare ben più austero. Con la signorina presente a presidiare il banco 22, abbiamo chiacchierato brevemente di viticoltura biodinamica, dell’attenzione al corso della Luna e dei corpi celesti, e del fatto che produrre un vino non può essere la stessa cosa che produrre scarpe da ginnastica. Queste ultime sono sempre uguali, sia che la fabbrica sia in riva al mare che su un altopiano; il vino, se non viene ucciso da lieviti industriali, concimi come se piovesse, solforosa a bizzeffe, il vino dicevo sente la differenza tra chilometro e chilometro, porta in se il passare del tempo, sia quello cronologico che quello metereologico.

Ovviamente, dal Trentino alla Sicilia il passo è stato breve, dal banco 22 al banco 28.

E’ stata la seconda volta che incontravo Francesco Guccione, dopo Vini Naturali a Roma dello scorso anno, e la sua accoglienza, ed il fatto che si ricordasse di me,  mi ha dato da ragionare sul fatto che produttori ed estimatori dei vini naturali sono ancora in piccolo numero, sebbene in crescita di quantità e di qualità.

Dopo una breve chiacchierata sul fatto che in agricoltura bisognerebbe guardare il terreno e non la composizione chimica di un concime o di un accelerante, ho iniziato a farmi riempire il calice.

Il primo è stato il Girgis, Catarratto IGT Sicilia, morbido, non esplosivo, buona persistenza e buon corpo, il tipico Catarratto Lucido.

Poi un vino che a me piace in modo particolare, legato anche a ricordi personali, il Gibril, Nerello Mascalese in purezza, malolattica spontanea, profumi non molto ampi ed una gustativa dove si percepisce perfettamente la naturale acidità delle uve che, nel Gibril, equilibra bene il tannino presente nel vino. E’ un vino che a mio avviso dovrebbe avere miglior fortuna, schiacciato dalla potenza commerciale di certi Nero d’Avola che a volte di siciliano hanno forse solo il nome.

I vini di Guccione sono come sempre ben definiti, non si lascia nulla al caso, ed il lavoro in vigna ed in cantina è sempre evidente nel bicchiere. Il Gibril dovrebbe rimanere ancora in bottiglia qualche anno, almeno tre, e poi potremo iniziare a parlare della sua maturazione ed evoluzione.

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