VinoVinoVino 2011 a Cerea – III Parte

Dopo alcuni assaggi volanti, come Massa Vecchia dove ho bevuto un ottimo La Querciola, Rosso 2007 IGT Toscana, o La Porta di Vertine con il Chianti Classico DOCG Riserva, sono passato al vicino tavolo del Friuli-Venezia Giulia.

Inizio con il Cabernet Sauvignon 2003 e poi la Ribolla Gialla 2007 di Princic, per passare poi alla Vitovska 2006 di Vodopivec.

Per ultimo, il Ruje di Zidarich, assemblaggio di Merlot e Terrano che stupisce per il gusto potente e morbido allo stesso tempo.

I vini friulani sono, dopo le degustazioni precedenti, un momento di riposo dopo tutti gli altri assaggi, e preparano per i bicchieri successivi. Hanno dalla loro la leggerezza e la salinità, la profumazione mai ostentata ed i sapori ben definiti, riescono a pulire il cavo orale e prepararlo per altri vini.

E di una pausa c’era veramente bisogno, aiutato da qualche stuzzichino assaggiato ai banchi di gastronomia, prima di avvicinarmi ad una stupenda verticale di Montepulciano d’Abruzzo di Emidio Pepe.

Mi sono prima preparato con il Trebbiano 2007, dove si riesce a sentire tutta la capacità di Pepe di tirar fuori da questo vitigno le naturali connotazioni di profumi; una dimostrazione ancora una volta di quanto la chimica industriale nel campo dell’enologia abbia appiattito e standardizzato ogni prodotto e, al contrario, di quel che si riesce a fare seguendo il corso naturale dell’evoluzione dell’uva.

Inizio a girare per i banchi senza curarmi troppo di seguire una logica nelle degustazioni, occasioni di ritrovare alcuni conoscenti e di parlare con perfetti sconosciuti come se ci si conoscesse da anni.

Così passo ad assaggiare il sagrantino di Paolo Bea, che necessita assolutamente di un secondo ripasso ma stavolta aiutato da un pezzo di pane con un paio di fette di salame; il Nebbiolo delle Langhe 2009 di Giuseppe Rinaldi ed il suo Barolo Brunate 2007; tutte etichette di cui parlerò con calma più avanti.

Ed ora, pronto al Montepulciano d’Abruzzo, un vino che a mio avviso è a livello dei grandi Borgnogna per complessità e potenzialità di evoluzione. Come accadde alla fiera Vini Naturali a Roma, una bella sfilata di bottiglie con la grafica riconoscibilissima di Pepe: 2007, 2005, 2003, 2001, 1998, aperte, ed una chiusa del 1986. Scendendo con le annate guardavo quasi con cupidigia quella bottiglia chiusa, ma il giovane enologo dietro al bancone aveva in serbo una ottima sorpresa.

In un decanter quasi nascosto dalla fila di bottiglie, mesce due dita di vino nei calici dei molti che stavano aspettando proprio quel momento. Una esplosione di profumi difficilmente definibili con poche parole, tabacco, carruba, poi erba tagliata e frutta rossa in confettura, ognuno perfetto e definito, con la propria personalità. Al gusto la morbidezza avvolge i tannini soffici e maturi, lasciando poi, dopo la deglutizione, un sapore ancora fresco, segno della eccellente acidità che ha saputo sostenere la questo vino lungo gli anni, il Montepulciano d’Abruzzo 1984 di Emidio Pepe.

Dopo questo assaggio, pochi altri, tranne forse il Borgogna Domaine Prieuré Roc, riescono a tenere il passo per complessità, anche perché credo fosse tra i vini con più anni in fiera.

Così, mi fermo a salutare il mio amico Valter Mlecnik, e poi al banco di Pietre Colorate, una bella rivista trimestrale in cui a scrivere sono direttamente i vignaioli, a cui mi sono abbonato, e che nel viaggio di ritorno mi ha fatto compagnia con i primi due numeri.

In conclusione, una manifestazione che nonostante la concomitanza del Vinitaly e di VinNatur a Villa Favorita, ha avuto una discreta partecipazione di visitatori, più di 120 espositori tra viticoltori, distributori e qualche banco di gastronomia.

I vini naturali sono la vera risposta a chi pretende di vendere il proprio vino solo uniformandosi ai punteggi delle guide e delle riviste specializzate, o ai pareri dei più o meno famosi critici enologici.

I sapori ormai plastificati, confezionati, dei vini industriali, rischiano di appiattire qualunque tipo di differenza tra vitigni e tra territori, ed è sintomatico che, più si uniformano le produzioni e più si parli di terroir.

Non è solo questione di essere certificati biologici o biodinamici; è questione di fare il vino come deve essere fatto, seguendo i ritmi della natura senza forzarli, assecondandoli, aiutandoli se necessario con la sapienza delle potature o della scelta del momento della vendemmia.

Distruggere questo patrimonio ci porterà solo ad essere succubi del più forte invece che imparare dai migliori.

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