Wine-kit d’annata

Dalla lettura di questa notizia, dal servizio a Striscia la Notizia, e facendo un po’ di surfing-in-the-Web, mi si è aperto un mondo. In verità un baratro, perché se la cosa prendesse piede sul serio, chissà cosa potrebbe accadere.

In poche parole, si parla dei famigerati wine-kit, piccole valigette che contengono tutto il necessario per farsi il vino a casa.

All’interno si trova polvere di mosto d’uva, che va reidratata con acqua di rubinetto, chips di legno per dare il senso dell’affinamento in botte, sostanze di chiarificazione, lieviti, idrosolfito di potassio, solfiti vari. Basta guardare un paio di siti che vendono i kit per rendersi conto, una piccola ricerca con il termine ‘wine-kit’ aprirà migliaia di pagine, per la maggior parte americane, di siti che pubblicizzano queste valigette magiche.

Quindi, volete fare un Barolo? semplice, c’è il kit. Oppure un Gewurtztraminer? c’è il kit. Vi piacciono gli Icewine?. C’è il kit per farli. E’ un decennio in effetti che sono presenti queste valigette vino-fai-da-te, bastano un po’ di polverine e si fa il vino che si desidera. Adesso finalmente anche il MIPAAF (il ministero dell’Agricoltura, insomma, gli cambiano nome tipo Parmesan, direi) se ne è accorto, ed il ministro Catania sta sguinzagliando l’Interpol. Mi pare strano solo che chi si occupa di vino per mestiere, già non sapesse di questi kit di autoproduzione del vino; uno dei primi risultati sul motore di ricerca rimanda ad una azienda che li produce dal 2003.

D’altra parte sono decenni ormai che i prodotti della gastronomia e dell’enologia italiani sono sotto attacco dei falsari, dal Parmesan all’Asiago del Wisconsin, e questo ci costa una cifra di 50 miliardi di fatturato in esportazione. Significa cioè che, se fossero prodotti veramente italiani, porterebbero 50 miliardi nelle nostre casse, o meglio nelle casse dei produttori.

Immagino che gli ispettori dell’Ufficio Repressione Frodi Alimentari abbiano da fare parecchio, oltre a controllare che in qualche enoteca non venga esposto il cartello ‘vini naturali’, però questa è una questione che va risolta con incisive azioni governative, tutelando i marchi enogastronomici italiani nelle sedi internazionali.

La cosa, alle sedi internazionali, non è che piaccia molto, immagino. Le aziende produttrici di wine-kit portano lavoro ed entrate fiscali, quale governo ne limiterebbe la libertà imprenditoriale?

Quindi bisognerebbe essere più fiscali al nostro interno, evitando ad esempio di trovare nuove DOC o nuove IGT subito prima e subito dopo le elezioni regionali, verificando che i consorzi di tutela abbiano i conti in ordine sia nei libri contabili che in quelli dell’entrata merci, rendendo più stringente la normativa per il biologico, magari introdurre le veronelliane Denominazioni Comunali.

Se non iniziamo da qui, rischiamo che la maggioranza dei consumatori, quelli che non leggono né questo né altri blog di divulgazione enologica, non sappiano più riconoscere la differenza tra un Barolo di Castiglion Falletto ed un Italian Barolo.

Scarica gratis le note da Benvenuto Brunello 2012
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3 thoughts on “Wine-kit d’annata

  1. Questi kit esistono da ben più tempo. Mi ricordo mio suocero, britannico, che si faceva il Chianti nell’attico di casa. Però poi non l’ha mai bevuto, l’ha lasciato invecchiare e poi l’ha buttato.

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