World Wide Wine a Vinitaly 2011

Il Vinitaly, la più importante manifestazione enologica italiana, serve anche, e soprattutto,  per verificare l’andamento del mercato, aprire nuove strade, ascoltare i rumors del mondo enologico.

Le rilevazioni dell’ISTAT e di Mediobanca confermano l’andamento positivo del mercato Wine&Spirits italiano, in fondamentale controtendenza con il resto dell’economia del bel paese.

E’ stato importante soprattutto l’export, vero traino per l’enologia italiana, con un aumento dell’8,5%, mentre nel mercato interno ancora si stenta. 

Stiamo parlando, per citare alcuni numeri, di 4 miliardi di euro di export, per un totale di 20 milioni di ettolitri, ossia all’incirca 2 miliardi e mezzo di bottiglie. 

Questo miglioramento del mercato ha comportato anche un aumento di posti di lavoro, 891mila occupati in tutta l’agricoltura italiana con un aumento, rispetto al 2009, dell’1,9%, di cui 210mila solo nel settore vinicolo ed un 50mila di addetti sotto i 30 anni. In questi giorni di difficoltà e polemiche sull’immigrazione clandestina o sui vari ‘fora dai ball’ leghisti, vale la pena ricordare che 30.000 lavoratori agricoli sono extracomunitari (parliamo naturalmente degli stagionali in regola).

La parte del leone, nell’export, la fanno gli USA, dove circa un terzo del vino consumato è di provenienza italiana, superando così anche il nostro storico miglior cliente, la Germania. Bene anche il Canada con un aumento del 29% e la Svizzera.

Si registra anche una inversione di tendenza sui gusti, con i vini bianchi che superano nell’export i vini rossi, 60 a 40.

E’ ovvio, per conquistare i mercati bisogna andare incontro ai gusti del cliente, è una legge a cui non si sfugge anche se le preferenze del consumatore possono essere ‘pilotate’ dalle riviste di settore, dalle  guide, dagli autorevoli punteggi (Wine Spectator, ad esempio).

Classico il caso dei vini di Bordeaux, di cui davo notizia nella mia rubrica di lunedì 4 aprile, dove l’aumento del grado alcolico sta snaturando l’identità del vino bordolese.

Analogamente può accadere, ed anzi accade, per i vini italiani, che cercano, e riescono in molti casi, a penetrare nei mercati di Russia (+60% di valore) e Cina (+100% in valore), ossia là dove girano parecchi soldi. 

Al contrario di Bordeau, però, per i vini italiani si tende ad avere vini con un grado alcolico minore, passando da una media di 13.5° ad una media di 12.5°.

E’ certamente un mercato interessante, tanto che Focus Economia, la rubrica di Radio24 condotta da Sebastiano Barisoni, vi ha dedicato oggi una intera puntata con ospiti in studio, tra cui il presidente del Gambero Rosso, il presidente di Federvini Lamberto Gancia, ed Enrico Zanoni direttore generale di Cavit.

Si puntava, nella trasmissione, sull’eccessiva ‘frammentazione’ dei produttori vitivinicoli italiani, oltre 200mila aziende soprattutto a carattere familiare, collegando poi la debolezza dovuta alla dispersione di energie con le recenti vicende sulla scalata di Parmalat da parte dei francesi.

E’ chiaro che trattando il tema del vino come un qualunque prodotto di mercato, un paio di scarpe, un telefonino, un paio di occhiali, il ragionamento segue perfettamente le logiche aziendali ed economiche..

Una bottiglia di vino però non è, a mio avviso, uguale ad un telefonino o a un paio di scarpe; un cellulare, ad esempio, non dipende dal territorio dove sorge la fabbrica, nè dal clima o dalla vicinanza ad un corso d’acqua, se non per l’eventuale facilità di trasporto del prodotto finito.

Due paia  di scarpe costruite una in una fabbrica in collina esposta a sud-est e l’altra su un rilievo vulcanico a 800 metri di altezza saranno perfettamente uguali, mentre due vini, pur prodotti a pochi chilometri di distanza, saranno completamente differenti, basti pensare al Barolo ed al Barbaresco, due posti distanti qualche decina di chilometri ma che forniscono vini che non possono essere confusi tra di loro.

Durante la trasmissione, uno degli invitati puntava sul rinnovato interesse per l’enoturismo, sulla diversità dei paesaggi e dei profumi che si respirano con in mano un bicchiere di vino ben fatto, non omologato, soprattutto vini che tendano ad avere dentro i sapori del territorio da cui provengono.

Fare lo stesso Chardonnay o lo stesso Merlot dal Trentino alla Sicilia, francamente non so che senso abbia, tranne per il fatto che è un vino che si vende bene, conosciuto; così, dal Trentino alla Sicilia si produce lo Chardonnay o il Merlot concimando la vigna con gli stessi prodotti chimici, si fa fermentare utilizzando gli stessi lieviti selezionati, si filtra utilizzando gli stessi filtri meccanici, si fanno entrambi invecchiare in acciaio o in barrique. 

I numeri del vino appena esposti danno ragione ai grandi produttori, certo.

Ma probabilmente, invece di fare vini tutti uguali per cercare di trovare un po’ di spazio nei container che portano il vino italiano negli USA, bisognerebbe tentare di fare sistema, mettere insieme le forze per trovare ed aggredire i mercati, proponendo però un ventaglio di prodotti diversi senza fare, nell’esportazione, concorrenza fratricida tra vignaioli italiani.

Questo potrebbe essere l’apporto che l’economia aziendale nel mondo della globalizzazione dovrebbe insegnare ai viticoltori italiani; ma forse è una lezione che non hanno imparato nemmeno le grandi industrie italiane. 

Cosa faranno, i produttori vinicoli italiani (e non solo), quando la Cina (che nel 2010 ha superato il Cile nella produzione di vino portandosi al settimo posto), produrrà Montepulciano d’Abruzzo, Sangiovese, Grillo o Nebbiolo a prezzi più concorrenziali di noi?

Cosa faranno, i produttori vinicoli italiani (e non solo), quando i gusti dei consumatori saranno pilotati da nuove ed autorevoli riviste, guide e punteggi stilati dalla Cina?

Queste domande tenterò di porle sabato 9 a VinoVinoVino a Cerea (Verona), la manifestazione  organizzata dall’associazione ViniVeri.

Scarica gratis le note da Benvenuto Brunello 2012
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