World Wine Web – Numero 12


 

Perché l’amministrazione USA si interessa del vino fatto invecchiare sotto al porto di Charleston? Sapete bene tutti, da qualche tempo a questa parte alcune cantine (poche, fortunatamente), inabissano il proprio vino nella profondità del mare, affermando che l’alta pressione migliora i processi di affinamento. Su Politico.com si viene a sapere che un’ordinanza del TTB, il dipartimento federale che si occupa di alcolici, mette in guardia contro questa pratica perché il prodotto finale potrebbe essere adulterato, malsano, non adatto all’ingestione. Il condizionale lo usano anche negli USA, e la norma è piena di ‘potrebbe’ e ‘forse’. Interessante articolo, che fa capire come sia schizofrenica la legge sugli alcolici.

 

Forse ricorderete la notizia della scorsa settimana, sulla scelta dei vini nella compilazione del menù degli aerei. Bene, oggi ancora vini d’alta quota, ma all’aperto. L’articolo di Allison Williams su Condè Nast Traveller riporta un’intervista a James Cluer MW sulla degustazione di vini sulla cima del Kilimangiaro, 5900 metri. Il nostro Master of Wine sta conducendo un esperimento sugli effetti dell’altitudine sul vino, ne ha bevuto sull’Everest (ma non oltre il campo base), e tra poco andrà in Argentina sull’Aconcagua, a 7000 metri. Scopriamo che in aereo beve solo pinot grigio italiano perché, dice, gli altri vini sono troppo tannici ed acidi. Nel prossimo post quindi dovremo fare anche l’abbinamento con l’altitudine.

 

Un bicchiere al giorno? E perché non una bottiglia? Da The Indipendent, in una intervista di Tomas Jivanda al dottor Kari Poikoilanen, ex esperto di alcolici per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, veniamo a sapere che dopo decenni di ricerche ha scoperto che è meglio bere una bottiglia di vino al giorno piuttosto che astenersi. L’intervista originale la trovate sul Daily Mail, così come il commento di Julia Manning di 2020Health, dove gli dà praticamente del cretino. Storie del Vino si associa senza dubbio alla signora Manning.

 

Scommetto che mentre seguivate un qualunque corso da sommelier, vi hanno parlato delle difficoltà di trovare un buon abbinamento con gli asparagi. Bene, ora basterà leggere l’articolo di Fiona Beckett sul suo blog per avere tutte le risposte.  Il post è davvero ben fatto, visto che considera gli asparagi cucinati e conditi in modi differenti. Scopriamo così che secondo la columnist del Guardian ed editor di Decanter, per gli asparagi in vinaigrette è ottimale un Orvieto secco o un Verdicchio, mentre per il risotto con gli asparagi bisogna assoutamente abbinare un Pinot Grigio dell’Alto Adige. Ora vado a fare una prova, ma poveri quelli che andranno in bagno dopo di me!

 

Tutti noi conosciamo il Cava, il vino spumante spagnolo che viene prodotto con un procedimento simile allo Champagne, ma che alla fine risulta solo abbastanza gradevole e poco costoso. Il marchio più noto, il Freixenet etichetta nera, negli USA è venduto a 10$. Bene, un produttore si è stancato del fatto che il Cava sia un prodotto di second’ordine, e dal 2012 ha deciso di non etichettare più il suo vino con questa denominazione. Il produttore è Manuel Raventòs, proprietario della Raventòs i Blanc, e vorrebbe creare la nuova Denominazione d’Origine Conca del Riu Anoia, restringendo quindi il territorio di produzione del Cava e, soprattutto, utilizzando solo uve di produzione biologica e con vino affinato almeno 18 mesi rispetto ai 9 del disciplinare spagnolo.

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In Giappone assisteremo, secondo gli analisti di Rabobank, ad una rinascita del mercato del vino. Sembra infatti che la crisi monetaria del paese del Sol Levante, iniziata alla fine degli anni ’90, sia ormai completamente alle spalle, ed il sistema finanziario sia stabile, grazie anche al mercato cinese che ha tirato la volata. Quindi, continua il rapporto di Marc Soccio pubblicato su The DrinkBusiness, se il Vecchio Mondo non vuole lasciare il predominio ai vini australiani o sudafricani, dovrà iniziare a muoversi velocemente.


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Il vino rosé si sta sdoganando come gran vino anche in Italia. La notizia è ottima, soprattutto se leggiamo quanto scrive Le Figarò. La Francia infatti è il primo produttore di vini rosati con 7 milioni di hl, praticamente tutti dalla regione Rhone-Provence (l’Italia ne produce 4 milioni), il primo consumatore con il 37% di tutto il rosato prodotto nel mondo (l’Italia ne consuma solo il 5%), e ne importa il 22% della produzione mondiale (l’Italia non importa rosato). Insomma, per farla breve, in Francia si beve più rosé di quanto se ne abbia a disposizione, e le importazioni quindi sono destinate ad aumentare. Spero che qualche produttore di rosé italiano (penso al Cerasuolo d’Abruzzo, o al Cerasuolo di Vittoria in Sicilia) stia leggendo questo articolo.

Per il video di questa settimana, ho scelto un brano dei Travis. Provate a trovare gli abbinamenti giusti, ora. Buona visione!

Wine Roland

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Sommelier tardivo, web-surfer d'antan, a metà fra l'analogico ed il digitale. Appassionato di tecnologia, osservo la Rete attraverso un buon bicchiere di vino.
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