Giustizia ben data

Abate FariaEssere condannati (in primo grado) non perché si è detta una bugia, ma perché si è detta la verità con poca ‘continenza verbale’ è una strana forma di giustizia.

Accade anche questo, e bisognerebbe essere un avvocato, o un giudice naturalmente, per comprendere i meccanismi della legge che hanno consentito al Tribunale di Rovereto di condannare Maurizio Gily.

Non perché abbia detto il falso, diffamando quindi il giornalista de l’Espresso, ma perché avrebbe dovuto dirlo con parole diverse, più pacate. 

Ora, l’articolo di Gily non esiste più, almeno in rete, visto che è necessariamente stato rimosso. 

Sebbene non conosca personalmente Maurizio, dai suoi post sui social network non mi sembra un tipo scalmanato. Tantomeno leggendo quel che scrive sul sito di Slow Food dove cerca di capire addirittura le difficoltà del giudice ad arrivare a questa conclusione.

Nell’articolo è proprio lui, intervistato, a spiegare la vicenda; in breve, Gily aveva contestato ad un giornalista dell’Espresso di aver accomunato  due avvenimenti completamente differenti, l’aggiunta di Merlot e Cabernet Sauvignon al Brunello (cosiddetta Brunellopoli), ed il ritrovamento di bottiglie di vino contenenti prodotti dannosi per la salute (cd. Velenitaly. Poi parleremo anche dei nomi che vengono dati a certe vicende).

Entrambi sono comportamenti da condannare, ma per quanto possa non piacere il Merlot in assemblaggio col Sangiovese, pur se non ammesso certo non ammazza nessuno, come conferma lo stesso Gily che di professione fa (anche) l’agronomo.

Oltretutto nell’edizione del 2008 di Vinitaly non si è parlato d’altro, e vista l’affluenza internazionale alla manifestazione, l’accostamento errato dei due scandali ha creato parecchi problemi al mondo del vino.

Il giudice, ripeto, ha detto che si, quel che diceva Gily nel suo articolo è vero, e bottiglie di vino velenoso non ce n’erano, in giro; l’articolo de l’Espresso riportava il ritrovamento di ‘centinaia di migliaia’ di bottiglie di vino contenente sostanze velenose, mentre invece veleno non se ne è trovato. 

Quindi la beffa giudiziaria: hai ragione, ma dovevi dirla in modo più urbano, senza gridarla, perché questo è stato lesivo della professionalità del giornalista dell’ Espresso, il quale se ne è accorto solo tre anni dopo. Dell’articolo di Maurizio, intendo.

A questo punto mi immagino che il post di Gily sia stato scritto usando il Caps Lock attivato, così che l’articolo sia stato considerato ‘strillato’, un post ad alta voce e, quindi, senza usare ‘continenza verbale’.

Non trovo altre spiegazioni, ma ovviamente io non sono un giudice, e penso che in questi casi ci si debba riferire alla giurisprudenza, ossia a sentenze simili e precedenti casi di giustizia.

Quindi una delle due cose che posso fare è mettere il link a questo post sul sito personale di Maurizio, con le coordinate per una colletta che gli consenta di ricorrere in appello. Rimango in attesa, come tutti, di scoprire come andrà a finire.

E sono convinto che altrettanti attestati di solidarietà siano arrivati anche all’altro protagonista della vicenda.

Il vino.

Wine Roland

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Sommelier tardivo, web-surfer d'antan, a metà fra l'analogico ed il digitale. Appassionato di tecnologia, osservo la Rete attraverso un buon bicchiere di vino.
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