Ascoltare Raffaello Annichiarico che parla della propria vigna con la pacatezza e l’onestà che lo contraddistingue è rassicurante, nel piccolo mondo che è il vino.
Lo abbiamo ascoltato, una trentina di persone ed io, giovedì sera da Les Vignerons, ennesima degustazione di alto livello organizzata da quel vulcano di idee che è Antonio; e poiché dietro un grand’uomo c’è sempre una grande donna, il merito della riuscita va condiviso con Marisa.
Ma la riuscita va ascritta anche ai partecipanti, che Raffaello ha saputo mettere subito in sintonia con il suo modo di fare, stimolando domande ed interventi sia sui metodi di coltivazione e vinificazione che, più puntualmente, sui vini che abbiamo assaggiato.
Raffaello ha, tra i meriti di vignaiolo, quello di aver dato importanza ad alcuni vitigni che rischiavano di scomparire, soffocati dai soliti modaioli. Tra questi la Barbera del Sannio, che non è geneticamente assimilabile alla Barbera che tutti conosciamo, ma che venne chiamata in questo modo per un semplice motivo commerciale. I vini del beneventano sono sempre stati richiesti, sul mercato; i compratori sicuramente annuivano con la testa mentre assaggiavano direttamente dalla botte: “Buono, questo rosso. Che vino è?” chiedevano, e qualche scaltro vignaiolo, sperando con ragione di spuntare prezzi migliori,  rispondeva: “E’ come la Barbera, ma è del Sannio”.
Il grieco ed il cerreto, probabilmente più noti di questa, sono altri due dei vitigni recuperati nei vigneti di Podere Veneri Vecchio, con pazienza e molto lavoro, riprendendo vigne di 30-35 anni ed una di 60 da dove Raffaello ha tirato fuori una vera e propria preziosità.
I più noti aglianico e piedirosso completano poi il panel ampelografico dell’azienda.
In vigna non sono utilizzati concimi chimici né diserbanti né fitofarmaci e, ci racconta, tra le sue soddisfazioni annovera quella di aver rivisto le lucciole nei suoi campi, insetto notoriamente molto delicato e presente solo in ambienti sani.
Le domande dei presenti sono state molteplici, a questo punto, sulle differenze tra vino naturale e biologico o biodinamico, sul rapporto con i vicini di vigna che, invece, usano fare una agricoltura convenzionale utilizzando prodotti di sintesi, sull’attenzione da porre con questo tipo di lavorazione.
Poi è passato a parlarci del lavoro in cantina, dei lieviti che formano, sulle pareti, una variegata popolazione di batteri fermentativi alimentata da quelli provenienti dalle uve, delle follature e dei batonnage durante la fermentazione, dell’utilizzo di tini di fermentazione più piccoli per tenere sotto controllo la temperatura.
Una spiegazione semplice ed esauriente della solita e stucchevole controversia sulla definizione di ‘Vino Naturale’.
No, il vino naturale non viene da solo, c’è il lavoro dell’Uomo (nel senso di Mensch, o di Human Being, senza distinzione di genere) e tanto pure; solo che è un lavoro ‘naturale’, utilizzando il più possibile metodi che non comprendes sero uso di prodotti chimici, né in vigna né in cantina.
L’assaggio dei suoi vini è stato illuminante per chi non li aveva mai assaggiati, mentre per chi già li conosceva, una bella riscoperta.
Nel prossimo articolo, le mie note di degustazione sugli assaggi: Tempo dopo Tempo 2011 e 2006, Tempo Ritrovato 2010, Nigrum 2009, Perdersi e Ritrovarsi 2005.

Scarica gratis le note da Benvenuto Brunello 2012
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