Libero vino in libero Stato

Alla fine del 2015 è stata presentata una richiesta alla Commissione Agricoltura Europea per liberalizzare i nomi dei vitigni in tutta Europa.

In pratica l’emendamento di cui si parla dovrebbe consentire che  i vini che utilizzano il nome del vitigno possano essere liberalizzati ed usati indistintamente da qualunque Stato della UE e quindi, ad esempio, il Sangiovese o il Verdicchio o il Lambrusco potrebbero essere prodotti anche dalla Spagna o dalla Romania. Si tratta della eventuale modifica al Regolamento CE 607/2009 del 14 luglio 2009.

I documenti ufficiali


Gli unici documenti che ho trovato in merito alla questione, scavando nel sito della Commissione Agricoltura della UE, si riferiscono alla Petizione EU 2065/2013 (in pdf) da parte di un cittadino tedesco, tal G.F., “relativa all’uso corretto delle denominazioni dei vini sulle etichette delle bottiglie di vino” (pagina 6/13, par. 4.2 del verbale di assemblea del 21 Gennaio 2015).

La petizione è stata esaminata in quella data dopo la richiesta scritta del gruppo PPE dell’11 novembre 2014, protocollo PE 541.534, pagina 3/14 par. 4.  

Il 29 gennaio 2015 (un anno fa, dunque) il presidente della commissione petizioni (PETI) fornisce la sua risposta: “No opinion – the Chairman can reply by letter to the PETI Chair” nel verbale PE 546.873


Il rischio che vedono i produttori italiani di questi vini è di far perdere al consumatore l’orientamento, poiché vedendo un Lambrusco di Cadice potrebbero non capire che non si tratta del vino originale di Modena e Reggio Emilia.

Una concorrenza sleale che – riferisce la Coldiretti – fa gola a competitor tradizionali come la Spagna ma anche a Paesi emergenti nel panorama viticolo comunitario che vorrebbe equiparare l’uso di vitigni internazionali come Chardonnay e Merlot con gli autoctoni che caratterizzano il Vigneto Italia che puo’ contare su ben 500 varietà di uve da vino

Sia la Francia che la Spagna non hanno questo problema, in quanto i loro vini prendono il nome dalla località geografica dove nascono; non esiste il vino Chenin Blanc francese, ma esiste il Vouvray, fatto con Chenin Blanc nella zona di Vouvray. La Spagna inoltre, come grande esportatore di vino sfuso, ne trarrebbe gran vantaggio.

Se dovesse passare questa normativa, potremmo trovare quindi sullo scaffale della GDO un Lambrusco ungherese o un Vermentino tedesco, e questo fa infuriare i consorzi e le associazioni. Però, ad esempio, prendiamo un Lambrusco (dico sul serio, prendete un Lambrusco, magari di Sorbara, e gustatevelo).

Denominazioni DOC ad hoc

Le tre tipologie di eccellenza per questo vino sono il Lambrusco di Sorbara, il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro ed il Lambrusco Salamino di Santacroce, e sono tutte e tre DOP. Esiste però anche la DOP Lambrusco di Modena, che non è la somma delle aree geografiche dei tre citati, ma leggermente più larga, consentendo così a comuni che prima del 2009 non erano DOP, a fregiarsi della fascetta della denominazione.

In questo modo la zonazione del Lambrusco è stata completamente affogata nella più grande, e generosa, zona DOP di Modena.

Analogamente potremmo dire delle varie DOC regionali, come la DOC Sicilia o la DOC Piemonte, completamente senza senso, se non prettamente commerciale. Guardando il panorama legislativo sul vino in Italia, non sembra evidente una attenzione al territorio: per qual motivo altrimenti voler introdurre vitigni internazionali in ogni denominazione? Il Prosecco ormai viene prodotto anche nel giardino di casa, in zone dove fino a qualche tempo fa venivano coltivati granturco o tabacco. Perché autorizzare la IGP Lambrusco di Puglia? Cosa è la DOC Venezia? 

La rincorsa alla fascetta ha generato mostri

Ora, sebbene il Commissario UE all’Agricoltura, l’irlandese Phil Hogan, abbia rassicurato il nostro Ministro Martina che difficilmente questo emendamento passerà, una modifica alla normativa europea potrebbe consentire di trovarsi sugli scaffali vini tradizionalmente conosciuti come italiani ma prodotti da altre parti.

L’alzata di scudi di tutta la categoria della viticoltura contro la liberalizzazione, a mio modo di vedere, dimostra ancora una volta la miopia di consorzi ed associazioni, locali e nazionali.

Bisognerebbe essere contenti che il proprio vino, ad esempio un Verdicchio dei Castelli di Jesi, sia così apprezzato da volerlo copiare; e per promuoverlo e far conoscere la differenza tra il proprio e quello, che so, bulgaro, dovrebbero darsi da fare per far conoscere il territorio, per legare ancor di più il nome del Verdicchio alla zona di eccellenza delle Marche.  

Perché alcuni vitigni sono internazionali ed altri autoctoni? Perché qualcuno li ha piantati in altre zone, come lo Chardonnay o il Merlot, mentre altri o non conveniva o non hanno attecchito. Che differenza farebbe far diventare internazionale il Sangiovese o l’Inzolia? 

Vino miope

Ed ecco che arriviamo alla miopia dimostrata nel voler scegliere una legislazione che non tutela, in modo più assoluto, l’appartenenza ad un territorio, ad una zona ben delineata.

E’ la miopia che deriva dall’aver voluto introdurre nei disciplinari praticamente qualunque tipologia di vitigno, dall’onnipresente Chardonnay all’ingombrante Cabernet Sauvignon, e questo anche in quelle zone che sono al top dell’eccellenza italiana.

Care associazioni, state prendendo il problema dal lato sbagliato

Una battaglia di chiusura non giova a niente soprattutto se verso il mercato estero, Inghilterra ed Est Europa, escono centinaia di ettolitri di vino sfuso che andranno a finire in qualche cantina da 10milioni di bottiglie l’anno e poi rivenduto ai produttori, esteri, che incolleranno una etichetta qualunque.

Per carità, la difesa del patrimonio vinicolo mi trova completamente d’accordo, e bene fanno tutte le associazioni a far sentire la propria voce in Europa. Però non basta, il mercato diventa sempre più globale e liberalizzato. Non è che del capitalismo si possa prendere solo quel che ci piace, purtroppo. O è tutto o è niente.

Imparate, invece, a valorizzare la zona dove quel particolare vino è nato, a fare squadra con le amministrazioni locali e con i ristoratori più piccoli, con l’allevatore e con l’agricoltore.

Smettetela di pubblicizzare le strade del vino, visto che l’Italia è piena di cantine e ogni strada è una strada del vino, e pensate ad esempio come aiutare nella ristrutturazione di un antico palazzo del paese, o contribuire nell’apertura del piccolo museo cittadino aperto due giorni a settimana.

E se proprio ci tenete alle strade vinose, che non siano solo un cartello indicatore, ma metteteci dei contenuti.

Fare rete non significa solo aprire una pagina Facebook, significa invece condividere e collaborare.

Siete i depositari delle tradizioni, il vino è o non è un prodotto culturale?

Ed allora forza, vediamo se questa paventata modifica delle regole europee non riesca, invece, a farvi fare quello sforzo organizzativo per la promozione del vino e del territorio italiano.

Altrimenti, è solo una battaglia di retroguardia.

 

Wine Roland

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Sommelier tardivo, web-surfer d'antan, a metà fra l'analogico ed il digitale. Appassionato di tecnologia, osservo la Rete attraverso un buon bicchiere di vino.
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