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19 aprile, 2014

Vino e ribellione

RebellionCredo che prima o poi dovremo prenderne atto, e capire che l’unica cosa che si può fare, dopo la ribellione,  è resistere, non vincere.

Parlo di tutte quelle persone che cercano cibi e vini sani, che non sono disposti a mangiare e bere alimenti e bevande (acqua compresa) senza veleni aggiunti  e però sotto la soglia di legge.

Stamattina leggo un ottimo post su Gli amici del Bar, dritto al bersaglio come sempre; dovreste leggerlo tutto, ma il concetto chiave è che i produttori che usano anticrittogamici, concimi chimici ed altre diavolerie in vigna (e polverine in cantina), dovrebbero almeno avere il buon gusto di smetterla di parlare di terroir, perché lì sotto, sotto al terreno, non è rimasto niente tranne che roccia morta.

Guardatevi ad esempio alcune scene di Resistenza Naturale, quando Stefano Bellotti mostra la differenza tra il suo terreno vivo e quello morto del vicino.

Poi leggo una nota su facebook di Andrea Petrini, che riporta le parole di un politico coi baffi (di sinistra, ma che ha lavorato per uno di destra) che si è dato alla viticoltura, in cui si esalta il vino de-territorializzato, un vino cioè senza alcuna radice con il posto dove nasce. Il tutto ovviamente aiutato dall’enologo del ‘senza solfito’, seguendo la linea dei vini liberi dall’anidride solforosa, ma pieni di chissà quali altre schifezze. Tutte legali, ripeto, tutte legali.

Ma la legalità la decide il più forte, non il più onesto, quindi è una presa in giro, la legge.

Ed infine, tanto per chiudere la giornata in bellezza, la considerazione di Luca Paolo, che giustamente fa notare che certi cuochi televisivi prima si incazzano perché la pasta non è ben tirata e che il cibo deve essere fatto con materia prima di qualità, poi ti fanno la pubblicità ai tortellini in busta o alle patatine industriali.

Bene, a questo punto vale tutto, direi.

Io non bevo vini fatti con aiuti di cantina, sono falsi, sono vini ipocriti, così come lo sono i loro produttori.

RebellionE non parlo di quelli che, per riuscire a salvare un’annata poco felice, correggono parte della produzione per diminuire una volatile non voluta, o una acidità troppo elevata. Quelli li capisco, quelli lo fanno per riuscire a pagarsi la rata del prestito della nuova pompa, o la ristrutturazione della cantina.

Parlo di quelli che il proprio vino lo costruiscono come una libreria svedese, pensando al mercato e basta, senza metterci un briciolo di passione, per pagare la parcella dell’archi-star che gli ha progettato la cantina spaziale.

Di quelli che vorrebbero un mondo alla Blade Runner, dove il cattivo non è l’androide, ma l’essere umano che ha distrutto tutte le specie viventi tranne la propria.

Ed è falso ed ipocrita l’hamburger italo-americano, quello fatto con la chianina per dire; o la fragola che viene dal Brasile e viene fatta crescere nella stiva della nave grazie ai gas ‘alimentari’.

Giusto per dirne un paio.

ribelle_1Bere e mangiare, far la spesa, è un atto politico, non pretendo che siano tutti rivoluzionari, non è possibile. 

Il vino naturale è vino ribelle, fuori dalle regole, non omologato. 

E’ vino che nasce dal terreno, dalla luce, dal lavoro del vignaiolo.

Le rivoluzioni sono state quasi sempre sconfitte, o peggio ancora assorbite da massimalisti del pensiero, quelli che sanno esattamente cosa è buono e cosa è cattivo, e pretendono che tutti lo seguano.

Sono gli assolutisti, come chi segue una religione o unimages_1 partito politico, o che è convinto che basta infilare un pezzo di carta in una scatola di cartone per cambiare le cose del mondo.

Ed allora, che se li bevano loro, quei vini lì fatti con il Photoshop, che li mangino loro, quegli hamburger plasticati come li seni delle loro amichette.

A me però lasciatemi la libertà di scegliere delle tette semplicemente oneste.

Si, voglio ricevere le note di degustazione
di Benvenuto Brunello 2012
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20 Comments on “Vino e ribellione

Andrea
19 aprile, 2014 a 22:23

Sottoscrivo! (Tette, ops, volevo dire, virgole comprese)

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Wine Roland
19 aprile, 2014 a 22:34

😉 Grazie della visita

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Francesco
20 aprile, 2014 a 00:47

Sottoscrivo TETTE…ehm, TUTTO!

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Wine Roland
20 aprile, 2014 a 00:48

ma insomma, io faccio un post di protesta e voi leggete solo le tette???? niente, anche stavolta la rivoluzione nun la famo…. 😀

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Chiara
20 aprile, 2014 a 03:23

.. beh.. anche le tette naturali al giorno d’oggi sono un atto di ribellione! 😉
Che dire .. sottoscrivo tutto e pubblico al fine di risvegliare gli animi sopiti! Buona pasqua ragazzi .. cheers!

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Wine Roland
20 aprile, 2014 a 09:11

Esatto, naturale! Grazie del passaggio

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lorenza
20 aprile, 2014 a 10:33

…in una giornata come questa il tuo scritto é poesia!!ciao Rolà !!

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Wine Roland
20 aprile, 2014 a 15:28

Beh, ormai sai come la vedo. Il merito è tutto il vostro, di contadini e vignaioli.

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Aldo Furlan
21 aprile, 2014 a 10:19

Sono perfettamente in sintonia con lei.

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Wine Roland
21 aprile, 2014 a 11:22

Fa sinceramente piacere leggere che questo post, più umorale che razionale, sia stato apprezzato. Grazie. E grazie del passaggio tra le Storie del Vino.

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Samuele
22 aprile, 2014 a 19:03

Fare vino territoriale e senza l’aiuto esasperato della chimica dovrebbe essere un’ esigenza per ogni vignaiolo.

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Wine Roland
22 aprile, 2014 a 20:35

A volte l’etica si scontra col mercato. Però si, un vignaiolo, un contadino che fa morire il terreno usando gli anticrittogamici, modifica i propri frutti, vino, o cetrioli, o pomodori, o vacche, usando sosta che chimiche, seppur legali, è quasi una contraddizione. Grazie del commento, e del tuo passaggio qui

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Wine Roland
22 aprile, 2014 a 20:39

Scusa Samuele, non avevo capito chi eri. Ecco, il tuo Antenato è quello che a me piace trovare in un vino!

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Marco
23 aprile, 2014 a 14:18

Bell’articolo! Condivido completamente tutto il condivisibile!

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Wine Roland
23 aprile, 2014 a 14:36

Grazie per averlo letto, Marco.

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Robji
24 aprile, 2014 a 12:10

Quasi condivisibile fatto salvo che molti dei capi che tu e gli amici del bar indossano sono fatti con cotone Indiano che è al 95% OGM (tanto per dirne una), che la persona come citi come esempio sia più assimilabile ad un personaggio da controriforma, una persona che crede che un barcode faccia morire il vino.
In soldoni non basta scegliere le tette in base all’onestà, bisogna sceglierle anche alle idee che propongono. Quanto poi all’onestà, chi di noi lo è davvero?

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Wine Roland
24 aprile, 2014 a 13:46

Si, è vero. Però il fatto che non ci siano vestiti, o cibi, che contengono OGM o che siano il risultato di uno sfruttamento, non rende giusti gli OGM e gli sfruttamenti. Io per questo motivo scelgo di bere vini senza addizionatori chimici, perché mi piace quello che propongono quei vignaioli lì.
E comunque ho capito che di tutto il post la maggior parte di noi maschietti ha capito solo la parola Tette. Che io ho scritto apposta, infatti il post ha avuto un numero impressionante di visualizzazioni.

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Robji
24 aprile, 2014 a 20:11

Su dai, essere felici di bere “vini senza addizionatori chimici, perché mi piace quello che propongono quei vignaioli lì.” è come esser contenti di togliersi una spina dal dito quando si ha un cactus nel culo.
Le scarpe che porti sono fatte con la pelle appartenuta ad una mucca cresciuta in qualche allevamento iperintensivo e sfruttata per produrre latte servito a fare formaggi omologati “made in Italy” ma con caglio che arriva dalla Nuova Zelanda; tutta la plastica che utilizzi deriva dal petrolio, inclusa quello dello smartphone che ha dentro il coltan estratto sfruttando bambini e finanziando guerre e dittatori… su dai, finiamola con ‘sta storia del vino e dei sui cazzo di finto ribelli con la panza piena tenuto conto che il vino fa male, l’alcol è tossico, ben più tossico della solforosa o di tanti additivi!!
Sempre se vogliamo davvero essere onesti.

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Alberto
29 aprile, 2014 a 11:19

Leggere questo articolo è veramente bello. Rispecchia in toto il mio pensiero. Quando mi chiedono perché sono passato dalla Facoltà di Economia ad una scuola di cucina, ed allo studio come sommelier rispondo sempre così: Mangiare e bere sono due atti di cultura. Sono il momento in cui storia, geografia, tradizioni di un territorio ma anche lavoro, vita ed idee di chi produce si sintetizzano. E per questo quando guardiamo nel piatto, o nel bicchiere che abbiamo davanti, non vediamolo come un atomo isolato, ma come una parte di un percorso. Per cui scegliere un vino naturale, oppure una cucina che premia la territorialità e la stagionalità degli elementi è di per se un atto politico e rivoluzionario. Perché è capace di ridare centralità alla persona ed alle sue idee in cantina, così come nel campo ed in cucina, e non impacchettare un “prodotto da consumo” finalizzato a se stesso. Questo secondo me è il terroir culturale dal quale cambiare le cose, in tanti sensi. Si pensi, ad esempio, quanto il contatto fra culture diverse al tempo dei romani ha influenzato la nostra cucina, ed alla nascita stessa della tradizione enologica. Per cui complimenti ancora, per l’articolo.

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Wine Roland
30 aprile, 2014 a 13:41

Mi piace il riferimento al contatto tra culture diverse. Grazie del tuo passaggio qui

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